Sud Sudan
L’accordo di deporre le armi, firmato nell’agosto del 2015, e gli annunci di riconciliazione non stanno producendo effetti. Continuano gli scontri tra l’esercito governativo e l’opposizione armata che fa capo a Riek Machar, ex vicepresidente del paese. E si aggrava la situazione umanitaria.

Non è bastata una giornata di preghiera nazionale e neppure il lancio di un processo di riconciliazione, entrambi annunciati dallo stesso presidente Salva Kiir con grande visibilità e supporto interno e internazionale, a mettere la sordina alle armi così da affrontare efficacemente i problemi drammatici in cui il paese si dibatte dallo scoppio della guerra civile (metà dicembre 2013).

D’altra parte non erano in molti a pensare che sarebbero serviti davvero, dopo innumerevoli prove che, in Sud Sudan più che altrove, le parole sono spesso un modo per sviare l’attenzione dai fatti. E infatti nelle ultime settimane la situazione è ulteriormente peggiorata.

Per quel che riguarda il conflitto, gli scontri si sono moltiplicati e sono stati particolarmente gravi in diverse località. A Wau, seconda città del paese, in una rappresaglia dell’esercito governativo per l’uccisione di due alti ufficiali in un’imboscata nei dintorni della città, almeno 31 persone sono state uccise e molte migliaia si sono rifugiate nel compound della cattedrale, che ne ospita ora almeno 5mila, e presso il campo per la protezione dei civili difeso dalla missione di pace, Unmiss, dove ci sono stati almeno 17mila nuovi arrivi.

In un comunicato diffuso domenica scorsa dal responsabile del settore per la difesa dei diritti umani della missione di pace, Eugene Nindorera, si legge che i racconti dei sopravvissuti sono sconvolgenti e che finora, dopo due settimane, nessuno è stato arrestato per le violenze in città. Come del resto in tanti altri casi nei lunghi mesi della guerra civile. Un’impunità generalizzata che legittima il ripetersi di abusi gravissimi. Testimonianze raccolte nella zona dicono che la popolazione di etnia fertit e luo, bersaglio principale delle violenze, ha dovuto abbandonare le proprie terre devastate. Nell’estremo nord del paese, a Raja, i civili morti sono stati 15 e i feriti 28. Poi l’esercito governativo si è dato al saccheggio. Ora la città è deserta: la gente ha cercato rifugio passando il confine con il Sudan o nascondendosi nella boscaglia.

Tensione gravissima e scontri anche attorno a Bor e in altre località dello stato di Jonglei, che hanno costretto a scappare almeno 100mila persone. A Torit, Equatoria orientale, la situazione è tale che il presidente stesso ha dovuto rientrare precipitosamente a Juba per motivi di sicurezza, accorciando di due giorni la visita ufficiale. A Maridi, Equatoria occidentale, i contadini denunciano l’occupazione di terre da parte dell’esercito governativo con il suo bestiame. Tutto questo solo nelle ultime due settimane.

Si aggrava ogni giorno anche la situazione umanitaria in un paese in cui la fame ha già fatto molte vittime. Ma le operazioni per portare aiuto alla popolazione ormai stremata sono rese sempre più difficili e pericolose dagli scontri, dalle razzie nei compound delle organizzazioni internazionali, dalla limitazione nei movimenti e dagli attacchi agli operatori umanitari. Secondo dati diffusi da Ocha, l’agenzia dell’Onu per il coordinamento degli aiuti umanitari, nel corso del conflitto sono rimaste uccise 82 persone impegnate a portare aiuto alla popolazione, 14 solo nei primi mesi di quest’anno contro 26 in tutto il 2016.

Le operazioni umanitarie hanno dovuto essere sospese per settimane nella contea di Mayendit, popolazione di etnia nuer, una delle due in cui è stato dichiarato lo stato di catastrofe alimentare. Alcuni osservatori hanno cominciato a chiedersi se rendere difficili le operazioni di soccorso nelle aree di etnie percepite come “nemiche” non sia che un altro strumento di una guerra che svela così ancor più chiaramente come sia impostata su linee etniche. Le ultime precise ed accorate dichiarazioni in proposito sono state fatte da una diplomatica inglese, Priti Patel, segretario di stato per lo sviluppo internazionale.

Profughi e rifugiati

Intanto l’economia è al collasso. Il personale statale e anche l’esercito sono pagati con mesi di ritardo, mentre l’inflazione è fuori controllo. Nei giorni scorsi, un dollaro veniva cambiato al mercato parallelo di Juba 200 ssp – sterlina sud sudanese, la moneta locale -; prima della guerra ne valeva 3,5. È una situazione devastante per la popolazione, che avvantaggia però chi può aver accesso alla moneta forte, cioè il circolo ristretto che detiene il potere. Se all’inflazione si aggiunge la distruzione della rete commerciale a causa della pericolosità delle strade e la diminuzione vertiginosa della produzione agricola, si capisce chiaramente perché anche i beni di prima necessità siano ormai fuori dalla portata della stragrande maggioranza della popolazione.

Date le condizioni di vita, continua senza sosta il flusso dei profughi che sono ora più di 3 milioni e mezzo: 1 milione e 740mila hanno cercato rifugio nei paesi vicini, poco meno di 2 milioni si trovano in campi all’interno del paese. Anche le più nere previsioni fatte dalle agenzie internazionali nello scorso autunno si sono rivelate inadeguate. Quella sud sudanese è la crisi umanitaria più grave al mondo dopo quella siriana. Il suo peso è portato dai paesi confinanti e in particolare dall’Uganda, dove ormai si trovano poco meno di un milione di profughi, la grande maggioranza arrivati negli ultimi otto mesi. E il flusso di persone continua, mentre scarseggia quello finanziario per far fronte all’enorme bisogno. Finora l’appello per 1 miliardo e 600 milioni di dollari per far fronte alla crisi è stato coperto solo per il 25% circa.

Nessuna iniziativa significativa è venuta nell’ultimo periodo dalla comunità internazionale, che non è mai riuscita a mettersi d’accordo neppure sull’embargo alla vendita di armi agli ormai diversi contendenti nel conflitto e che continua a far finta che l’accordo di pace siglato nell’agosto del 2015 sia ancora valido, nonostante che la situazione del paese dica chiaramente che è morto da un pezzo.