Questo articolo è uscito nel numero di Nigrizia di febbraio 2026.
È un ghaneano il primo africano a essere stato nominato la figura più influente nel mondo dell’arte nella classifica annuale della rivista ArtReview, lo scorso dicembre. Il suo nome è Ibrahim Mahama. Nato nel 1987 a Tamale, capoluogo della regione Nord del paese, è da anni conosciuto nel mondo per le sue installazioni potenti e originali.
Dal momento dell’ideazione all’acquisizione e produzione dei materiali, fino all’installazione, il suo è – come lui stesso lo ha definito – un «viaggio nel tempo» che ripercorre i residui delle utopie coloniali e postcoloniali per creare nuove espressioni. Ad Accra e Kumasi, dove ha studiato alla Kwame Nkrumah University of Science and Technology, le sue opere sono esposte in biblioteche, musei, un aeroporto, un ponte.
Sacchi di juta, scarti domestici e industriali sono alcuni degli “oggetti” che l’artista ghaneano riesce a dotare di senso in un dialogo ininterrotto tra passato, presente e futuro. Mahama si è distinto per le sue installazioni all’aperto, di forte connotazione politica, realizzate utilizzando sacchi di juta, cuciti insieme come un patchwork lacero e drappeggiati su strutture architettoniche.
Con Out of Bounds (2015), alla 56a Biennale di Venezia, ha rivestito le pareti dell’Arsenale per creare un percorso tra il contesto artistico globale e le vite toccate dal tessuto in passato. I sacchi di juta, originariamente fabbricati nel Sudest asiatico e importati per trasportare le fave di cacao, vengono anche utilizzati per il cibo, il carbone e altre merci. Un ciclo di uso e riuso. Continuo, potenzialmente senza fine.
In questa economia circolare Mahama vuole mettere al centro l’individuo. Contrassegnato con nomi, il sacco porta le tracce del suo viaggio e delle persone che ha incontrato, formando una sorta di pelle per il tessuto urbano. E i tessuti occupano un posto centrale nella pratica artistica di Mahama, che li descrive come un documento d’archivio. Sono molti gli esempi di originalità creativa.
Ad esempio A Grain of Wheat 1918–1945 (2015–18) combina decine di barelle da ambulanza malconce della Seconda guerra mondiale con repliche, parzialmente rielaborate con tessuti domestici e carta da pesce affumicato. Odorando di fumo, olio di motore, pesce e sangue e appoggiati verticalmente in una fila continua, i contenitori acquisiscono una dimensione metaforica, l’effetto domino degli eventi globali su vite apparentemente lontane.
Oppure, in Non-Orientable Nkansa (2017), centinaia di “scatole da calzolaio” sono riunite in un precario monumento al lavoro anonimo. E ancora Parliament of Ghosts (2019), realizzato con vestigia della ferrovia realizzata dai colonizzatori inglesi. L’artista fece spedire a Manchester decine di vecchi sedili di carrozze di treni. Oggetti simbolo dell’infrastruttura coloniale, restituiti alla fonte.
In Capital Corpses (2019-21), un centinaio di macchine da cucire arrugginite sono fissate a banchi di scuola in legno dell’era coloniale con l’intento di resuscitare i fantasmi che si celano nelle macchine.
Garden of Scars (2022), in una chiesa di Amsterdam, ha presentato “lapidi moderne” costituite da elementi dei forti olandesi in quella che una volta si chiamava Gold Coast, l’attuale Ghana. La formazione pittorica di Mahama emerge nei “dipinti di tessuto”, lavori che utilizzano il wax olandese, imitazione del batik, sinonimo di design africano ma prodotto in serie in Europa e Cina.
Utilizzando in queste composizioni titoli di Fela Kuti, frasi dello scrittore Chinua Achebe e della scrittrice Chimamanda Ngozi Adichie, l’artista vuole presentare la mercificazione dell’identità.
L’impegno per Tamale
Ibrahim Mahama è noto non solo per la sua arte ma per avere le radici ben piantate nella sua terra, per l’impegno sociale e la restituzione al territorio. Negli ultimi anni, ha incanalato i proventi del suo lavoro nella creazione di tre istituzioni interdisciplinari a Tamale. Nella sua città natale ha fondato la Red Clay, la Savannah Centre For Contemporary Art e, ultima in ordine di tempo, la Nkrumah Volini che trova spazio in un silos per cereali riconvertito.
Vi sono allestite mostre, incontri, lezioni, progetti studenteschi, laboratori per bambini. I centri ospitano anche residenze per artisti. Mahama lavora con l’arte e per la condivisione dell’arte. Dove quest’ultima è rappresentazione sociale e testimonianza. Come la raccolta di foto delle braccia di persone che si sono tatuati i nomi e altri dati biografici sulla pelle a causa della mancanza di documentazione cartacea, elaborata nel 2019. Insomma, non solo il materiale di scarto, ma anche l’essere umano come fonte preziosa di ispirazione.