Burundi / Il nunzio Franco Coppola
Per il diplomatico vaticano, Bujumbura da qui alle elezioni ha la possibilità di imboccare la strada della democrazia oppure copiare l’esempio “autoritario” del vicino rwandese. “Si deve avere pazienza. La ripresa del dialogo politico è certamente un segnale incoraggiante”.

Sferzato, dal 1993 al 2005, da una feroce guerra civile a sfondo etnico, e segnato, negli ultimi anni, dalla nascita di nuovi gruppi ribelli e casi di esecuzioni extragiudiziali, il Burundi ha iniziato la propria marcia di avvicinamento alle elezioni del 2015.

Lo scorso marzo, i principali leader dell’opposizione, Alexis Sinduhije e Pascaline Kampayano, sono rientrati in patria dall’esilio e, per la prima volta dai contestati scrutini del 2010, maggioranza e opposizione hanno riaperto il dialogo, grazie alla mediazione delle Nazioni Unite.

Segnali incoraggianti dal sapore di democrazia. Eppure, le incognite sulla strada sono ancora molte, dalla questione etnica alla privazione di alcune libertà fondamentali, sino alla deriva totalitaria nel vicino Rwanda.

Monsignor Franco Coppola, nunzio apostolico in Burundi dal 2009 e, prima, segretario della nunziatura dal ’95 al ’97, ci aiuta a far luce sulla situazione in quello che rimane uno dei paesi più poveri al mondo.

 

Monsignor Franco Coppola, il Burundi è tra i paesi più piccoli d’Africa eppure la comunità internazionale è profondamente interessata alle sue vicissitudini. È per via della sua posizione strategica?

Il Burundi è un paese molto piccolo ma dai suoi umori o malumori può dipendere il destino dell’intera regione dei Grandi laghi. Insieme al vicino Rwanda, rappresenta la cerniera tra l’est e l’ovest del continente, tra l’Africa anglofona e quella francofona. È un paese che può fare molto bene all’intera regione, ma anche molto male, basti pensare alla feroce guerra civile da cui il paese non è che appena uscito. Per questo la comunità internazionale è interessata a sostenerlo e ha da poco promesso importanti aiuti, a patto che Bujumbura intraprenda il cammino democratico. Una goccia in Burundi può avere effetti molto più importanti che una goccia in Rd Congo, dove è condannata a disperdersi.

 

Cosa significa il rientro dei principali leader dell’opposizione dall’esilio?

Le opposizioni, che per protesta avevano boicottato le passate elezioni, si sono rese conto che questa politica della sedia vuota non paga e che, in questi tre anni, non hanno potuto influire in nulla nella vita del Burundi. Non solo, hanno perso contatto con i sostenitori, a vantaggio dell’attuale presidente Nkurunziza, che trae forza proprio dalla sua popolarità tra la gente, anche nelle aree rurali, e che non credo avrà grossi problemi a vincere la prossima tornata elettorale.

 

Dunque guerre e ribellioni sono alle spalle? Dove sta andando il paese?

Fino all’anno scorso si segnalava la presenza di piccoli gruppi ribelli, che però non sono mai riusciti a impensierire veramente il governo. È stato come accendere un fiammifero vicino al legno: il fiammifero si è spento e il legno non ha preso fuoco. La ripresa del dialogo politico è certamente un segnale incoraggiante. Vedo però il Burundi come davanti a un bivio. Da qui alle elezioni ha la possibilità di imboccare la strada della democrazia oppure seguire l’esempio del vicino rwandese, dove pare si sia invece instaurato un vero e proprio regime, come in molti sostengono.

 

Le organizzazioni internazionali denunciano esecuzioni extragiudiziali e le opposizioni lamentano di essere private della libertà. Sono queste prove di regime burundesi?

È un dato di fatto che per distruggere sul nascere ogni tentativo di formazione di bande armate si sia fatto ricorso talvolta a esecuzioni extragiudiziali. Qui, del resto, a soli cinque anni dalla fine delle ostilità, si fa ancora fatica a considerare gli oppositori non come nemici ma come avversari. La democrazia non è un fatto per niente scontato in Burundi. La legge permette al governo di controllare la vita dei partiti politici, così come la vita delle Chiese e delle persone comuni che non sono libere di riunirsi neanche a casa propria. Eppure, c’è un però…

 

Quale?

