Ogni anno nel continente africano vengono prodotte e non dichiarate in media tra 321 e 474 tonnellate di oro, estratte in miniere artigianali e su piccola scala. Al maggio 2024 il valore di questa produzione sommersa è stato stimato tra 23,7 e 35 miliardi di dollari. Un business enorme analizzato in un recente report di SwissAid intitolato “On the trail of african gold” (Sulle tracce dell’oro africano).
Oltre alle migliaia di ASM (Artisanal and Small-scale Mining) in Africa operano 125 miniere che producono oro su scala industriale. L’oro africano tiene in piedi le economie di diversi paesi. Attorno vi gravitano però soprattutto gli affari e gli interessi di diversi paesi extra continentali, che se ne appropriano a prezzi bassissimi per poi raffinare la materia prima e commerciarla a prezzi molto più alti sui mercati internazionali.
Alla base della filiera ci sono milioni di minatori informali costretti a lavorare in condizioni al limite della sopportazione, andando ogni giorno incontro al rischio di ferirsi, ammalarsi o perdere la vita. In questi contesti di sospensione dei basilari diritti umani e di degrado ambientale, lo sfruttamento del lavoro minorile non è un’eccezione ma spesso la regola.
In anni in cui a livello globale è tornata a salire di giri la corsa all’oro, un bene rifugio affidabile che mantiene, e anzi aumenta, il proprio valore anche in fasi di crisi economica e geopolitica come quella attuale, l’obiettivo del report di SwissAid è fare luce su ogni singolo anello di questa filiera produttiva e rivolgere un appello ai governi africani affinché aumentino i controlli sulle condizioni di lavoro nelle miniere così come alle dogane, per verificare da dove proviene l’oro estratto e dove è diretto. Solo così si potrà arginare alla radice il contrabbando internazionale del prezioso minerale.
I numeri sulla produzione in Africa
Il dossier di SwissAid conferma che l’Africa è uno dei continenti in cui si estrae più oro. Nel 2022 le tonnellate prodotte sono state tra 991 e 1.144, pari a circa un terzo della produzione globale in quell’anno. Di questo oro, più della metà proviene da miniere artigianali e su piccola scala.
Da queste miniere 41 paesi africani su 54 ricavano almeno 100 chilogrammi di oro all’anno. Di questi 41 stati 15 non dichiarano però alcun tipo di produzione. Tra il 2012 e il 2022 la produzione sommersa è quasi raddoppiata in Mali e Burkina Faso e addirittura quintuplicata in Costa d’Avorio.
Le rotte dell’export
La maggior parte dell’oro prodotto in Africa su scala industriale viene esportata in Sudafrica, Svizzera e India, mentre l’80-85% di quello estratto nelle miniere artigianali è diretto negli Emirati Arabi Uniti. Dopo essere stato estratto, l’oro viene instradato lungo tre rotte. Nel numero minore di casi viene raffinato e commerciato all’intero dello stesso paese in cui viene estratto. Nella maggior parte dei casi, invece, viene esportato in paesi extra continentali, con in testa per l’appunto gli Emirati, seguiti da Svizzera, India, Turchia, Canada, Australia, Libano e Cina.
Il commercio intra-africano rappresenta solo circa il 20% del commercio complessivo con principale destinazione il Sudafrica. Quest’ultimo si conferma per distacco il primo esportatore di oro regolarmente dichiarato del continente. Dietro, a debita distanza, si piazzano Ghana e Guinea.
Crocevia Sudafrica
La stragrande maggioranza dell’oro che arriva in Sudafrica da altri paesi africani arriva alla Rand Refinery, raffineria con sede vicino a Johannesburg, l’unica del continente a essere certificata dalla LBMA (London Bullion Market Association), ente con sede nel Regno Unito che detta lo standard globale per le raffinerie di oro e argento in tutto il mondo. Questa raffineria gestisce quasi tutto l’oro importato formalmente dal Sudafrica, il 98% di quello estratto su scala industriale nel paese e il 90-95% di quello che viene raffinato e poi esportato.
Il principale acquirente dell’oro prodotto o trattato in Sudafrica è la Cina. Ci sono però ingenti quantità di oro che transitano per il Sudafrica sfuggendo ai tentativi di tracciamento. A dimostrarlo sono una serie di dati messi insieme da SwissAid. Uno di questi, in particolare, fa riflettere.
