Repubblica Centrafricana
Dallo scorso fine settimana sono ricominciate le violenze nella Repubblica Centrafricana, che torna ad immergersi in un clima di estrema insicurezza. Dialogo interrotto, sforzi di coesione sociale andati in fumo e processo elettorale bloccato. Un crisi infinita che non è casuale.

Il Centrafrica sembra proprio non poter ritrovare la pace. La settimana che finisce riporta indietro nel tempo il processo di pace. È stata infatti una settimana di scontri, in particolare a Bangui, la capitale. Dove la gente è più che mai esasperata.
Il paese, che dovrebbe, teoricamente, recarsi alle urne domenica 18 ottobre per eleggere il nuovo presidente, si ritrova così immerso nuovamente nella violenza e nel caos che non promettono nulla di buono. Ancora mercoledì sera, due stazioni di benzina, situate a Boy-Rab, feudo degli anti-Balaka, sono state attaccate e saccheggiate. La Minusca, la forza delle Nazioni Unite – molto criticata per la sua inerzia – sembrerebbe aver ripreso ad imporsi con audacia. Che è poi la stessa del piccolo commerciante che, con coraggio, riapre il proprio magazzino al mercato centrale di Bangui. 

Insicurezza totale
Le conseguenze di questo nuovo ciclo di violenze sono gravi. Il fuoco alle polveri era stato messo dall’assassinio nella notte tra venerdì e sabato scorsi di un giovane moto-tassista. La violenze in pochissime ore si erano diffuse in tutta la città, con rappresaglie che hanno ricordato ai cittadini disperati le ore peggiori della crisi. Ovunque, armi e terrore. In questo clima, come sognare ancora la pace? E chi pensa a proteggere la popolazione che si sente totalmente abbandonata a sé stessa? La gente si muove armata e attacca chi vuole.
Sono ripresi i saccheggi. Anche le ong ne hanno fatto le spese. Si sono erette barricate sulle strade principali. Lunedì 28 settembre era stato tentato addirittura l’assalto alla presidenza, chiedendo al presidente del Consiglio nazionale di transizione (Cnt), Alexandre-Ferdinand Nguendet, di prendere il potere.
Rieccoci dunque a contare i morti, una cinquantina circa, e migliaia di sfollati. Si parla di 27 mila persone fuggite di fronte agli scontri per rifugiarsi nelle zone sicure della città da famiglie e conoscenti, dentro luoghi di culto o nei campi d’accoglienza già affollati di sfollati.

Manovre dietro le quinte
Chi sta dietro queste nuove violenze? Difficile dirlo, ma il caos in cui torna a vivere il Centrafrica dice che qualcosa non funziona. C’è chi esige le dimissioni delle autorità della transizione, della presidente Catherine Sanza-Panza in particolare; altri vorrebbero veder sparire le forze internazionali di mantenimento della pace; altri ancora esigono elezioni in tempi rapidi.
La confusione può solo profittare ai politici del passato. I vari Djotodia, Bozizé e altri vedono nel in questo clima incerto un’opportunità per far ritorno sulla scena politica. Tutto diventa più chiaro se si tiene conto che le violenze di questi giorni sono scoppiate mentre la presidente era a New York per l’assemblea generale dell’Onu. Che poi altri abbiano chiesto al presidente del Cnt di riprendere la situazione in mano, dimostra la volontà politica che manovra le violenze che così risultano molto meno spontanee di quanto non appaiano
La presidente della transizione, Samba-Panza, è rientrata precipitosamente mercoledì. E a poche ore dal suo ritorno si è rivolta alla nazione condannando quello che per lei resta un tentato putsch, col risultato che «le elezioni rischiano proprio di essere rinviate. La natura politica degli avvenimenti – ha continuato – è evidente. Si è trattato di un vero e proprio tentativo di prendere il potere con la forza».

