Economia in bianco e nero – aprile 2015
Riccardo Barlaam

Prendi i soldi e scappa. I paradisi fiscali detengono capitali illegali per almeno 7.600 miliardi di dollari, calcola Gabriel Zucman professore della London School of Economics. Una cifra enorme, pari all’8% del patrimonio finanziario mondiale. Di questo fiume di ricchezza esentasse, 1.200 miliardi provengono dagli Stati Uniti, 1.300 dall’Asia, 800 dai paesi del Golfo, 300 dalla Russia, 700 dall’America Latina e ben 2.600 miliardi dall’Europa dalle radici cristiane. Non è indenne l’Africa con i suoi tanti mali, frutto di dittature, guerre, leader corrotti, ruberie con la valigetta: almeno 500 miliardi di dollari “africani” sono al sicuro nelle banche offshore.

Quella dei paradisi fiscali è la ricchezza nascosta delle nazioni. Madre di tutte le diseguaglianze. Negli ultimi anni si è alzato un po’ il velo contro le istituzioni che facilitano la frode fiscale in tutto mondo. Alcuni paesi, come la Svizzera, hanno cambiato marcia e aperto progressivamente alla trasparenza, eliminando il segreto bancario e rifiutando di accettare nei loro caveaux i tesori dei dittatori africani e dei loro clan. Ma in altri paesi, meno sensibili, continua a funzionare “senza controlli e senza trasparenza”.

Così, i capitali illegali, questo 8% del patrimonio finanziario mondiale nascosto, si spostano con un clic di una tastiera da un ex paradiso ad altri. Complici sempre le banche e una legislazione debole. Diversi osservatori ritengono che manchi una normativa sovranazionale unica, più rigida e severa. Con regole comuni per tutti i cosiddetti paradisi, per evitare questo dumping fiscale, per cui ci si sposta da un paese all’altro a seconda delle condizioni e delle convenienze, a seconda di come gira il vento. Lo stesso Zucman propone la creazione di una sorta di Registro finanziario mondiale dove vengano annotati i proprietari di azioni, obbligazioni e di prodotti derivati da parte dei fondi finanziari. Insomma, un quadro regolamentare che non faccia acqua da tutte le parti. Come capita oggi.

Nel 2005 è entrata in vigore la direttiva risparmio dell’Unione europea che obbliga le banche a prelevare una imposta sugli interessi maturati dagli europei sui loro conti correnti offshore. Nel 2010 il Congresso americano ha adottato una legislazione più severa sull’argomento, chiamata Facta (Foreign Account Tax Compliance Act), che obbliga le banche straniere a inviare ogni anno al fisco americano la lista dei loro clienti, sotto la minaccia di vedersi tassare del 30% tutte le transazioni finanziarie con gli Usa. È stata la breccia che ha aperto il muro: molti paesi Ocse hanno chiesto ai vari paesi offshore, seguendo gli Stati Uniti e l’Europa, uno scambio reciproco di dati fiscali.

Lo scandalo Swissleaks ha accelerato questo processo. Dal 2009 l’ingegnere italo-francese Hervé Falciani ha diffuso i nomi di oltre 130mila presunti evasori fiscali titolari di conti correnti aperti in una filiale svizzera della banca privata Hsbc. Falciani è l’autore della cosiddetta Lagarde list, così chiamata perché fatta pervenire all’allora ministro francese delle finanze Christine Lagarde, oggi direttore generale del Fondo monetario internazionale. Lagarde ha inviato i nomi a quei governi i cui cittadini erano nella lista tra cui, com’è noto, ci sono anche settemila italiani. Ma tanta strada c’è ancora da fare.

Secondo l’Ocse, restano 11 i paesi dove il segreto bancario è ancora invalicabile, la tassazione è inesistente e dove si rifugiano i capitali sottratti alle nazioni, dove vengono riciclati gli introiti delle mafie e anche gli utili delle aziende che decidono di non pagare le tasse nel loro paese, aprendo una sede legale fittizia in uno di questi posti: Brunei, Isole Marshall, isola di Dominica, Micronesia, Libano, Guatemala, Liberia, Panama, Isola di Nauru (già sotto inchiesta per riciclaggio di 70 miliardi di denaro della mafia russa), Vanuatu, Trinidad e Tobago.

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L’8% del patrimonio finanziario mondiale è detenuto nei paradisi fiscali. Cinquecento miliardi di dollari sono africani. Un flusso di denaro enorme. Madre di tutte le diseguaglianze.

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