Instabilità permanente

La crisi armata di fine anno, con i ribelli alle porte di Bangui, aveva portata alla nascita di un governo di unità nazionale transitorio. Nel frattempo il paese reale sprofonda nella miseria. L'analisi paese in Nigrizia di febbraio.

Uno dei paesi più isolati. Dimenticati. Agli ultimi posti per qualità della vita. Per livello di corruzione. Per la rivista americana Forbes è perfino la nazione più triste al mondo.

La Repubblica Centrafricana (Rca) sta attraversando l’ennesima crisi. Con una guerra civile evitata per un soffio, con i ribelli a un passo dalla capitale Bangui. Conflitto depotenziato dagli accordi di pace di Libreville (vedi box), dell’11 gennaio scorso. Che hanno scalfito l’autismo del presidente François Bozizé, arrivato al potere con le armi il 15 marzo del 2003 e che s’è poi fatto legittimare dalle urne nelle elezioni presidenziali del 2005 e del 2011.

Le speranze di pacificazione sono ora riposte in un governo di unità nazionale, l’ennesimo in un’ Africa che detiene ormai il copyright sulla forma di co-gestione del potere in situazioni di emergenza. L’esecutivo, guidato dall’avvocato Nicolas Tiangaye (vedi box), dovrebbe durare 12 mesi, per terminare con l’organizzazione di nuove elezioni legislative. Un governo con tutti dentro: ribelli e uomini del presidente; opposizioni, società civile e militari. Un’alchimia che dovrebbe produrre il miracolo della stabilità. Miraggio negli ultimi 50 anni per un paese, nato dai ritagli dell’Africa Equatoriale francese, che ha avuto come elemento di continuità l’instabilità permanente. Nel periodo post-coloniale si sono susseguiti regimi autoritari che hanno dato vita a uno stato predatore, in cui l’unica possibilità di arrivare al potere e di mantenerlo è stato il ricorso alla violenza. Il Centrafrica, in questo senso, incarna perfettamente il “paradigma Africa”, dove la lotta per il potere segue troppo spesso il classico trittico: ribellione-potere-ribellione.

 

Lo scoppio della crisi

La crisi scoppia virulenta il 10 dicembre scorso. Il movimento Séléka (alleanza in lingua songo), originario del nord-est del paese, attacca e conquista Ndélé. Da lì parte una marcia che porta i ribelli a conquistare, senza incontrare ostacoli, una decina di cittadine del nord, del centro e dell’est. Il 26 dicembre sono dalle parti di Damara, ultima città prima della capitale e da sempre considerata una linea rossa invalicabile.

Scatta l’allarme internazionale. Si mobilitano i paesi della Comunità economica dell’Africa centrale (Ceeac) che temono un’eccessiva instabilità della regione. Il Ciad invia proprie truppe. Pure Pretoria, per un patto siglato nel 2007 con Bangui, invia 400 militari sudafricani. Parigi spedisce circa 600 militari a garanzia dei francesi espatriati. Più fonti, tra cui il Fondo Onu per l’infanzia (Unicef), denunciano che migliaia (2.500-3000) di bambini sono reclutati sia dai gruppi ribelli sia nelle milizie pro-governative. Le tensioni raggiungono l’acme quando i giovani patrioti fedeli a Bozizé minacciano le ambasciate francese e statunitense. Che chiudono.

Sui media, anche italiani, si scopre allora che un altro paese africano sta sprofondando nel baratro. Dopo qualche giorno di allarme, tuttavia, le tensioni a Bangui sono inghiottite e dimenticate dall’attenzione diplomatica e mediatica, monopolizzata dal conflitto maliano-saheliano.

Ma la crisi in Rca scoppia improvvisa? Per nulla. Erano numerosi i focolai gravidi di potenziali destabilizzazioni. Questo paese è da anni spezzato in due, con il nordest – dai confini porosi con Ciad e Sudan e a maggioranza islamica – controllato, di fatto, dai ribelli. Troppo vasto il territorio (grande due volte l’Italia, con soli 4 milioni e mezzo di abitanti) per essere governato dalla capitale, tenuto conto dei mezzi umani, tecnici e finanziari di cui dispone Bangui. Gruppi armati, al cui interno si trova di tutto anche semplici banditi predatori, da anni conducono scorribande, razzie. Nel 2007 e nel 2008 (accordi di Birao e Libreville) il governo firma una pace con i ribelli. Il piano comune per la ricostruzione politica ed economica del paese si basa su due pilastri: un programma di disarmo, smobilitazione e reintegrazione degli insorti nell’esercito regolare per porre fine alla ribellione del nord; un’ampia riforma del settore della sicurezza per garantire allo stato il monopolio del potere coercitivo sul territorio nazionale.

Seleka è una piattaforma rivendicativa dei dimenticati del programma di smobilitazione delle milizie. È un’alleanza artificiale, eterogenea, divisa da odi etnici, ma unita contro Bozizé. Nasce l’estate scorsa e comprende i dissidenti della Convenzione dei patrioti per la giustizia e la pace (Cpjp), dell’Unione delle forze democratiche per l’unità (Ufdr), del Fronte democratico del popolo centrafricano (Fdpc) e della Convenzione patriottica di salvezza del Kodro (Cpsk). Recluta essenzialmente in seno all’etnia goula e ronga. S’è data per capo un vecchio funzionario centrafricano degli anni ’60, Michel Am Nondokro Djotodia, formato a Mosca ed ex console a Nyala, nel sud Darfur. Aveva già partecipato a un tentativo di golpe nel 2006, prima di trovare rifugio nel Benin.