Tra il 2014 e il 2022 le importazioni di oro dal Sudafrica verso paesi extra continentali sono state superiori alla somma della produzione dichiarata dal governo, delle importazioni e della produzione artigianale e su piccola scala non dichiarata. Secondo SwissAid questa incongruenza dimostra che in Sudafrica circola anche oro contrabbandato soprattutto in paesi limitrofi, come lo Zimbabwe, che viene poi venduto al di fuori del continente.
L’hub emiratino
Gli Emirati Arabi Uniti sono uno dei principali hub internazionali del commercio di oro. Non a caso Dubai è soprannominata la Città dell’Oro con oltre venti raffinerie e oltre 7mila commercianti di metalli e pietre preziose, attivi in particolare al Dubai Gold Souk e nella zona franca del Dubai Multi Commodities Centre (DMCC).
Tra il 2012 e il 2022 le importazioni di oro africano da parte degli Emirati sono aumentate notevolmente, passando da 86,3 tonnellate a 204 tonnellate, con un picco registrato in particolare tra il 2015 e il 2016 (+166 tonnellate) dovuto in gran parte all’aumento delle importazioni da Egitto, Libia e, in misura minore, Ghana.
Secondo il report di SwissAid buona parte dell’oro che gli Emirati acquistano dall’Africa arriva da zone in cui sono in corso conflitti.
Ben 18 paesi africani da cui gli Emirati comprano oro compaiono infatti nell’elenco CAHRA (Conflict-Affected and High-Risk Areas) stilato dall’Unione Europea con il Regolamento UE 2017/821. Si tratta di Burkina Faso, Burundi, Camerun, Ciad, Egitto, Etiopia, Eritrea, Libia, Mali, Mozambico, Niger, Nigeria, Repubblica Centrafricana, Repubblica democratica del Congo, Somalia, Sudan, Sud Sudan e Zimbabwe.
Nel 2022 da questi paesi gli Emirati si sono fatti recapitare 317 tonnellate di oro. Parte di questo oro arriva loro direttamente. Un’altra parte, invece, lo fa per “vie traverse”. SwissAid ha ricostruito, ad esempio, che agli Emirati è arrivato oro estratto in Zimbabwe e passato per il Sudafrica. Ma non solo.
La maggior parte dell’oro proveniente dalla Rd Congo prima di arrivare a destinazione è stato contrabbandato tra Uganda, Rwanda e, in misura minore, Burundi. Quello proveniente dalla Repubblica Centrafricana è transitato invece per il Camerun e il Rwanda.
L’oro si muove in diversi modi. Su voli di linea o a bordo di jet privati, stipato in stiva oppure nascosto nei bagagli trasportati dai passeggeri a mano. L’aeroporto internazionale di Dubai è lo scalo ideale per questi traffici essendo collegato con voli diretti con la maggior parte dei paesi con cui gli Emirati sono in affari.
Il contrabbando
Su un business così lucroso non poteva non mettere gli occhi il gruppo mercenario russo Wagner, oggi sostituito quasi integralmente da Africa Corps, nuova entità militare plasmata dal Cremlino. I mercenari russi controllano miniere e traffici di oro in Repubblica Centrafricana, Sudan e Mali.
Nel 2022 in Africa oltre 435 tonnellate di oro sono state contrabbandate e hanno varcato i confini continentali al ritmo di più di una tonnellata al giorno. Un business illecito del valore di circa 30 miliardi di dollari. I traffici si concentrano soprattutto tra Mali, Ghana e Zimbabwe. E il principale acquirente, anche su questo fronte, restano gli Emirati Arabi Uniti.
Considerato che la maggior parte dei carichi di oro trafficati illegalmente transita per gli aeroporti raggiungendo un numero limitato di paesi extra continentali, e che solo un circoscritto numero di istituzioni pubbliche e aziende controlla esportazioni e commercio, anche in Africa sulla carta non dovrebbe essere eccessivamente complicato controllare in modo più rigido e capillare questo settore. Eppure i passi in avanti in tal senso restano timidi. Segno che un mercato sregolato fa comodo a tanti. Dentro e soprattutto oltre i confini africani.