Dialogo interrotto. Elezioni utopia
Le conseguenze? Il dialogo politico è interrotto, gli sforzi di coesione sociale e l’autorità dello stato sono scalzate, il processo elettorale è bloccato. La presidente chiama tutti a fare blocco unico a sostegno della transizione per rilanciare il processo e riannodare con la concertazione. L’appello è rivolto soprattutto alle forze vive del paese, ai gruppi armati, ai partiti politici, alle organizzazioni della società civile, sindacati, confessioni religiose.
L’ennesimo tentativo di concertazione per uscire dalla crisi? Ma i problemi son sempre quelli: disarmare le milizie, proteggere la popolazione civile e come usare la forza in caso di resistenza (in questo senso è la Minusca chiamata alle proprie responsabilità).
A New York, in margine all’Assemblea generale dell’Onu, si è tenuto un incontro dei finanziatori del Centrafrica, riconoscendo che la data del 18 ottobre per le elezioni non è realista. Il capo delle operazioni di mantenimento della pace all’Onu, Hervé Ladsous, chiede alla comunità internazionale di accrescere lo sforzo in favore del paese africano. Va rafforzato il mandato della Minusca e, secondo le autorità di Bangui, va tolto l’embargo sulle armi per dare maggiori possibilità di combattere gli elementi ostili al governo di transizione
Gli americani e i britannici hanno promesso 25 milioni di dollari per finanziare le elezioni e l’assistenza umanitaria. Ma mancano ancora ben 85 milioni di dollari per far fronte al programma di disarmo, di riforma del sistema di sicurezza, e di buona amministrazione.

Piaga diamanti
Ma a confermare che la soluzione del problema centrafricano non è a portata di mano, interviene un rapporto di Amnesty International, reso pubblico mercoledì, e intitolato “Violazioni a catena. La catena di rifornimento mondiale in diamanti e il caso del Centrafrica”. Amnesty denuncia l’acquisto da parte dei maggiori negozianti centrafricani di milioni di dollari di diamanti senza guardare troppo se questi diamanti avevano finanziato gruppi armati responsabili di esecuzioni sommarie, stupri, sparizioni e saccheggi massicci. Il rapporto denuncia diverse altre pratiche abusive nel settore dei diamanti, come il lavoro dei bambini e pratiche fiscali non trasparenti.
Le compagnie centrafricane dei diamanti, denuncia il rapporto, potrebbero riprender a breve l’esportazione delle pietre preziose stoccati durante il conflitto in corso che ha già fatto 5mila morti. Prima del conflitto, i diamanti costituivano la metà delle esportazioni centrafricane.
Il rapporto di Amnesty, a partire dalle testimonianze dei minatori e dei negozianti, denuncia il fatto che i gruppi armati dei due opposti gruppi in Centrafrica – gli anti-Balaka, cristiani e animisti in maggioranza, e la Seleka, costituita in maggioranza di musulmani – profittano del commercio delle pietre, controllando i siti di estrazione, taglieggiando minatori e negozianti, e sottraendo loro denaro in cambio di “protezione”.
Sempre secondo Amnesty, la Sodiam – principale ufficio di compera di diamanti durante il conflitto – che ha costituito uno stock di 60mila carati di diamanti del valore di 7 milioni di dollari – ha comperato e continua a comperare diamanti che finanziano gli anti-Balaka.
L’Onu, per parte sua, ha già messo nella lista nera il secondo ufficio di compera del paese, Badica, così come la società-sorella belga Kardiam, sospettati di aver comperato ed esportato di contrabbando pietre provenienti dalle zone controllate dalla Seleka, nell’est del paese.
Amnesty non si stanca di ripetere che le compagnie che commerciano diamanti nel mondo sono tenute a dar prova di maggiore vigilanza nei confronti delle violazioni commesse lungo tutta la filiera diamantifera di approvvigionamento, dal lavoro dei bambini fino alle discutibili pratiche fiscali. «Limitandosi ai diamanti di guerra, il Processo di Kimberley occulta tutte le altre violazioni dei diritti umani e le pratiche senza scrupoli associate ai diamanti», ha affermato Lucy Graham, consigliera giuridica nell’équipe Responsabilità delle imprese in materia di diritti umani di Amnesty. C’è poco su cui sperare insomma.

Nella foto in alto dei miliziani anti-Balaka. (Fonte: Reuters)