Papa Leone XIV ha concluso oggi, 15 aprile, la prima tappa del suo primo viaggio in Africa che dopo l’Algeria lo porta ora in Camerun.
Il viaggio in Algeria è iniziato il 13 aprile in un contesto internazionale del tutto inaspettato, mentre il papa era ancora sull’aereo, e ha caratterizzato come meglio non avrebbe potuto il suo messaggio.
Quel suo «non ho paura dell’amministrazione Trump né di annunciare apertamente il messaggio del Vangelo, che è ciò che credo di dover fare, ciò che la Chiesa è chiamata a fare (…) credo che il messaggio del Vangelo: “beati i costruttori di pace” sia un messaggio che il mondo ha bisogno di ascoltare oggi» lo ha preceduto ad Algeri e ha avuto l’eco mondiale che sappiamo, in risposta alla rozza e scomposta arroganza di Trump la sera prima.
Le parole senza ambiguità per la pace e contro la guerra non solo hanno dato visibilità a papa Leone ma hanno anche indotto i media ad occuparsi del viaggio più di quanto probabilmente sarebbero stati disposti a fare in un altro contesto. Da questo punto di vista il viaggio africano non poteva iniziare meglio per Leone XIV, malgrado l’acquazzone che lo ha accolto al suo arrivo e lo ha accompagnato durante la prima giornata nella terra di Sant’Agostino.
La visita ha sicuramente centrato tutti i significati che il papa si era prefissati ma li ha visti esaltati grazie alla sapiente regia del cardinale di Algeri Jean-Paul Vesco e alla sua intesa con le autorità algerine che – come vedremo – dal canto loro hanno ottenuto quella visibilità e potuto sottolineare quei caratteri che stavano loro molto a cuore. Una relazione tra pari e questo lascia sperare nella normalizzazione di rapporti già buoni ma con spigolosità amministrative talvolta incomprensibili.
Nel contesto internazionale che stiamo vivendo, a prescindere dalle dichiarazioni e dalla politica di Trump, il papa non poteva che iniziare, ancor prima di atterrare, con parole di pace, anzi con l’auspicio di gettare ponti, anche perché «Sant’Agostino poi offre un ponte molto importante nel dialogo interreligioso».
Così il primo omaggio papa Leone lo ha reso alla terra che lo ha accolto ed in particolare, davanti al monumento che li ricorda e che domina la baia di Algeri, ai martiri che hanno dato la vita per l’esistenza di un paese indipendente, «un popolo mai sconfitto» aggiungerà davanti alle autorità, alla società civile e al corpo diplomatico.
Un paese che ha una lunga storia che inizia anche prima Sant’Agostino inserendo – come la Chiesa d’Algeria sta facendo – la tradizione cristiana nella storia di un paese oggi musulmano che una lettura fondamentalista, anche da parte del potere, ha cercato spesso di occultare.
Se la visita alla grande moschea di Algeri il primo giorno o la messa nella Basilica di Sant’Agostino ad Annaba il secondo, sono stati simbolicamente i più rilevanti, è nell’incontro con la comunità algerina nella chiesa di Nostra Signora d’Africa che la presenza del papa ha permesso alla Chiesa d’Algeria di manifestarsi in tutta la sua poliedrica realtà.
Una Chiesa plurale, culturalmente parlando, come già messo in evidenza dal cardinal Vesco nella sua intervista a Nigrizia prima della visita papale, una «Chiesa mosaico» come ripeterà davanti al papa, una Chiesa al sevizio di un popolo musulmano. La chiesa di Notre-Dame è il migliore luogo dove rappresentare questa vocazione: l’iscrizione “Nostra Signora d’Africa prega per noi e per i musulmani” domina l’abside. Soprattutto le donne musulmane si recano tradizionalmente nella chiesa per accendere una candela a Maryam.
Attorno al papa si è ritrovata non solo la comunità cattolica ma anche quella cristiana e musulmana, dando plasticamente e musicalmente l’immagine dell’incontro, del vivere insieme e della fraternità interreligiosa.
