Centrafrica
Ancora una volta, Notre Dame de Fatima, parrocchia di Bangui dove operano i comboniani, ha subito un attacco. I missionari denunciano la passività del governo, delle forze internazionali e la scarsa incisività della Chiesa.

All’Angelus di domenica 1° novembre, papa Francesco ha lanciato un appello in questi termini: Cari fratelli e sorelle, i dolorosi episodi che in questi ultimi giorni hanno inasprito la delicata situazione della Repubblica Centrafricana, suscitano nel mio animo viva preoccupazione. Faccio appello alle parti coinvolte affinché si ponga fine a questo ciclo di violenze. Sono spiritualmente vicino ai Padri comboniani della parrocchia Nostra Signora di Fatima in Bangui, che accolgono numerosi sfollati. Esprimo la mia solidarietà alla Chiesa, alle altre confessioni religiose e all’intera nazione Centrafricana, così duramente provate mentre compiono ogni sforzo per superare le divisioni e riprendere il cammino della pace. Per manifestare la vicinanza orante di tutta la Chiesa a questa Nazione così afflitta e tormentata ed esortare tutti i centroafricani ad essere sempre più testimoni di misericordia e di riconciliazione, domenica 29 novembre ho in animo di aprire la porta santa della cattedrale di Bangui, durante il Viaggio apostolico che spero di poter realizzare in quella nazione.

Minusca
Il papa ha fatto esplicitamente riferimento agli “episodi” avvenuti nella parrocchia di Notre Dame de Fatima, servita dai comboniani nella capitale Bangui, che accoglie tanti sfollati. Tutto era cominciato la mattina di giovedì 29 ottobre, intorno alle 7:30. La causa: l’omicidio di due giovani musulmani, vicino alla parrocchia, uccisi in seguito al furto di una moto.
La rappresaglia dei loro amici musulmani non si è fatta attendere. Intendono recuperare i corpi delle vittime. Partono dal quartiere Km5 e distruggono tutto ciò che incontrano. Si riuniscono all’esterno della parrocchia, bruciando case e chioschi intorno. Tentano di forzare l’entrata che dà accesso al terreno della parrocchia. Ma di fronte alla resistenza delle forze delle Nazioni Unite, lanciano una granata ferendo un soldato della Minusca, la missione Onu in Centrafrica. Le forze della Minusca, per difendersi, apre il fuoco, uccidendo cinque assalitori. I quali, nonostante tutto, costeggiano il muro intorno alla parrocchia e si arrampicano, cercando di superarlo. Ma vengono respinti.
Lo scambio di tiri d’arma da fuoco si protrae fino al tardo pomeriggio. I rinforzi della Minusca arrivano solo dopo ore. Secondo un ufficiale della missione Onu, il ritardo è dovuto ai veicoli dei militari francesi dell’operazione Sangaris che sarebbero stati mal parcheggiati all’esterno di una stazione di servizio Total Bea Rex, impedendo il passaggio delle forze Onu verso la parrocchia di Fatima.

A chi giova
Ora si fa la conta dei danni. E soprattutto ci si preoccupa di tante persone abbandonate al loro destino. Di fronte a questa situazione, i comboniani e il coordinamento dei giovani della parrocchia pongono pubblicamente alcune domande: c’è ancora in Centrafrica un’autorità centrale? Quale ruolo giocano le forze internazionali presenti nel paese? Di fronte alla passività del governo e delle forze internazionali, dov’è il ruolo profetico della Chiesa locale?
È intervenuta anche la presidente che guida le istituzioni di transizione, Catherine Samba-Panza. Interpretando anche il sentire della popolazione, ha accusato la Minusca di incapacità a garantire sicurezza a Bangui. E condannato le violenze che, secondo lei, puntano a indebolire il processo di transizione che dovrebbe portare alle elezioni presidenziali prima della fine dell’anno, e a sabotare la visita di papa Francesco, che dovrebbe essere il 29 e 30 novembre.
Chi c’è dietro queste violenze? Facile puntare il dito contro gli ex presidenti François Bozizé e Michel Djotodia, più che mai decisi a far deragliare il processo di transizione nel paese.

nella foto un  bilndato dell’Onu davanti all’entrata della parrocchia Nostra Signora di Fatima.