La candidatura al Nobel
Fra i candidati al premio Nobel per la pace di quest'anno c'è anche Padre Mussie Zerai, sacerdote eritreo quarantenne, che da anni dedica la sua vita a chi scappa da guerre e dittature. Designazione che esprime tutta la gravità assunta dall'emergenza migratoria nel nostro tempo.

Padre Mussie Zerai, conosciuto ormai anche come l’angelo dei profughi, eritreo, 40 anni, scalabriniano, è tra i candidati al Premio Nobel per la Pace di quest’anno. E questa è di per sé una notizia bella e commovente, ma anche politicamente importante, almeno per noi italiani e per gli europei tutti.

La sua candidatura è stata avanzata direttamente da Kristian Berg Harpiken, direttore dell’Istituto di ricerca internazionale per la pace di Oslo, a testimonianza che il suo operato a favore delle persone in fuga da guerre e dittature e in pericolo nel Mar Mediterraneo, ha attirato l’attenzione ai massimi livelli.  Ma anche a dimostrare che il problema migratorio è un’emergenza del nostro tempo e che le politiche in materia sono così inadeguate, ed ingiuste, da meritare di essere considerate come una crisi profonda al punto da far meritare il Premio Nobel per la Pace a chi si spende per affrontarla.

Padre Mussie ne è ben consapevole. Venuto a conoscenza della candidatura, che lo mette insieme ad altri illustri personaggi, tra cui Papa Francesco, ha dichiarato: «In realtà, io faccio solo ciò che ritengo giusto. Mi limito a cercare di attuare quello che proprio il Papa ha indicato fin da quando si è insediato: andare verso le periferie e schierarsi dalla parte degli ultimi della terra, per guardare ai problemi con i loro occhi. Niente di più. E se tutto questo è riconosciuto degno del Nobel, allora mi auguro che serva a spingere il Nord del mondo, i potenti della terra come dice papa Bergoglio, ad abbattere le mura della Fortezza Europa arrivando a un sistema di accoglienza unico, accettato e condiviso da tutti gli Stati dell’Unione e a cambiare finalmente la politica condotta nel Sud del mondo. Perché spesso è proprio questa politica a costringere milioni di giovani ad abbandonare la propria casa».

La candidatura arriva dopo un anno, il 2014, in cui il problema dei profughi in fuga verso l’Europa è esploso. Sono stati quasi 170 mila gli sbarchi in Italia, oltre 3.600 i morti nel Mediterraneo, davanti alle nostre coste. È stata una escalation continua che, secondo gli ultimi dati dell’Unhcr, nell’ultimo anno ha portato a 53 milioni il numero delle persone costrette nel mondo a scappare dal proprio paese per mettersi in salvo.  Scioccante, come scioccante è il numero delle vittime nel mare di casa nostra. Se poi si allarga il quadro a tutte le vie di accesso, stime documentate affermano che negli ultimi 20 anni sarebbero poco meno di 30.000 (29.889, secondo il sito francese Carnet Neocarto Grafique, che rende efficacemente il montare della crisi in forma grafica) i migranti che hanno perso la vita cercando di raggiungere l’Europa. A fronte di questa tragedia, l’Europa non ha saputo fare altro che proteggersi, con programmi di sorveglianza, come Frontex, per non parlare dello squallore legislativo italiano in materia di migrazioni e di accoglienza, che hanno spinto i profughi su rotte sempre più pericolose e nelle mani dei trafficanti di esseri umani.

In questo contesto è ancor più rimarcabile l’azione di padre Mussie, che, nel suo piccolo, ha fondato un’associazione, l’agenzia Habeshia (dal nome con cui eritrei ed etiopici dell’altopiano chiamano se stessi) che si occupa d’accoglienza, e ha lasciato che il suo personale numero di telefono diventasse il «telefono rosso» per chi era in difficoltà durante l’attraversata del Mediterraneo, passato di bocca in bocca e graffitato fin sui muri delle celle delle prigioni libiche, pagate con i soldi delle nostre tasse, in forza degli accordi per fermare i flussi migratori tra i governi Berlusconi, in cui Maroni era ministro degli interni, e Gheddafi. Ha salvato così circa 5.000 persone da morte certa. La sua storia, sempre gestita senza protagonismo, ma come un modo normalmente umano di affrontare le difficoltà che la vita ci presenta, e mostra al nostro prossimo, sta diventando, giustamente, un’epopea. Il The New Yorkers, prestigioso periodico culturale americano, gli ha dedicato un lungo, emozionante, racconto intitolato, “L’ancora”, definizione davvero appropriata.

La candidatura al Nobel è solo il primo passo per l’assegnazione del prestigioso premio; vedremo tra qualche mese quale sarà la scelta definitiva. Ma padre Mussie prende comunque l’occasione per lanciare il suo appello. In un’intervista alla rivista Vita, alla domanda su quale sarebbe la sua richiesta, se poi alla fine il Nobel fosse assegnato a lui, in linea con il suo operato e la sua personalità, risponde: «Vorrei che i legislatori europei cominciassero a guardare le situazioni di emergenza dei tanti che sono costretti a lasciare la propria casa con i loro occhi, chiedendosi quali sarebbero le loro necessità basilari. Forse la risposta sarebbe diversa da quella attuale: non avremmo un regolamento come “Dublino III” che, per esempio, limita la possibilità di spostarsi nei paesi in cui si hanno già dei parenti, e non avremmo le scelte politiche di chiusura delle frontiere europee. Infine, probabilmente essi capirebbero che sarebbe molto più efficace prevenire i problemi dell’accoglienza risolvendo i gravi abusi, lo sfruttamento, le violazioni dei diritti dei migranti nelle terre africane limitrofe ai paesi in guerra o in stato dittatoriale. Aprire un corridoio umanitario alla radice eviterebbe i viaggi della speranza e porterebbe a una gestione più regolare del flusso migratorio».

Nella foto in alto Padre Mussie Zerai. (Fonte: Le Temps / Eddy Mottaz)