È ripreso a Milano il processo per la presunta maxi-tangente di 1,1 miliardi di dollari pagata da Eni e Shell per mettere le mani sul lucroso blocco petrolifero offshore Opl 245.

Dopo le richieste della pubblica accusa, questa volta è stato il turno della parte civile, ovvero dell’avvocato difensore del governo nigeriano, Lucio Lucia.

Un intervento senza fronzoli, asciutto e incisivo, basato su due assunti principali: i corrotti sono altissime figure dell’allora esecutivo di Abuja, attualmente a processo in Nigeria, e il contratto siglato per la cessione della licenza era alquanto anomalo, perché aveva un prezzo fin troppo basso e delle condizioni a dir poco sbilanciate nei confronti delle multinazionali petrolifere.

I protagonisti in negativo di questa storia sarebbero l’ex presidente Goodluck Jonathan, l’ex ministro del petrolio (ed ex manager Shell) Diezani Alison-Madueke e l’ex ministro della giustizia Mohammed Adoke Bello. Quest’ultimo, accusato in patria di aver ricevuto un illecito compenso come contropartita per la concessione della licenza alle oil majors, è stato arrestato ed estradato da Dubai proprio per la corruzione relativa all’Opl 245. 

A Bello, come dimostrato dalle ricostruzioni documentali e dalle testimonianze in aula del colonnello della guardia di finanza Alessandro Ferri, sono state fatte dazioni in denaro che “non aveva alcun titolo di ricevere” dal dominus dell’intera operazione Dan Etete, l’ex ministro del petrolio dell’epoca del dittatore Sani Abacha e tra gli imputati a processo a Milano.

Etete si era di fatto auto-intestato la licenza, mettendola in capo alla sua società, Malabu. Oltre ai contanti a Bello, l’avvocato Lucia ha menzionato pagamenti a un senatore nigeriano e un bonifico di 10 milioni di dollari a Bajo Ojo, predecessore dello stesso Bello al dicastero della giustizia.

Tramite società di comodo, Etete ha movimentato ben 124 milioni di dollari per “faraoniche spese voluttuarie”.

Ma oltre il danno, la beffa. Non solo il miliardo e 100 milioni per la licenza non sono finiti nelle casse dello stato (ricordiamo che la cifra ammonta all’80 per cento del budget sanitario annuale), ma i suddetti politici hanno avuto un ruolo attivo nel negoziato solo per un tornaconto personale e di fatto facendo risparmiare miliardi a Eni e Shell, sia sul costo totale dell’operazione che sulle clausole contrattuali previste.

Afferma Lucia che “per Etete da una parte e per Adoke Bello dall’altra, le clausole contrattuali sono pressoché irrilevanti: Etete è totalmente disinteressato, l’ex ministro al massimo, ma solo alla fine, deve soltanto salvare le apparenze e – soprattutto – deve darsi da fare per tacitare gli organi tecnici Nnpc e Dpr che si mettono di traverso.

Per Eni/Shell le clausole contrattuali sono invece punti decisivi per il deal, tanto quanto il prezzo, perché hanno grande impatto economico e regoleranno la vita della licenza per i successivi 30 anni, a scapito delle entrate della repubblica federale di Nigeria”.

Le perizie di parte della Nigeria parlano di una valore della licenza di almeno 3,5 miliardi di dollari. Analisi indipendenti della Resources for development, svolte per conto di Re:Common e Global Witness conteggiano mancati introiti per la Nigeria a vantaggio delle società, viste le condizioni iper-vantaggiose per queste, tra i 4,5 e 5,9 miliardi di dollari.

Perciò, il punto diventerebbe pagare i politici piuttosto che versare il dovuto. Secondo l’avvocato Lucia, varie email “dimostrano con massima chiarezza che Shell e Eni conoscono bene i rapporti fra Etete e il presidente, la ministra del petrolio e il ministro della giustizia: si tratta di email esplicite”.

Per la parte civile non ci sono dubbi che il reato ipotizzato dai pm sussista, “perché Eni e Shell sono pienamente consapevoli del fatto che, per ottenere la firma sul contratto in termini favorevolissimi, pagano in sostanza Etete e che questi verserà ai pubblici ufficiali”.

Alla base di tutte queste evidenze, la Nigeria si rimette a un giudice civile, in caso di condanna penale, per la quantificazione del danno patrimoniale a partire da 3,5 miliardi, a cui andrebbe aggiunto un cospicuo danno morale e di immagine.

Nell’ambito del processo penale attualmente in corso, è stato però subito richiesto alla Corte una somma provvisionale esecutiva pari all’intero importo della presunta tangente (1,1 miliardi di dollari), avallando anche la richiesta dei pm di confisca per tutti gli imputati dei beni che costituiscono il profitto del reato.   

Ora la palla passa agli avvocati della difesa (13 persone fisiche e 2 giuridiche, Eni e Shell), che verosimilmente entro la fine dell’anno completeranno questa fase del processo che precede il giudizio finale.  

In video la terza puntata della trilogia di Dario Campagna e dei Lele Marcojanni sul “processo del secolo”, prodotta da Re:Common!
Guarda anche la prima e la seconda puntata.