Sudafrica / Elezioni politiche
Potrebbe essere l’astensionismo il tratto del voto dell’8 maggio. L’Anc, in calo di consensi dopo 25 anni non impeccabili di governo, dovrebbe mantenere la maggioranza assoluta in parlamento. Con il fiato corto anche le due principali forze di opposizione.

Le elezioni politiche dell’8 maggio potrebbero essere le più significative da quando nel 1994 è stata fondata la democrazia in Sudafrica. Sono in molti a pensarlo, perché per la prima volta il Congresso nazionale africano (Anc), al potere da 25 anni, potrebbe scendere al di sotto della soglia del 60 % dei consensi.

Il paese sta lentamente emergendo da un decennio di corruzione, cattiva gestione economica e governo irresponsabile sotto la presidenza di Jacob Zuma. L’interrogativo che ci si pone è se i cambiamenti positivi apportati dal successore di Zuma, Cyril Ramaphosa, basteranno all’Anc per arginare l’emorragia di voti.

Un altro punto interrogativo riguarda l’opposizione. La formazione più corposa, l’Alleanza democratica (Da), è stata scossa da lotte interne e da accuse di comportamento razzista a carico di alcuni dei suoi membri bianchi di primo piano. La Da è guidata da un leader carismatico nero, il trentanovenne Mmusi Maimane, che però non sembra essere riuscito a estendere il sostegno del partito oltre le comunità bianche e meticce, principale base storica di supporto.

I Combattenti per la libertà economica (Eff), il partito di opposizione più radicale, avrebbero potuto beneficiare maggiormente dei problemi dell’Anc, ma anche loro hanno avuto difficoltà interne e alcuni dei suoi leader sono rimasti coinvolti in uno scandalo bancario. Data la situazione dei tre partiti maggiori, tutto fa pensare che l’esito del voto politico sia più imprevedibile di quelli precedenti.

La democrazia c’è

Prima di esaminare ciò che sta accadendo in seno alle formazioni politiche, vale la pena sottolineare un fatto molto importante: è la sesta volta dal 1994 che i cittadini sudafricani si recano alle urne per eleggere il parlamento. Nello stesso periodo ci sono state anche cinque elezioni amministrative.

Tutte queste votazioni sono state organizzate in modo efficiente e competente dalla Commissione elettorale indipendente, organismo istituito in base alla Costituzione. E tutte le volte sono usciti risultati credibili. Il Sudafrica ha un sistema di rappresentanza proporzionale con il quale gli elettori scelgono il partito tramite un voto nazionale e uno regionale. Benché questo sistema abbia dei limiti, in particolare il fatto che chi è stato votato non è chiamato a rendere conto direttamente all’elettore, consente però una procedura di voto abbastanza semplice.

In Africa purtroppo, di rado i partiti che perdono le elezioni sono disposti ad accettarne il risultato. Troppo spesso, e ciò riguarda in genere chi è al potere, si arriva a negare l’esito delle urne adducendo a pretesto manipolazioni e brogli. Gli elettori sudafricani, invece, insieme a quelli di Maurizio, Botswana e probabilmente Namibia, possono andare orgogliosi di come sono gestite le elezioni e del fatto che i risultati rispecchiano in modo accurato le scelte dell’elettorato.

Cittadini stanchi e confusi

I sostenitori dell’Anc non amano abbandonare troppo facilmente il proprio partito e, se delusi, preferiscono non recarsi al seggio piuttosto che votare per altre formazioni. È quanto successo alle politiche del 2014 e alle amministrative del 2016 quando molti, in disaccordo con la corrotta amministrazione di Jacob Zuma, decisero di rimanere a casa. Ma la lotta contro la corruzione all’interno del partito non è ancora finita, anzi.

A fine 2017, alla conferenza nazionale quinquennale si era consumata la sfida per la presidenza alla guida del partito tra la fazione di Zuma e quella di Cyril Ramaphosa. Ha vinto quest’ultimo, che è diventato presidente e del partito e della nazione arcobaleno, ma la sua vittoria è stata di stretta misura. Di conseguenza, Ramaphosa non ha potuto estromettere tutte le persone compromesse con Zuma che occupavano posizioni chiave nel partito e nel governo.

Due le conseguenze negative per l’Anc. In primo luogo, molti tra i sostenitori di Zuma, invece di condurre una campagna unitaria per il partito, stanno lavorando per indebolire la posizione di Ramaphosa, indebolendo così anche le prospettive di vittoria. In secondo luogo, la candidatura al parlamento di alcuni dei membri più corrotti e incompetenti dell’amministrazione Zuma potrebbe indurre una quota di tradizionali sostenitori dell’Anc a non recarsi alle urne. Ad oggi, comunque, secondo le indicazioni di vari sondaggi, l’Anc può ancora ottenere una comoda maggioranza, valutata tra il 55% e il 60% dei consensi, ma sotto il 62% del 2014.

