In memoria di Lele

Parla il fratello del missionario comboniano ucciso 34 anni fa per essersi schierato contro i potenti latifondisti, al fianco della popolazione indigena e dei piccoli coltivatori. Ma durante la serata in suo ricordo parlano anche gli stessi indigeni e tanti amici e confratelli che con lui hanno condiviso un tratto di strada.

Le mani nella terra, a piedi scalzi. Gli indigeni dell’Amazzonia invocano lo Spirito dell’acqua, della terra, della foresta. Abbracciano con grandissima emozione i fratelli di Lele Ramin, giovane missionario comboniano ucciso 34 anni fa per essersi schierato dalla loro parte. Cantano e portano in processione la copia della sua maglia bagnata di sangue.

La serata di ieri al Centro Giovanile San Lorenzo, a Roma, scorre via in un clima mistico che mette in connessione terra e cielo. Risuonano con forza le parole di Antonio, fratello di Lele: «Noi familiari abbiamo imparato a perdonare gli assassini e soprattutto abbiamo capito che Lele appartiene all’umanità».

Padre Giovanni Munari, suo compagno di cammino, racconta il clima effervescente degli anni dopo il Concilio. Venti di novità soffiavano forte nella Chiesa: teologia della liberazione, comunità di base, l’irrompere dei poveri sulla scena ecclesiale. Lele ha camminato in questo sentiero tracciato dallo Spirito per i popoli latinoamericani. Il suo martirio è solo la conseguenza netta di una vita vissuta in frontiera. Identificato fino al midollo con il Vangelo. Sempre dalla parte del popolo. Tra le case degli indigeni. Che ieri sera hanno intonato il “Pai mosso revolucionario” canto di liberazione per eccellenza. E di fiducia nel Dio della vita.

Note profetiche che fanno da intermezzo agli altri interventi. Antonietta Papa, suora in Amazzonia e compagna di lavoro e di lotta, ricorda gli ultimi giorni di Lele minacciato di morte ma senza paura: «“La fiducia in Dio ci impegna fino in fondo”, amava ripetere».

Il vescovo Roque Paloschi vede in Lele Ramin un testimone unico e attuale che parla ai giovani per mostrare loro che la Chiesa deve andare incontro ai poveri con le braccia aperte e le mani tese. «Parla più da martire che da vivo», tuona padre Franco Vialetto, suo parroco a Cacoal, in Rondonia.

E poi l’altro suo fratello, Paolo Ramin, che ci ha concesso una breve intervista.  

Come si sente la vostra famiglia nel momento in cui Papa Francesco chiede alla Chiesa di mettersi in ascolto dell’Amazzonia, dei popoli che Lele ha amato, della gente per cui ha dato la vita?

Per noi è un grande segno di gioia, e il dolore che abbiamo provato per la sua uccisione tende a scomparire. Ricordo le parole di mia madre quando una signora le chiese durante una conferenza se era contenta che vogliano fare santo suo figlio. Lei rispose: «Santo non lo so. So solo che più di così non poteva fare».

Cosa pensa dell’atteggiamento di Papa Francesco che ci chiede di imparare da sfide, drammi e speranze di questi popoli amazzonici?

E’ una grande proposta, coraggiosa, che va contro la mentalità comune che pensa alle persone solo quando sono importanti e ricche. Mentre lo stile di Lele è stato prima di tutto andare incontro agli indigeni e ai contadini senza terra. Solo e semplicemente perché erano persone. Tutto questo nasce da una profonda riflessione sull’ insegnamento di Gesù.

Sicuramente in Brasile Lele ha vissuto una conversione. Questi incontri cosa gli hanno insegnato?

Se uno si avvicina al povero con un cuore sincero verrà arricchito da queste persone che hanno il nostro stesso valore. Il Signore ha dato la vita per loro. Lele approfondiva il Vangelo con un testo originario in greco e dei foglietti dentro che ancora conservo e uso. Anch’io, così, ho potuto approfondire e lo faccio tutt’ora. Solo in questo modo si capisce la profondità del messaggio.

Il martirio di Lele cos’ha cambiato nella famiglia Ramin?

Lui ci ha dato la prova della verità. La fede viene provata da una vita che si dona.

Cosa può portare di nuovo un Sinodo cosi incentrato sull’umanità?

Mette davanti a tanta gente i molti problemi che vive Madre Terra e il nostro destino. Noi dipendiamo dalla natura e dobbiamo rispettarla in tutti i sensi perché è lei che ci nutre e ci permette di vivere bene, e soprattutto di stare insieme perché il valore più grande che c’è al mondo è la persona umana. Più la rispettiamo e più cresciamo noi e l’intero creato.

Le politiche devastatrici del presidente del Brasile Bolsonaro, però, fanno tremare…

Sono ottimista invece, perché Cristo, che è stato crocifisso, è ancora qui che ci parla, che ci aspetta. Ed è ancora qui che sta morendo per mandarci la sua Parola attraverso i missionari e coloro che soffrono, perché l’unico che il Vangelo ha messo all’inferno è il ricco Epulone. All’inferno non per la sua ricchezza – non si dice che ha rubato – ma per la sua indifferenza.

Padre Ezechiele (Lele) Ramin, missionario comboniano, è stato ucciso a Cacoal, in Rondônia (Brasile), il 24 luglio 1985 all’età di 32 anni. Si era schierato, come altri uomini e donne di Chiesa, dalla parte della popolazione indigena e dei piccoli coltivatori minacciati dai proprietari di latifondi. E si stava battendo per quella causa. Per lui è in corso la causa di beatificazione come martire della fede e della giustizia.

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