Espulsi dagli Stati Uniti, bloccati per settimane a Gibuti e infine deportati in Sud Sudan. È il destino toccato a otto immigrati, condannati negli USA per reati tra cui omicidio, violenza sessuale e rapina che avevano terminato o erano in prossimità di scontare la pena detentiva.
Solo uno di loro, però, è cittadino sudsudanese. Gli altri sono originari di paesi ben lontani dall’Africa: Myanmar, Cuba, Vietnam, Laos e Messico.
Proprio la loro deportazione in un paese terzo è stata al centro di un’accesa battaglia legale negli USA, terminata con la sentenza definitiva della Corte Suprema che ha convalidato il loro trasferimento in Sud Sudan.
Dopo essere rimasti bloccati per diverse settimane nella base militare americana di Gibuti, gli otto uomini sono così stati trasferiti a Juba il 5 luglio scorso, in una struttura civile sorvegliata dalla polizia e dal servizio di intelligence nazionale.
Non è chiaro quale sarà il loro destino, visto che il paese non dispone di centri pensati appositamente per ospitare persone deportate da altri paesi.
Insicurezza, conflitti e fame
Il Sud Sudan non è del resto un paese sicuro nemmeno per gli stessi suoi cittadini. Governato dall’indipendenza, nel 2011, da un’élite corrotta e clepto-criminale accusata di sistematiche violazioni dei diritti umani, è perennemente sull’orlo di una nuova guerra civile dopo quella che tra il 2013 e il 2018 provocò 400mila morti con 2,4 milioni di rifugiati e quasi altrettanti sfollati interni.
Un paese tutt’ora segnato da combattimenti e operazioni militari che nelle regioni del nord-est hanno contribuito ad aggravare l’emergenza umanitaria. Un paese in cui “7,7 milioni di persone, pari a circa il 57% della popolazione, stanno affrontando livelli di fame in condizioni di crisi, emergenza o catastrofici. Con un numero senza precedenti di bambini (2,3 milioni) che è a rischio di malnutrizione”, stando agli ultimi dati diffusi da Stephane Dujarric, rappresentante del segretario generale delle Nazioni Unite António Guterres.
Una crisi che colpisce in modo particolare lo stato dell’Upper Nile dove “si stima che oltre 1 milione di persone soffrano di fame acuta, tra cui oltre 30mila persone che stanno già sperimentando livelli di fame catastrofici, il livello più alto di insicurezza alimentare secondo la scala di classificazione integrata della sicurezza alimentare (IPC5)”, ha affermato Dujarric.
“Questa cifra – ha precisato ancora il funzionario ONU – è triplicata da quando è scoppiato il conflitto armato a marzo, innescando sfollamenti di massa, anche oltre confine, in Etiopia, dove il Programma alimentare mondiale sta fornendo aiuti alimentari a circa 50mila persone” fuggite dai combattimenti.
Gli otto uomini sono stati deportati in un paese in cui lo stesso Dipartimento di stato americano sconsiglia ai propri cittadini di viaggiare a causa di “criminalità, rapimenti e conflitti armati”. E dove il 92% della popolazione vive al di sotto della soglia di povertà, ovvero con meno di due dollari al giorno.
Ma per Trump e la sua amministrazione è un paese sicuro in cui scaricare persone non gradite negli USA. Lo aveva già fatto alcuni mesi fa, minacciando la revoca di tutti i visti di cittadini sudsudanesi negli Stati Uniti se il governo di Juba non avesse accettato di accogliere un primo gruppo di deportati.
Secondo fonti di stampa, inoltre, Washington sarebbe in trattative per ulteriori deportazioni anche in Rwanda, Benin, Angola, Guinea Equatoriale, Eswatini e, fuori dal continente africano, in Moldavia.
La battaglia legale negli USA
Come detto, gli otto uomini espulsi dagli Stati Uniti sono stati al centro di un’accesa battaglia nei tribunali che ha messo in dubbio la legalità di tali trasferimenti, già avvenuti, tra l’altro anche in Costa Rica e Salvador.
Il gruppo era stato espulso dagli USA alla fine di maggio, ma l’aereo su cui viaggiavano, diretto a Juba, era stato dirottato a Gibuti dopo che un giudice distrettuale di Boston aveva bloccato l’espulsione.
Ma il 3 luglio scorso, la Corte Suprema si è espressa con un parere “vincolante” a favore della deportazione, annullando la sentenza del giudice.
A nulla è valso il ricorso, depositato la sera stessa, in cui si sosteneva che i ripetuti tentativi del presidente Trump di deportare gli uomini in Sud Sudan erano “inammissibilmente punitivi”, sottolineando il divieto di “punizioni crudeli e inusuali” previsto dalla Costituzione.
Gli otto erano dunque ripartiti verso la loro destinazione finale.
La sentenza della scorsa settimana è stata la seconda nella quale la Corte Suprema, a maggioranza conservatrice, ha stabilito che l’amministrazione Trump può deportare persone in paesi al di fuori della loro patria.