I segnali non sono incoraggianti neanche per l’Alleanza democratica. Le sue divisioni interne non sono così profonde come quelle del partito al potere, ma sono di alto profilo. Patricia de Lille, uno dei suoi principali leader e sindaco di Città del Capo, è stata rimossa dall’incarico nell’ottobre 2018 dopo anni di difficili rapporti con il partito. Ne ha già fondato uno suo, ma il fatto che Patricia sia meticcia ha riacceso accuse e insinuazioni che il colore della pelle abbia avuto un peso nel suo licenziamento. Anche se così non fosse, è prevedibile che molti elettori meticci (“coloured”), in genere forti sostenitori della Da, decidano di passare all’Anc o ad altri partiti, oppure di astenersi dal votare.

Al di fuori della Provincia del Capo, l’Alleanza democratica ha sempre faticato a ottenere un sostegno significativo nella comunità nera, nonostante il suo leader, Maimane, sia originario di Soweto, il cuore della resistenza nera all’apartheid. È quindi poco probabile che il partito riesca a migliorare la performance del 2014, in cui aveva ottenuto il 22% dei voti.

Tra le forze di opposizione, è il partito dei Combattenti per la libertà economica (Eff) ad avere la maggiore copertura mediatica. Ha creato di sé una immagine militante, pseudo-rivoluzionaria. Propone una serie di politiche populiste che, se mai fossero attuate, danneggerebbero gravemente l’economia e peggiorerebbero la posizione dei settori più poveri della popolazione. Dietro la retorica, tuttavia, c’è poca sostanza, e ci sono segnali che fanno capire come l’elettorato ne stia diventando cosciente. L’Eff è sicuramente popolare tra i giovani elettori, ma è improbabile che arrivi a superare la soglia del 10%.

I cittadini sudafricani hanno un’ampia possibilità di scelta, visto che 48 sono i partiti registrati per queste elezioni. Una tale pletora di contendenti mette in evidenza uno dei problemi della politica sudafricana e africana in genere: l’incapacità dei leader dell’opposizione di unirsi e offrire agli elettori un’alternativa al partito di governo. Troppi di loro sono mossi dall’aspirazione egoistica di essere leader, anche se dovessero esserlo di un partito con un solo seggio in parlamento!

Votate, dicono i vescovi

All’inizio di quest’anno, i vescovi cattolici sudafricani hanno invitato i cittadini a registrarsi per poter votare, facendo osservare che la partecipazione alla res publica è sia un diritto che un dovere per i cristiani. Il loro appello riflette una seria preoccupazione che riguarda molte persone, giovani e giovani-adulti specialmente, piuttosto abulici nei confronti della politica. Tanti di loro ritengono che recarsi alle urne non abbia alcun senso e che, comunque, non cambierà le loro condizioni di vita.

Altri, sbagliando, considerano il voto come una ricompensa per i servizi forniti dal governo, e così, se sono insoddisfatti dei servizi ricevuti, facilmente si astengano dal voto. Dopo la lunga lotta per la democrazia e i diritti umani in Sudafrica, compreso il diritto di voto, è inquietante costatare che solo il 75% dei cittadini si è registrato per il voto e che di questi forse solo il 70% si recherà ai seggi il giorno delle elezioni.

Riassumendo, tre sono i punti critici delle elezioni di quest’anno. Innanzitutto, la parabola declinante dell’Anc che deriva in gran parte dalla corruzione e da standard di governance scadenti. Nonostante il presidente Ramaphosa abbia lavorato assiduamente per affrontare questi problemi, i suoi sforzi potrebbero rivelarsi insufficienti ad aumentare la percentuale di voti del suo partito.

C’è poi l’incapacità dell’opposizione di sfruttare la debolezza dell’Anc e di presentare un’alternativa credibile. Infine, il comportamento degli stessi elettori. La maggioranza rimarrà fedele all’Anc? O gli elettori esprimeranno la loro voglia di cambiamento offrendo sostegno a uno dei partiti dell’opposizione? Oppure ancora, manifesteranno la loro insoddisfazione disertando le urne?

A metà maggio, la risposta a queste domande.

Mike Pothier è coordinatore di ricerca al Catholic Parliamentary Liaison Office

Nella foto da sinistra a destra: Mmusi Maimane, leader di Alleanza democratica, Cyril Ramaphosa, presidente dell’Anc e del paese, Julius Malema, guida dei Combattenti per la libertà economica.