Un convegno lancia l'allarme
Se davvero “siamo il linguaggio che usiamo”, allora possiamo dire che la nostra società sta diventando un pericoloso concentrato di disumanità ed egocentrismo che riversa, troppo spesso sui più deboli, la propria rabbia e frustrazione.

Se dovessimo fare cronaca delle parole d’odio, quelle di oggi sarebbero “sbruffoncella” e “affondare la nave”. Il resoconto non è difficile, disponiamo di un nutrito e trasversale repertorio quotidiano, che va dalle istituzioni ai media cartacei e online, dai social ai bar. Non a caso, da undici anni, il sito di Lunaria, Cronache di ordinario razzismo, documenta il fenomeno in continua crescita.

Ieri, in occasione della Giornata mondiale contro la tortura, l’Università Ca’ Foscari di Venezia e il Cestudir (centro studi sui diritti umani) hanno scelto di dedicare un intero giorno a questo tema, con un convegno che aveva per titolo Le parole dell’odio e tra i relatori e le relatrici, oltre a docenti universitari, c’erano Asgi, Amnesty International, Consiglio d’Europa e Rete Lenford, avvocatura per i diritti di LGBT.

Il legame tra parole e tortura sta dentro la cronaca, che registra una staffetta sempre più frequente tra hate speech e hate crime, tra insulti e aggressioni. Link azzardato? Secondo i presenti no, soprattutto quando queste parole fanno un “salto di qualità” diventando norme che discriminano, che giocano con la vita delle persone, costringendole in mare per giorni, nonostante le loro condizioni di salute e le loro storie di genti in fuga. Non è tortura questa?

La retorica divisiva del “noi contro di loro” che fomenta l’odio è diventata linguaggio comune. E, come ha ricordato Giuseppe Barbieri, direttore del Dipartimento di Filosofia e beni culturali, finisce inevitabilmente per segnare questo tempo. Perché «è la lingua ciò che caratterizza profondamente un popolo». Quella italiana oggi è una lingua armata, che si arroga il diritto di poter dire tutto impunemente, in nome della libertà di espressione.

Per disarmarla, non sembra sufficiente mostrare le falle argomentative o i dati. Tutto appare vanificato dalla velocità e frequenza con cui si moltiplicano le frasi di odio, che mirano alla pancia non al ragionamento. Il debunking (smentire le bufale) non funziona: chi legge lo fa perché predisposto ad approfondire una notizia o, di più, a contribuire a screditarla.

Da qui l’esigenza di monitorare l’inter-sezionalità delle parole d’odio, capirne il meccanismo di moltiplicazione, come ha fatto Vox, Osservatorio italiano sui diritti, pubblicando la 3°Mappa dell’intolleranza, che mostra come più di un italiano su tre, twitta il suo odio contro migranti, ebrei e musulmani; o come farà martedì prossimo Amnesty International presentando i dati del suo Barometro dell’odio 2019 e la sua campagna Task force hate speech, che vede quasi 200 tra attiviste e attivisti impegnati in formazione e interventi contro i discorsi d’odio nelle varie piattaforme. 

Siamo le parole che usiamo e che utilizziamo per creare il contesto in cui viviamo, questo è ciò che è emerso in più relazioni. Una consapevolezza che richiede un’attenzione maggiore verso strategie comunicative diverse, perché “il linguaggio d’odio adoperato per costruire l’unità di una nazione o rafforzare la sua identità diventa ancora più potente quando va ad abitare nel luogo del potere politico, quando è utilizzato da rappresentanti delle istituzioni, quando diventa norma, come è accaduto con il Decreto sicurezza bis”.