Algeria, elezioni legislative
Nessuna sorpresa. Il voto, infatti, assegna nuovamente la maggioranza assoluta ai due partiti al potere. Cresce invece del 4,75% l’astensionismo e la contestazione, espressa da oltre due milioni di schede bianche o nulle. Un partito della protesta e del disincanto che rappresenta un quarto dei votanti. Praticamente la prima forza del paese.

Annunciati venerdì scorso, i risultati provvisori delle elezioni legislative del 4 maggio non hanno offerto nessuna vera sorpresa. I due partiti dello schieramento al potere, il Fronte di liberazione nazionale (FLN) e il Raggruppamento nazionale democratico (RND) confermano con 261 seggi la maggioranza assoluta dei 462 seggi dell’Assemblea nazionale popolare. I partiti islamisti, questa volta presentatisi in coalizione, rappresentano con 67 seggi complessivi il blocco di opposizione maggioritario. Deludente la prova delle forze laiche democratiche, rappresentate dai due partiti a base berbera (FFS e RCD) e dal partito troskista (PT); nessuna di loro raggiunge i 21 seggi necessari per costituire un gruppo parlamentare.

Neppure l’altissimo tasso di astensione è veramente un imprevisto poiché governo e partiti avevano ripetuto l’invito ad andare a votare, e persino il presidente Bouteflika, malgrado le sue precarie condizioni di salute, aveva lanciato il 28 aprile un appello alla nazione perché tutti si recassero alle urne. Invece solo il 38,25% degli oltre 23 milioni di elettori si è recato a votare, contro il 43% delle precedenti elezioni del 2012. In questo contesto il voto più significativo è quello delle oltre 2milioni e 100mila schede bianche o nulle, che rappresentano un quarto dei votanti. È il partito della protesta e del disincanto, praticamente la principale forza del paese, che non ha altri mezzi per esprimersi, oltre all’estensione, poiché con una cinquantina di partiti in lizza le scelte non sono certo mancate agli elettori.

Il parlamento in una repubblica presidenziale come quella che si è venuta delineando dall’indipendenza in poi, anche con l’apertura al multipartitismo dopo la sanguinosa rivolta popolare del 1988, è soprattutto una camera di compensazione dei clan al potere e del tentativo delle opposizioni di contrastarne l’influenza. Questo rende la vita politica-partitica apparentemente vivace ma priva di una vera dinamica democratica, anche perché il principale partito del paese, l’FLN, è ininterrottamente al potere dal 1962.

La dialettica democratica resta ingessata soprattutto dall’inamovibile, ancorché occulta, presenza del presidente Bouteflika, al potere dall’aprile 1999. Rieletto già 4 volte, lascia nell’incertezza la possibilità di una sua ulteriore candidatura nel 2019, malgrado l’ictus che l’ha colpito nell’aprile di quattro anni fa, e che lo costringe a centellinare le sue apparizioni pubbliche e gli impedisce di prendere la parola.

Tutti gli schieramenti hanno presentato ricorsi per irregolarità varie, persino il vincitore FLN, e il Consiglio costituzionale dovrà esaminarli prima di proclamare i risultati definitivi. Subito dopo, come consuetudine, il primo ministro Abdelmalek Sellal rassegnerà le dimissioni, e sarà compito del presidente Bouteflika di designarne uno nuovo. Per il momento tutte le opzioni sono aperte, compresa la riconferma di Sellal.