Fondazione Nigrizia ETS ha partecipato alla consultazione pubblica promossa dalla Commissione europea per la definizione delle linee guida di attuazione della Direttiva (UE) 2024/1760 sul dovere di diligenza delle imprese ai fini della sostenibilità (Corporate Sustainability Due Diligence Directive – CSDDD).
La consultazione rappresenta un passaggio importante per rendere la direttiva più efficace e concretamente applicabile. Si tratta di una normativa ottenuta dopo anni di mobilitazione da parte di organizzazioni della società civile europea e del Sud Globale, che hanno chiesto regole più rigorose per le grandi imprese operanti sui mercati europei.
Troppo spesso, infatti, le violazioni dei diritti umani e dell’ambiente che avvengono nelle prime fasi della catena di approvvigionamento (supply chain) rimangono invisibili lungo il processo produttivo e finiscono per essere incorporate in prodotti commercializzati in Europa come se fossero pienamente sostenibili.
Non si allarghino le maglie sulla sostenibilità d’impresa
Negli ultimi mesi, tuttavia, il quadro normativo è stato significativamente ridimensionato. Con il cosiddetto pacchetto Omnibus, la Commissione europea ha proposto una forte semplificazione della legislazione sulla sostenibilità d’impresa, con l’obiettivo dichiarato di rafforzare la competitività delle aziende europee.
Tra le modifiche più controverse vi è la drastica riduzione del numero di imprese soggette agli obblighi di due diligence, limitandoli alle società di dimensioni molto maggiori rispetto a quanto previsto dalla direttiva originaria, oltre a un alleggerimento di diversi obblighi di controllo lungo la catena del valore.
Per questo motivo, le organizzazioni della società civile continuano a chiedere che la direttiva mantenga la sua capacità di prevenire e contrastare gli abusi. La consultazione pubblica rappresenta un’occasione importante per contribuire alla definizione di linee guida che rendano la normativa realmente efficace. Una sezione specifica della consultazione riguarda, infatti, i paesi in conflitto e le aree ad alto rischio (Conflict-Affected and High-Risk Areas – CAHRAs).
Il Sudan e la filiera dell’oro
In questo contesto, Fondazione Nigrizia ETS ha portato all’attenzione della Commissione il caso del Sudan, evidenziando il legame tra la guerra in corso, la gravissima crisi umanitaria e il commercio illecito dell’oro.
Secondo la Fondazione, l’oro rappresenta oggi la principale fonte di finanziamento delle parti in guerra. Gran parte della produzione lascia il Sudan attraverso reti di contrabbando e circuiti commerciali opachi, transitando soprattutto attraverso gli Emirati Arabi Uniti, dove l’origine del metallo viene spesso “ripulita” prima di essere riesportato verso i mercati internazionali, compreso quello europeo.
In queste condizioni, limitare gli obblighi di verifica ai fornitori diretti risulta del tutto insufficiente.
Le filiere dell’oro proveniente da contesti di conflitto sono infatti caratterizzate da molteplici passaggi commerciali, intermediari e hub di raffinazione che rendono estremamente difficile risalire all’origine del minerale.
Le discrepanze tra i dati di esportazione e importazione mostrano inoltre che una parte consistente dell’oro sudanese lascia il paese senza alcuna registrazione ufficiale, mentre grandi quantità di oro africano di origine illecita continuano a entrare nelle filiere globali.
Le richieste di Fondazione Nigrizia
Per questo motivo, Fondazione Nigrizia chiede che le future linee guida europee riconoscano come “aree ad alto rischio” non soltanto i paesi in guerra, ma anche i principali paesi di transito, raffinazione e commercializzazione dell’oro, come gli Emirati Arabi Uniti e, a seconda dei casi, anche Turchia, India e Hong Kong.
La Fondazione propone inoltre di introdurre nuovi indicatori di rischio (red flags) che aiutino le imprese a individuare le filiere sospette, tra cui:
- significative discrepanze tra statistiche di esportazione e importazione, indicative di fenomeni sistematici di contrabbando;
- persistente mancanza di trasparenza e tracciabilità della filiera;
- controlli doganali deboli e sistemi di verifica indipendente inefficaci;
- mercati dell’oro basati prevalentemente su transazioni in contanti e con scarsa vigilanza regolatoria;
- prove che i proventi del commercio minerario finanzino gruppi armati o attori militari;
- documentata incapacità delle autorità di contrastare i flussi illeciti di minerali.
Infine, Fondazione Nigrizia sottolinea che l’oro richiede un approccio specifico e distinto rispetto ad altri minerali da conflitto, come stagno, tantalio e tungsteno (i cosiddetti minerali “3T”). I principali rischi, infatti, non si concentrano nei siti estrattivi, ma nelle fasi successive di raffinazione, commercio e riciclaggio dell’origine del metallo.
Per questo l’Unione Europea dovrebbe dotarsi di un regime di due diligence specifico per l’oro, capace di rafforzare i controlli sulle raffinerie, sugli hub commerciali e sui prodotti derivati, integrando – e non sostituendo – l’attuale normativa sui minerali da conflitto.