Seleka si muove militarmente verso Bangui proprio per denunciare il mancato rispetto degli accordi di Birao e Libreville. Ma i suoi obiettivi cambiano in corso d’opera. Con l’avanzare verso la capitale – occupando città strategiche per il commercio dei diamanti e come granai per Bangui – gli insorti si accorgono di essere più forti e meglio equipaggiati dell’esercito straccione e fantasma di Bozizé. Così modificano la strategia: oltre all’immediato ritiro di tutte le truppe straniere presenti sul territorio centrafricano (ad eccezione dei militari della forza multinazionale dell’Africa centrale), chiedono che il presidente lasci la presidenza e che venga portato davanti alla Corte penale internazionale.

 

Scenari ivoriani

Per Bozizé, 66 anni, è il ritorno di un incubo che lo ossessiona dalla sua ascesa al potere: essere cacciato da un putsch militare. Definisce, quelli con cui oggi governa, dei «mercenari terroristi». Non potendo contare su un esercito serio (corruzione dello stato maggiore, mancanza di armi e munizioni, un anno di arretrati nei pagamenti dei salari e pessime condizioni di vita nelle caserme) tenta la strada ivoriana, stile Gbagbo: fa appello ai giovani patrioti e ai seguaci religiosi. Arma i giovani di Bangui (anche con i machete donati dalla Cina e da impiegare in agricoltura) al motto: bisogna fermare gli stranieri. Distilla il veleno della xenofobia e accusa i ribelli di estremismo religioso. Argomento che dovrebbe attirare l’attenzione occidentale. Oltre alle sedi diplomatiche francese e americana, viene attaccato il quartiere islamico della capitale. Tutto inutile. Bozizè è isolato e con i ribelli alle porte. Le pressioni di Ciad, Gabon e Congo (il cui presidente Denis Sassou-Nguesso è il vero mediatore della crisi) lo costringono a desistere. Ma il presidente ottiene l’insperabile: restare in carica fino al termine del suo mandato, nel 2016. Anche se deve cedere lo scettro della gestione quotidiana del paese alle opposizioni. E il ministero della difesa agli arcinemici di Seleka. La Francia assiste a tutto questo con occhio attento. Ma è defilata. Considera il Centrafrica la cenerentola tra le sue ex colonie (la francese Areva ha abbandonato, nell’ottobre 2012, la miniera di uranio di Bakouma, nel sudest del paese). Manda un po’ di suoi uomini. Hollande, tuttavia, si mostra freddino: «Se noi siamo presenti non è per proteggere un regime, ma i nostri cittadini e i nostri interessi. Non vogliamo intrometterci negli affari di un paese». Ma nel suo eterno gioco a poker, l’Eliseo ha certamente sponsorizzato gli oppositori di Bozizé (leader del Kwa na Kwa, “Solo il lavoro”) accusato di aver adottato in passato una linea troppo anti-francese. Idriss Déby Itno, presidente del Ciad, ne è convinto: dietro i tentativi di destabilizzare Bangui c’è la mano di Parigi. Secondo i servizi ciadiani, l’Eliseo seguirebbe una strategia regionale che prevede il cambiamento di regime sia in Rca sia in Ciad. Colpevole, quest’ultimo, di aver impedito lo sfruttamento petrolifero alla Total, favorendo aziende americane e cinesi. La Francia, poi, ospita entro i suoi confini il comitato politico di Seleka (Eric Neris-Massi coordinatore internazionale e François Nelson Ndjadder, coordinatore europeo), che ha sede a Parigi, registrato presso la magistratura come associazione culturale di immigrati centrafricani.

 

Terreno di scontro

È impervio, ora, il compito che si trova di fronte il neo premier Tangaye, nominato con decreto presidenziale il 17 gennaio scorso. La Repubblica Centrafricana è da sempre un campo di battaglia. Non solo metaforico. Sul suo territorio sono presenti molti, troppi attori regionali con i loro interessi da difendere. Sono praticamente in pianta stabile le truppe ciadiane, che hanno sventato in questi anni gli attacchi ribelli contro il regime di Bozizé. Bangui, di fatto, è diventata nel tempo la periferia della periferia africana, avendo N’Djamena il controllo delle iniziative assunte nella capitale centrafricana. Il nord del paese è stato poi per anni destabilizzato dal confronto armato tra le milizie ciadiane e sudanesi, in conflitto anche per il Darfur. I due paesi hanno creato, armato e finanziato numerosi gruppi ribelli che hanno contribuito a rendere insicura la regione, con effetti negativi soprattutto per il Centrafrica, asse strategico tra i due contendenti. La prefettura di Vakago, nel nord del paese, è da anni in balia di questi gruppi che tranquillamente l’attraversano per sferrare i loro attacchi negli altri due paesi vicini.

La zona che circonda il Centrafrica è tra le più calde al mondo: Sud Sudan, la regione dell’Equatore (nell’Rd Congo), il sud del Ciad fino all’estremo est del Camerun. Una regione che ospita molti campi di rifugiati o profughi, vittime di una doppia violenza visto che nell’ultimo mese sono stati colpiti anche dall’avanzata dei ribelli di Seleka. Medici senza frontiere definisce «senza fine» la crisi umanitaria in Rca.

In Centrafrica sono pure presenti le truppe d’élite dell’esercito ugandese, finanziate dall’Onu per intercettare e uccidere i ribelli dell’Esercito di resistenza del Signore (Lra) di Joseph Kony che hanno basi nel sud del paese. Ancora il 23 dicembre scorso si è registrata un’azione criminale nel villaggio orientale di Bani, dove sono state uccise tre persone e rapita una dodicenne.

L’ex presidente François Bozizé (a destra nella foto), con Michel Am Nondokro Djotodia quando entrambi facevano parte del governo di unità nazionale

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