Padre Raffaello Savoia, missionario comboniano italiano, è stato insignito del Dottorato honoris causa dalla Pontificia Università Cattolica dell’Ecuador (PUCE), con sede nella provincia settentrionale di Esmeraldas, in riconoscimento del suo contributo alla difesa della dignità e dei diritti delle popolazioni emarginate. La cerimonia ha avuto luogo nel Campus di Tachina, in coincidenza con la celebrazione del 44° anniversario della PUCE di Esmeraldas.
Il dottorato che è stato assegnato al missionario è uno dei modi con cui la PUCE sottolinea il suo costante impegno nel campo dell’istruzione e più in generale nella trasformazione della vita. Il riconoscimento viene concesso a persone che si sono distinte per il loro operato in un dato campo culturale, umanitario o sociale.
Consegnando a padre Rafael Savoia, 82 anni, questa onorificenza, si è voluto rendergli omaggio, riconoscendo in lui sia il ruolo di pioniere e leader della Pastorale afro in Ecuador e Colombia – con positive ricadute su tutta l’America Latina – sia una figura chiave nella difesa dei diritti umani e della comunità afro-latine. La celebrazione si è conclusa con una Eucaristia di ringraziamento per il servizio reso da padre Savoia e per i 44 anni di vita della PUCE Esmeraldas.
Per far comprendere la forza del pensiero di padre Savoia, che prosegue tutt’ora con lo stesso spirito ed entusiasmo degli inizi, lasciamo qui un estratto di un suo articolo apparso su Nigrizia nel 2006, una articolata riflessione sulla forza e le peculiarità delle religioni di discendenza africana che si sono diffuse in America Latina.
«In ambito religioso emergono nuove e antiche religioni con una forza inaspettata. Le si credeva moribonde, ed eccole risorgere con una grande vitalità: ad esempio la religiosità e i riti afroamericani della costa del Pacifico in Ecuador e in Colombia, la santeria cubana e antillana, il vodù haitiano, il dugu del popolo centroamericano dei garifunas, candomblè, umbanda e macumba in Brasile…
Religioni afroamericane che hanno imboccato la via delle migrazione fino a Sud, in Uruguay e Argentina e fino alle terre fredde; verso la Bolivia e il Perù, nelle zone amazzoniche dove sono penetrate le grandi arterie stradali e il made in Brazil.
Ogni popolo credente ha infatti i suoi riti, le sue credenze, la sua visione del mondo e quindi anche, esplicitamente o implicitamente, la sua teologia, che non altro non è che la sua riflessione su Dio…
La teologia che andata elaborando nelle comunità nere, d’altro canto, trova le sue radici negli antenati ed è frutto della loro fede, lotta e coraggio. Una teologia sorta nelle hermandades, le confraternite afro dell’epoca coloniale, spazi di aggregazione degli schiavi.
Nasce pertanto dagli esclusi, non dalla cultura bianca, europea e machista che ha contribuito a creare una teologia che risente di questi difetti, come denunciano i teologi neri della liberazione. Negli anni ‘70, quando si iniziò a sistematizzare il pensiero delle comunità afro, i temi venivano dagli interessi e dalle necessità della popolazione nera.
Gli interrogativi erano ad esempio: perché Dio ha permesso la schiavitù, il razzismo? Oppure “se il nero per essere cristiano deve rinunciare ad essere nero”, e metteva in risalto il valore delle religioni afroamericane e il dialogo interreligioso, come lottare contro la discriminazione e ogni forma di razzismo aperto o sotterraneo, come esprimere la propria fede con gesti della propria cultura ecc.
Non si trattava di rivendicare la diversità a ogni costo, la linfa della vita, la corrente di resistenza delle religioni afroamericane, disprezzate spesso come sincretismo di bassa lega se non considerate demoniache, e spesso perseguitate. Si trattava di bere alle fonti delle culture afroamericane, così diversificate da una sponda all’altra del continente e dei Caraibi.
Superata la prova secolare delle catene, del disprezzo e dell’indifferenza, le religioni afro, come ha riconosciuto l’episcopato a Santo Domingo(1992), si sono infine presentate come portatrici di un messaggio di salvezza.
“Trasmetteteci i doni della neritudine!”, aveva chiesto Paolo VI, cui fece eco Giovanni Paolo II parlando negli Usa ai neri cattolici di Detroit. In seguito si andò anche approfondendo la relazione, nelle comunità nere, tra fede, pratiche religiose, Bibbia, macro-ecumenismo, globalizzazione.
Uno degli argomenti ricorrenti contro ogni razzismo o xenofobia tra la gente semplice è sempre stato, per esempio: “Dio ci ha creati tutti uguali!”. E contro usurpatori ed oppressori: “La terra Dio l’ha data a tutti!”. Dio è il Dio della vita. Di qui si sviluppò anche l’importanza e il ruolo della donna: che trasmette la vita, la cultura e la tradizione».