Paloich (pron. Faluj), nella regione dell’Alto Nilo, è sinonimo dei pozzi di petrolio in Sud Sudan. Al momento dell’indipendenza nel 2011, più del 90% del prodotto interno lordo dipendeva dal greggio che veniva estratto e interamente esportato.

Durante la guerra civile 2013-18, i pozzi di Paloich sono rimasti i soli attivi. Benché altre entrate contribuiscano ora al bilancio del paese, il petrolio rimane di gran lunga la risorsa più importante.

La prima volta che sono stata a Paloich, nel 2018, mi ha colpito quanto un gruppetto della comunità cristiana che aveva accolto me e il parroco ci ha subito detto: «Questo non è un buon posto. Qui la gente muore di strane malattie». Le malattie sono legate all’alto tasso di inquinamento dell’ambiente.

La maggior parte degli abitanti della zona lavora per la compagnia petrolifera che estrae il greggio e lo incanala nell’oledodotto che va verso il Sudan e il porto sul Mar Rosso. “La compagnia” è una specie di mantra che si sente ripetere costantemente. I turni di lavoro scandiscono la vita quotidiana di singoli e famiglie; anche la domenica, perché i macchinari non possono essere fermati.

È da più di 15 anni che si estrae petrolio intorno a Paloich: significa milioni di dollari nelle casse del governo del Sudan prima dell’indipendenza e in quelle del governo del Sud Sudan dal 2011. Quando si arriva al mercato di Paloich è forte il disappunto nel vedere solo case costruite con materiali di fortuna e coperte di lamiere, nessun edificio in muratura.

Lo stesso tipo di strutture fiancheggia la via principale e quelle adiacenti. Alcune abitazioni sono capanne in paglia e fango. La strada è sterrata, con un tratto asfaltato su un lato del percorso che unisce Paloich a Melut, il porto sul Nilo.

Entrambe le volte che sono stata qui per alcune attività alla cappella della comunità cattolica, sono stata ospitata da una famiglia proveniente da altre aree del Sud Sudan, che ha trovato impiego nella compagnia petrolifera.

Oltre alla gente del posto i lavoratori provengono un po’ da tutto il paese. I quadri direttivi e amministrativi sono cinesi e malesi, e la compagnia è controllata dal governo. I sudsudanesi ricercano questo impiego per avere un salario assicurato, che, tolto quello di cui hanno strettamente bisogno per vivere, inviano ai loro familiari per le spese ordinarie e straordinarie.

A inizio dicembre, ha scioperato il personale delle cucine della compagnia. Chiedono un aumento di salario, che non raggiunge l’equivalente di 20 euro al mese (!). Gli operai alle stazioni di pompaggio arrivavano a circa 50 euro. La casa della famiglia che mi ha ospitato è stata costruita con pali, lamiere e pezzi vari che sembravano vecchie parti dei macchinari per pompare il petrolio.

L’intera situazione di Paloich, produttore di grandissima ricchezza per pochi e pagato con la vita stentata di molti operai, mi ha fatto pensare che siamo di fronte a una sorta di proletariato del petrolio. La loro condizione, di cui ho descritto solo alcuni particolari, richiama quanto nel 1891 la prima enciclica sociale della Chiesa cattolica, la Rerum novarum di Leone XIII, già denunciava: le molteplici ingiustizie legate allo sfruttamento della forza lavoro.


Il petrolio

L’esportazione di petrolio, arrivata a 250mila barili al giorno prima della guerra civile, si attesta ora sui 175mila e costituisce il grosso delle entrate statali del Sud Sudan. Al prezzo corrente, si tratta di 5,5 milioni di dollari al giorno, tra i 165 e i 170 milioni al mese.

I partner asiatici per lo sfruttamento della risorsa petrolio sono le compagnie Cnpc (cinese) e Petronas (malese). Va anche tenuto conto che per il trasporto del greggio sono utilizzate infrastrutture sudanesi e che quindi una parte dei guadagni vanno al Sudan.