Questo articolo è uscito nel numero di Nigrizia di giugno 2026.
C’è un’opera mai tradotta in Italia che aiuta a capire le dinamiche che hanno forzato – e forzatura non a caso – l’evoluzione dell’idea di genere nelle comunità africane in epoca coloniale. Il testo in questione è The invention of women (University of Minnesota Press, 1997), ovvero “l’invenzione delle donne”. La motivazione del lavoro è spiegata già in copertina: «Dare un senso africano ai discorsi occidentali di genere». L’autrice è la sociologa e ricercatrice nigeriana Oyèrónke Oyewùmí.
Nel suo lavoro Oyewùmí offre una potente critica all’applicazione delle idee occidentali al resto del mondo. In particolare sostiene che il genere, così come inteso nelle società occidentali, è stato imposto attraverso il colonialismo alle strutture sociali yoruba, proprie cioè di questa popolosa comunità che si concentra nel sudovest della Nigeria.
La sua ricerca dimostra che originariamente, nell’organizzazione sociale della società yoruba il genere non contribuiva in modo decisivo alla differenziazione sociale, come facevano invece altri elementi come l’età, la spiritualità, la discendenza. Questo, evidentemente, mette in discussione l’assunto che categorie come uomo e donna siano universali.
In questo libro, che è anche un testo base per il femminismo africano, la sociologa sostiene che il dominio coloniale britannico impose alla società yoruba una rigida dicotomia di genere basata sul sesso biologico. Gli amministratori britannici ridefinirono dunque quella società attraverso leggi e costumi che inquadravano le persone nelle categorie di “uomini” e “donne”. Invece, nella lingua yoruba è utilizzato il suffisso comune “rin” di obìnrin (donna) e kùnrin (uomo), che implica quindi un’umanità comune inerente a due diversi tipi di anatomia.
Quando afferma l’assenza di genere nel mondo yoruba precoloniale, la studiosa esprime una soggettività, sviluppata nella filosofia africana, profondamente relazionale, fluida e non polarizzata, e quindi non riducibile alla rigida gerarchica e stabile dicotomia del sistema occidentale coloniale. La dicotomia concettuale e linguistica occidentale non solo determinò approcci ideologici diversi ma incise anche sui diritti di proprietà e di eredità, concentrati nelle mani maschili attraverso la successione patrilineare.
Tutto questo, secondo la studiosa, da un lato riproduceva norme e divisioni tipiche della società britannica, dall’altro servì a concreti obiettivi coloniali, creando gerarchie di proprietà e autorità chiare e vincolanti che permisero l’espropriazione delle terre, la tassazione e un controllo amministrativo più rigido.
Il lavoro della sociologa nigeriana fa comprendere come durante l’epoca coloniale, si siano operate imposizioni e distorsioni della realtà, e non solo in Nigeria. Ma fa capire anche come queste distorsioni siano state assimilate e i suoi effetti continuino ad agire e a essere presentati come endogeni.
Il lavoro di Oyewùmí è come un ponte tra i sistemi di pensiero africani e il femminismo africano ma anche una decostruzione della diffusa convinzione che il femminismo sia “anti-africano”. Di fatto – come affermato in alcune analisi del suo pensiero – gli studi della ricercatrice nigeriana mettono in luce, tra le altre cose, il modo in cui certe culture e sistemi di pensiero africani siano stati, o comunque potrebbero essere considerati, particolarmente favorevoli a forme progressiste di equivalenza (ed equità) di genere.
Resistere, resistere, resistere
Nata nel 1957 in Nigeria e formatasi presso l’Università di Ibadan, Oyèrónké Oyěwùmí è stata una delle poche studentesse nere a ricevere un dottorato presso l’Università di Berkeley, negli Stati Uniti. Il suo lavoro è stato improntato sulla rilettura del genere. «Volevo capire la connessione tra le strutture familiari e la colonizzazione», ha detto per spiegare l’origine dei suoi studi, che mirano a capire come è nata la subordinazione delle donne nelle società, visto che nelle comunità yoruba, da lei studiate, le cose erano alquanto differenti prima dell’influenza britannica.
Imperialismo e colonialismo, ha affermato, si sono impegnati a «dividere gli esseri umani e dare più valore ad alcuni e meno ad altri, e le donne africane sono al fondo del totem della gerarchia globale. Quindi dobbiamo creare spazi per parlare di noi stesse, agire per noi stesse e resistere, resistere, resistere». Negli anni Oyěwùmí ha ricevuto numerosi premi. Tra i più recenti il Distinguished Africanist Award 2021 dall’African Studies Association statunitense.