La posizione di Salvatore Palidda, docente dell’Università di Genova, sulla criminalizzazione dei migranti. Tratto dal dossier di Aprile di Nigrizia.

«La teoria della profezia che si autoadempie». Secondo Salvatore Palidda, docente di sociologia all’Università di Genova, sarebbe questa alla base di una forte criminalizzazione dei cittadini stranieri in Italia. Nel suo saggio, in prossima uscita, “Razzismo democratico. La persecuzione degli stranieri in Europa”, Palidda smonta la tesi dei “numeri”, sottolineando come il clima sociale creatosi negli ultimi anni, abbia contribuito anche all’aumento dell’attitudine a denunciare i cittadini stranieri. Lo dimostrano gli stessi numeri. A fronte di un aumento del 420% della popolazione immigrata in Italia, tra il 1990 ad oggi, il numero di reati sarebbe rimasto pressoché uguale. Secondo Palidda, il «proibizionismo» introdotto dagli ultimi due grandi interventi legislativi in materia di immigrazione (la legge Turco-Napolitano e la Bossi-Fini), è risultato essere profondamente «criminogeno», contribuendo alla formazione di stereotipi a cui le forze di polizia non sembrano essere immuni. Esclusi i reati di immigrazione, rimarrebbero, secondo il sociologo, in gran parte «tipici reati di poveri». Se da un lato, dunque, è probabile che una parte dei denunciati sia effettivamente autori di reati, è anche probabile che alcuni siano vittime di eccesso di zelo se non di abusi. Palidda spiega, infine, come “l’attenzione” delle forze di polizia nei confronti degli stranieri sia, a causa dello stereotipo sociale, più alta, grazie anche a una migliore penetrazione negli ambienti criminali stranieri, attraverso l’uso di informatori maggiormente ricattabili.