Sud Sudan
A gambe all’aria le trattative per risolvere una crisi che dura dall’inizio del 2014. Intanto un documento non ufficiale di una commissione dell’Unione africana, diffuso dalla Reuters, attribuisce al presidente Kiir le maggiori responsabilità dell’innesco del conflitto.

Dopo 15 mesi di guerra e 14 di serrate trattative, la soluzione della crisi sudsudanese è ancora molto lontana, forse più lontana che mai.

Il 5 marzo, ultimo termine deciso dai mediatori dell’Igad – l’organizzazione regionale impegnata a facilitare la soluzione del conflitto – e accettato dai due contendenti, il presidente Salva Kiir (foto) e l’ex vicepresidente Rieck Machar, è passato senza che nessun passo avanti sia stato fatto, nonostante le crescenti pressioni internazionali. Sanzioni, seppur individuali, sono state minacciate dagli Stati Uniti che finora si erano opposti al provvedimento, aprendo così la strada a misure internazionali che potrebbero limitare i movimenti e congelare i beni all’estero di chi sarà ritenuto responsabile della crisi e della sua mancata soluzione.

Ora le trattative sono aggiornate sine die, e probabilmente anche il tavolo di mediazione sarà rivisto. I membri dell’Igad hanno dichiarato che continueranno a perseguire una soluzione negoziata attraverso l’Unione africana e l’Onu, dunque, eventualmente, con un mandato più forte e globale.

Lo stesso giorno del collasso delle trattative di pace veniva fatto pervenire all’agenzia Reuters una bozza del lungamente atteso rapporto di una commissione istituita dall’Unione africana per far luce sugli avvenimenti che hanno dato inizio alla guerra civile. La pubblicazione, richiesta più volte dalla società civile sudsudanese e dalle organizzazioni internazionali impegnate nella difesa dei diritti umani, era stata rimandata a soluzione della crisi avvenuta. E ora se ne capisce la ragione.

Milizia privata
Infatti il documento mette in luce in modo inequivocabile le enormi responsabilità del presidente Kiir e dell’attuale ministro della difesa, in quel momento governatore del Northern Bahar El Gazal, nel precipitare degli eventi. In particolare, alti gradi dell’esercito e della polizia chiariscono, con dovizia di particolari e concordemente, che la responsabilità del massacro dei nuer a Juba nei primissimi giorni della crisi è di una milizia privata, conosciuta come “Mathiang Anyoor” o anche “Dot ke beny” (in lingua dinka “salviamo il presidente”), non inquadrata nell’esercito, reclutata anche attraverso l’intervento di leader tradizionali dinka nel Bahar El Gazal, zona di origine di Kiir, e finanziata dall’ufficio di presidenza stesso dal momento che nessun budget statale la prevedeva.

La milizia, portata nel pressi di Juba nei giorni precedenti il precipitare della crisi, era ancora abbastanza disorganizzata e non rispondeva a una catena di comando riconoscibile, certamente non a quella dell’esercito o della polizia. È stata inquadrata nell’esercito governativo successivamente, anche perché si erano avute più del 70% di defezioni nelle forze regolari (dati resi pubblici in un dibattito parlamentare) nelle prime settimane della crisi. Quello che è successo dopo, altrettanto grave e di cui Machar porta la responsabilità, è descritto come una conseguenza, una vendetta, dei fatti di Juba.

La bozza non è tenera neppure con la troika – cioè Stati Uniti, Gran Bretagna e Norvegia, i paesi che avevano supervisionato e garantito l’applicazione degli accordi di pace tra l’Splm e il governo di Khartoum – che viene ritenuta responsabile di non aver considerato con la dovuta attenzione la scarsa capacità, già allora ben nota, della leadership a cui veniva affidato il paese, difficilmente in grado di assumersi responsabilità di governo.

Infine avanza raccomandazioni sull’immediato futuro, sottolineando come né Kiir né Machar debbano far parte del nuovo governo. Suggeriscono piuttosto l’istituzione di un gruppo di commissari nominati dalla comunità internazionale per portare il paese fuori dal disastro.

Si tratta di una bozza non ancora ufficialmente adottata dall’Unione africana, che potrebbe anche sconfessarla. Intanto però quello che fa emergere è pesante sia come giudizio storico e politico di un’intera leadership e di chi l’ha sostenuta, sia per la direzione suggerita per cercare una soluzione possibile alla crisi.

A ormai 5 giorni dalla diffusione della bozza, né Kiir né Machar hanno rilasciato in proposito dichiarazioni ufficiali e neppure commenti informali pubblici, come se la cosa riguardasse qualcun altro.