Conflitto in Sudan
Una rappresentanza del Sudan revolutionary front gira l’Europa per tessere relazioni e per creare consenso sulla loro attività contro il regime di Khartoum. Nel suo giro, la delegazione si è fermata anche a Roma. Abbiamo incontrato i suoi vertici.

Una delegazione del Sudan revolutionary front (Srf) è in questi giorni in Europa per una serie di incontri con rappresentanti della politica, delle istituzioni e della società civile. La coalizione politica, nata nel 2011, riunisce le due fazioni principali del Sudan liberation movement e alcuni tra i più importanti gruppi ribelli sudanesi come il Justice and equality movement (Jem).  Si tratta, dunque, dei movimenti più attivi nell’opposizione al governo guidato da Omar El-Bashir, che si pongono come alternativa politica all’attuale esecutivo.

Ai rappresentanti europei hanno chiesto sostegno e un impegno urgente per «ripristinare la democrazia e il rispetto dei diritti umani in Sudan» e in un documento, consegnato anche ai giornalisti, hanno sintetizzato l’obiettivo politico della coalizione: «Spingere per un cambiamento democratico in Sudan, porre fine alle guerre nel paese affrontando le vere cause del conflitto, costruire un nuovo stato, un nuovo modello sociale, politico, economico e culturale che si basi sull’uguaglianza, l’equità sociale e il riconoscimento pieno delle diversità in Sudan».

 Il viaggio li ha portati anche in Italia – grazie alla collaborazione dell’associazione “Italians for Darfur” – dove li abbiamo incontrati, a Roma, al termine del loro colloquio a Palazzo Madama con il senatore di Sel Giuseppe De Cristofaro.

«Parlare con i politici italiani è una ottima opportunità per far capire al vostro popolo cosa sta accadendo in Sudan – ci spiega Mini Arko Minawiy, vicepresidente della coalizione. Stiamo attraversando un periodo molto critico. In Sudan, la situazione umanitaria è catastrofica e la guerra si è ormai estesa dal Darfur, alla regione del Nilo Azzurro, ai monti Nuba e Nord Kordofan. Il governo sudanese spende il 70% delle sue entrate in spese militari, mentre la maggior parte della popolazione vive sotto la soglia di povertà e il paese è economicamente al collasso».

Una situazione di instabilità che dovrebbe riguardare anche l’Europa e l’intera comunità internazionale, considerando, spiegano, che «il Sudan è stato l’incubatore del terrorismo in tutta l’area negli anni Novanta», mentre il Sudan revolutionary front «vuole invece lavorare per garantire la stabilità non solo in Sudan ma anche fuori dai confini nazionali. Tra di noi non ci sono forze islamiche o integraliste».

Nonostante le tante anime che la compongono, la coalizione, assicurano i suoi rappresentanti, ha unità di intenti politici e una base programmatica comune in politica economica e gode di un  notevole supporto da parte della popolazione sudanese. «L’Sfr si rivolge anche ai nuovi movimenti sociali sudanesi rappresentati dalle donne, dai giovani, dagli studenti e dai tradizionali e moderni attori politici», si legge nel documento, in cui si riassumono tutti i possibili “scenari” per il raggiungimento di un vero cambiamento nel paese: dalla lotta completamente pacifica all’opzione armata sostenuta da una mobilitazione popolare.

Oltre all’Italia – dove hanno incontrato politici di Sel, Pd e Movimento 5Stelle e la Comunità di Sant’Egidio – i rappresentanti del Srf hanno viaggiato in Francia, Germania, Finlandia, Olanda, Inghilterra. A tutti, spiega Mini Arko Minawiy, hanno ripetuto la stessa cosa: «Noi lottiamo contro l’oppressione del nostro popolo. La priorità in Sudan è la pace».