Il papa che scelse l'Africa - Nigrizia
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L'editoriale di maggio 2026
Il papa che scelse l’Africa
30 Aprile 2026
Articolo di Redazione
Tempo di lettura 4 minuti
Papa Leone XIV riceve un dono tradizionale durante un incontro con giovani e famiglie allo stadio di Bata, in Guinea Equatoriale, il 22 aprile scorso (Crediti: Alberto Pizzoli / Afp)

C’era un desiderio che Leone XIV portava con sé fin dai primi giorni del pontificato: che il primo viaggio fosse in Africa. Lo aveva già detto un anno fa, appena eletto.

Una priorità che dice già molto su come il primo papa nato negli Stati Uniti concepisce la sua missione. Undici giorni, undici tappe, quattro paesi visitati: Algeria, Camerun, Angola, Guinea Equatoriale.

Un tour de force. Ma soprattutto un atto di indirizzo.

Leone XIV è prima di tutto un missionario, caratteristica rara nella storia recente del papato. L’Africa non gli è estranea: da superiore degli agostiniani aveva già visitato Kenya e Nigeria.

Lo si è visto a suo agio nelle celebrazioni eucaristiche, nell’abbraccio ai più piccoli, nel tempo dedicato ai fedeli. Ed è da questa prossimità che nascono i messaggi del viaggio.

La pace come impegno concreto. La giustizia come condizione della pace. La corruzione male endemico. La denuncia di un modello di sviluppo che discrimina ed esclude. La costruzione di società più giuste come compito della Chiesa, non nonostante il vangelo, ma a partire da esso. Il dialogo tra fedi diverse come possibilità reale.

La prima tappa è stata nel paese di sant’Agostino, fondatore dell’ordine di cui Prevost è stato priore generale per dodici anni. Un ritorno alle radici in un’Algeria, paese oggi musulmano, che porta nel sottosuolo storico le radici del cristianesimo nordafricano.

Leone ha ricordato i 19 martiri algerini che negli anni Novanta hanno scelto di restare, fedeli a quel popolo, davanti alla minaccia jihadista. Tra loro i sette monaci trappisti di Tibhirine, uccisi nel 1996.

Una visita densa di significati è stata quella a Bamenda, in Camerun. Chi conosce la geografia dei conflitti dimenticati sa cosa significa quel nome: capoluogo della regione anglofona dove da oltre un decennio va avanti una guerra silenziosa tra il governo francofono di Yaoundé e il movimento separatista dell’Ambazonia.

Ed è lì che ha lanciato un ammonimento: «Guai a chi manipola la religione e il nome stesso di Dio per il proprio tornaconto militare, economico e politico, trascinando ciò che è sacro nel fango».

In Angola, a Luanda, il registro non è cambiato. Di fronte a un paese “serbatoio” di petrolio, gas e diamanti, segnato da disparità enormi e corruzione endemica, Leone ha denunciato «quanta sofferenza, quante morti, quante catastrofi sociali e ambientali porta con sé questa logica estrattivistica».

E ha chiesto «di rompere la catena di interessi che riduce la vita a merce di scambio».

In Guinea Equatoriale, alla presenza dell’83enne Teodoro Obiang Nguema, il presidente più longevo e tra i più controversi del mondo, ha esortato ad ampliare le libertà e a preservare la dignità umana, chiedendo un pensiero per i più poveri e per i prigionieri, costretti a vivere in condizioni di sovraffolamento e igienico-sanitarie allarmanti. Poi ha visitato un carcere.

Il viaggio ha rischiato di essere oscurato dalla polemica con Trump. Il presidente americano aveva definito il papa «debole e pessimo in politica estera».

La replica di Leone è stata pacata e ferma: nessuna paura, nessun passo indietro. Un assist involontario che ha compattato la Chiesa attorno al suo pastore.

Perché così Leone ha voluto presentarsi: un pastore e non un politico. Un pastore che ha a cuore le vittime delle guerre, chi è perseguitato, chi è discriminato, chi aspetta giustizia.

L’Africa, in questo senso, non era una destinazione simbolica. Ma la più coerente con cui cominciare.


Ambazonia

È il nome con cui i separatisti delle regioni anglofone del Camerun – nordovest e sudovest, al confine con la Nigeria – indicano lo stato
indipendente che vogliono creare.

Il conflitto con il governo di Yaoundé esplode tra il 2016 e il 2017, dopo proteste di avvocati e insegnanti contro l’imposizione del francese, la
scarsa rappresentanza e la perdita di autonomia.

La repressione delle rivendicazioni ha trasformato la crisi in guerra armata.

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