Suor Bernadette, venuta dall’Africa subsahariana, illustra il servizio della Chiesa ai poveri, quel servizio che un tempo veniva svolto sotto la sigla della Caritas che, chiusa per decisione governativa nel 2022, continua come Chiesa al servizio del popolo algerino.
La giovane Rakel, venuta dal Kenya, illustra l’attività ecumenica del gruppo che si è formato a Tlemcen, nella parte occidentale del paese. Soprattutto il coro e il gruppo musicale che da Tlemcen ha accolto e accompagnato sia a Notre-Dame che nella basilica di Sant’Agostino il papa con sonorità più vicine all’Africa subsahariana che a quelle ormai superate della tradizione europea.
Monia, musulmana algerina, testimonia – con momenti di viva commozione – che nei servizi della Chiesa in Algeria cristiani e musulmani lavorano mano nella mano per le persone più vulnerabili rispettando la loro dignità.
Sono testimonianze che potrebbero sembrare banali ma che dette in un contesto dove la Chiesa viene riconosciuta solo nella sua dimensione spirituale – unitamente alla visita “privata” che il papa ha fatto al Centro di accoglienza e di amicizia delle suore agostiniane nel quartiere popolare di Bab el Oued ad Algeri – rendono di pubblico dominio il servizio alla società algerina che la Chiesa in Algeria svolge nella fraternità e senza fine di proselitismo. Questo è diventato probabilmente il significato più profondo per l’Algeria della visita di papa Leone.
Le autorità algerine lo hanno implicitamente ammesso permettendo questa regia che del resto si allinea ai simboli che la presidenza Tebboune – che per l’accoglienza al papa aveva creato un apposito gruppo di lavoro – a sua volta ha voluto esporre. L’essenza musulmana della attuale società algerina si è naturalmente espressa nella visita alla Grande moschea che col minareto più alto al mondo (265 m) domina la baia di Algeri.
Leone XIV ha colto ovviamente questa natura, ma nello stesso tempo ha voluto sottolineare come questa moschea, luogo di preghiera, si accompagni ad un Centro studi e alla ricerca come implicita premessa al rifiuto di interpretazioni integraliste o per la “guerra santa”. «Con questo luogo di preghiera, con la ricerca della verità, anche attraverso lo studio, e con la capacità di riconoscere la dignità di ogni essere umano, noi sappiamo – e oggi questo incontro ne è la prova – che possiamo imparare a rispettarci mutuamente, vivere in armonia e costruire un mondo di pace».
Nell’incontro col corpo diplomatico, l’Algeria ha manifestato la sua collocazione internazionale e i suoi orientamenti, a stringere la mano al papa c’è stato dunque anche l’ambasciatore del Sahara Occidentale ad Algeri. In effetti la visita papale segna per Algeri la fine dell’isolamento diplomatico e la proiezione in una nuova luce di quella che fu un tempo la “capitale” del Terzo Mondo.
Il presidente Tebboune ha più volte sottolineato la volontà di pace e di dialogo del paese. I media algerini, stampa, radio e Tv, hanno dato grande attenzione a Leone XIV, hanno positivamente risposto alla sfida lanciata dalla visita di riconoscere Sant’Agostino come un loro, illustre, concittadino.
Non è mancata anche una rivendicazione nazionalista nel ricordare l’emiro Abdel Kader, campione della resistenza anticoloniale all’inizio dell’800 e successivamente, nel suo esilio siriano, promotore di una fraternità tra cristiani e musulmani e portatore di una forte spiritualità. I media, ma anche l’opinione pubblica, hanno particolarmente apprezzato le parole sulla pace più volte ripetute da papa Leone in un paese estremamente sensibile alle vicende mediorientali.
Il “non ho paura di Trump” ha naturalmente consolidato l’attenzione verso il papa e non solo in Algeria ma anche in Africa e nel resto del mondo.
Le autorità e i media algerini hanno invece ignorato l’atto terroristico nella città di Blida, non lontano da Algeri, la mattina stessa dell’arrivo del papa. Due kamikaze si sono fatti esplodere senza causare particolari danni. L’azione non è stata finora rivendicata e la notizia è stata diffusa solo da canali straneri.