Fanno bene le organizzazioni internazionali a segnalare le violazioni dei diritti umani, in modo da indicare al Burundi la via verso una democrazia sempre più compiuta. Ma non saremmo nel giusto se dimenticassimo il passato di questo paese, e da esso pretendessimo tutto e subito. L’anno scorso sono stati celebrati i cinquant’anni dell’indipendenza del Burundi, ma non dobbiamo dimenticare che sono stati cinquant’anni di violenza e di guerra. Molti degli attuali leader politici, sia al governo sia all’opposizione, sono persone che hanno trascorso gran parte della loro vita a lottare con le armi, abituati alla guerriglia.

 

Cosa deve cambiare dunque perché i diritti vengano rispettati?

Ci vuole del tempo e noi osservatori, se onestamente teniamo presente quanti secoli i nostri paesi di provenienza hanno impiegato per diventare democratici, dobbiamo essere pazienti. Qui nessuno, anche tra la gente comune, sa cosa sia la democrazia perché, nella propria vita, ha conosciuto quasi solo la violenza. Dobbiamo essere realisti e avere pazienza. In Burundi non ci sono né Martin Luther King né Mandela, ma una classe politica figlia del suo tempo. Il paese, ancora oggi tra i più poveri al mondo, potrà svilupparsi a condizione che l’attuale clima di pace regga.

 

Alle radici delle violenze del passato c’era la divisione etnica tra hutu, l’85% della popolazione, e la minoranza tutsi. Come sono ora le relazioni tra le due comunità?

Gli accordi di Arusha del 2000 hanno ben risolto questo problema, garantendo alla maggioranza hutu di poter guidare il paese e alla minoranza tutsi di non essere schiacciata. Finché questo equilibrio sarà rispettato nessuno avrà interesse a tornare indietro. Ma se l’equilibrio dovesse spezzarsi, allora facilmente si rispolvereranno pericolosi vecchi rancori ora dormienti. Ma ad oggi hutu e tutsi vivono insieme come figli di uno stesso popolo.

 

Questa è una differenza notevole con il vicino Rwanda, dove invece la questione etnica è ancora un tabù.

Nel Rwanda, come del resto in Israele, vive una popolazione che è stata vittima di un genocidio, che nel 1994 ha causato la morte di centinaia di migliaia di tutsi ad opera della maggioranza hutu. Oggi, però, da più parti si avanza un timore: il rischio che il doveroso ricordo di quella tragedia diventi un modo per far pagare il conto di quelle atrocità non solo a quanti ne sono stati responsabili ma anche ai loro discendenti, mantenendo vivo in loro un senso di colpevolezza senza fine, da usare poi ai fini del potere. Perché gli oppressi del passato non si trasformino in oppressori è necessario perseguire la via cristiana del perdono, attraverso un itinerario di conversione, penitenza e riparazione. Il Rwanda è un paese in pace da 19 anni, ma c’è chi lo vede come una pentola a pressione, il cui coperchio potrebbe saltare da un momento all’altro. Il Burundi, invece, è una pentola che ha il coperchio spostato: ne vedi tutto il ribollire che però, allo stesso tempo, si sfoga e si disperde.

 

Come si posiziona la Chiesa nel quadro socio-politico del Burundi?

I vescovi non hanno mai cessato di far sentire la voce della Chiesa, generalmente apprezzata per equilibrio e saggezza, sui temi cruciali per il paese. La Chiesa ha pubblicamente giudicato complessivamente regolari le elezioni del 2010, invitando l’opposizione a prendere atto della sconfitta, così come ha criticato la violenza a fini politici, sia da parte di esponenti dell’opposizione (con la costituzione di bande armate), come da parte di certe autorità (come nei casi di esecuzioni extragiudiziali e torture). Recentemente, i vescovi hanno criticato la nuova campagna di pianificazione familiare del governo per abbassare il tasso di crescita demografica troppo elevato. La campagna prevede metodi inumani, come la vasectomia e la chiusura delle tube. In questo modo si promuove un esercizio irresponsabile della sessualità e si produce un danno morale irrimediabile alla popolazione.