Dal mensile: Burundi / Ritorno al passato?
Un gruppo ribelle ha aperto le ostilità contro il governo, denunciando che dal 2010 centinaia di ex guerriglieri hutu sono stati uccisi dalle forze di sicurezza. Associazioni umanitarie confermano la gravità della situazione. Sullo sfondo il tentativo del presidente Nkurunziza di puntare al terzo mandato.

Il Burundi sta rischiando di ripiombare nella guerra civile. «Il paese è oggetto di minacce terroristiche», avverte l’ambasciata di Francia, che raccomanda di evitare i luoghi pubblici, come le stazioni delle autolinee, i mercati e i bar. Sconsiglia anche di viaggiare di notte fuori della capitale Bujumbura per il fatto che, dopo le sei di sera, le strade non sono più controllate dalle forze dell’ordine e tutte le province conoscono «problemi ricorrenti di banditismo».

Gruppi armati imperversano nelle province di Bubanza e di Cibitoke, nel nord-est del paese, vicino alla frontiera congolese, in particolare lungo la foresta di Kibira. Gli stessi funzionari Onu sollecitano scorte armate per uscire da Bujumbura. Gli incidenti sono molti, anche se spesso ignorati dai media ufficiali.

La situazione è andata peggiorando a partire dalle elezioni amministrative del giugno 2010, ritenute irregolari dall’opposizione. Uno dei maggiori leader, Agathon Rwasa, capo degli ex ribelli delle Forze nazionali di liberazione (Fnl), ha lasciato il paese. Si sospetta che si sia dato alla macchia, quattro anni dopo la firma di un cessate-il-fuoco con il potere. Nel 2011, gli attacchi sono raddoppiati quanto a intensità, culminando con l’uccisione, a settembre, di una trentina di persone a Gatumba, nei pressi della capitale.

Un anno dopo, il 3 settembre scorso, un comunicato stampa diffuso dallo stato maggiore dell’Fnl annuncia ufficialmente la ripresa della guerra, all’indomani di un attacco con razzi contro una postazione dell’esercito vicino all’aeroporto di Bujumbura. Secondo dei testimoni, gli assalitori erano almeno una cinquantina e i soldati non sono stati in grado di opporre resistenza. Non si sarebbero registrate vittime.

Il comunicato Fnl giustifica la ripresa dei combattimenti denunciando che dal 2010 parecchie centinaia di ex guerriglieri hutu (etnia bantu, maggioritaria nel paese) sono stati uccisi dalle forze di sicurezza burundesi. E questi fatti sono confermati dal rapporto 2012 di Human Rights Watch, mentre il Consiglio di sicurezza dell’Onu parla di 80 casi dal 2010.

Gli assassini, secondo l’Onu, sarebbero membri della polizia, dell’esercito, dei servizi segreti burundesi o appartenenti alla Lega dei giovani del Consiglio nazionale per la difesa della democrazia-Forze di difesa della democrazia (Cndd-Fdd), il partito del presidente Pierre Nkurunziza, anch’esso a dominante hutu.

Pierre Claver Mbonimpa, presidente dell’Associazione per la protezione delle persone detenute e dei diritti umani, sostiene che le vittime sono state prima gettate in celle della polizia e in seguito condotte nelle foreste dove hanno subito torture. Alcuni corpi, smembrati, sono stati ritrovati nei fiumi.

Per qualche giorno la confusione l’ha fatta da padrona riguardo all’autenticità delle rivendicazioni. Infatti la dichiarazione dell’Fnl non è firmata da Agathon Rwasa ma dal “generale” Aloys Nzabampema, ex comandante della guerriglia della zona ovest. Annunciando di voler mettere fine alla «politica di sterminio dei membri dell’Fnl», Nzabampema chiama il popolo burundese alla resistenza e chiede alla comunità internazionale di smetterla di tacere mentre i militanti Fnl sono massacrati come «bestie feroci».

Il comunicato denuncia anche la distruzione dei partiti dell’opposizione, e la pressione e, talora, l’arresto di giornalisti e di membri della società civile. Infine viene denunciato, oltre alla frode elettorale del 2010, lo spreco di denaro pubblico, la corruzione e le malversazioni economiche commesse dalla «cricca» del presidente Nkurunziza.

 

Opposizione

Sotto molti aspetti, queste critiche ricalcano quelle dei nove partiti dell’opposizione, diretti sia da hutu che da tutsi (etnia di origine camitica, minoritaria nel paese), che hanno formato la coalizione denominata Alleanza democratica per il cambiamento (Adc-Ikibiri). Tuttavia, il portavoce dell’Fnl, Aimé Magera, ha preso le distanze dal generale ribelle, evocando una «manipolazione» da parte delle autorità. Magera ribadisce che l’Fnl si è sbarazzata del proprio braccio armato nel 2009 e che Nzabampema non è autorizzato a parlare a nome dell’Fnl. Jaques Bigirimana, segretario generale di un’ala dissidente dell’Fnl, diretta da Emmanuel Miburo, afferma di non aver nulla a che fare con Nzabampema. Allo stesso modo, molti responsabili di Adc-Ikibiri hanno condannato la dichiarazione.

Questa reazioni si spiegano con il timore che la dichiarazione del generale inneschi rappresaglie da parte dell’esercito contro i militanti della coalizione, compresi quelli dell’Fnl. Del resto, l’Associazione per la protezione dei diritti umani afferma che nel paese ci sono più di 400 prigionieri politici, la maggior parte militanti dell’Fnl.

Nate come braccio armato del Partito per la liberazione del popolo hutu (Palipehutu), fondato nel 1980 da Rémi Gahutu, le Forze nazionali di liberazione si sono divise in due segmenti, quello di Rwasa e quello di Miburo. Ma non è affatto certo che Rwasa, che si nasconderebbe in Rd Congo, sia in disaccordo con Nzabampema. E infatti non lo ha disconosciuto quando, all’inizio di settembre, il generale ha diffuso una registrazione audio che intimava a Nkurunziza di lasciare il potere.

In ogni caso, Pierre Claver Mponimpa e un diplomatico occidentale prendono sul serio la minaccia di Nzabampema. E la divisione dell’Fnl (mille combattenti sono disseminati in Burundi e nel Sud-Kivu) non facilita un’eventuale ricerca di una ricomposizione negoziata.

Lo scenario di una manipolazione, ordita dal potere costituito, lascia comunque scettici. Anche perché le autorità tendono piuttosto a negare il carattere politico dell’insicurezza, addebitata a dei «banditi armati», e la minimizzano per tener buoni i finanziatori internazionali.

Questo ritorno di tensione avviene nel contesto dei tentativi da parte di Nkurunziza (eletto presidente nel 2005 e nel 2010) di perpetuarsi al potere. Lo scorso agosto, ha annunciato l’intenzione di emendare la costituzione (l’articolo 96 prevede solo due mandati) per potersi presentare per un terzo mandato nel 2015.


 



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