Da Nigrizia di settembre 2011: Sud Sudan, ricordando Mons. Cesare Mazzolari, vescovo di Rumbek (1937-2011)
Impossibile elencare tutti i nomi delle scuole e dei dispensari aperti e sostenuti dal vescovo nei 21 anni in cui ha retto la diocesi di Rumbek. Terminata un’opera, ne iniziava un’altra. Per sé nulla. Lascia al suo successore un episcopio che è poco più di una catapecchia: senza elettricità, senza acqua corrente e senza servizi igienici. Ma è stato una guida sicura per il popolo denka.

La prima cosa che mi è venuta in mente alla notizia della morte di mons. Cesare Mazzolari, avvenuta il 16 luglio 2011, è stato un nostro incontro avvenuto nel lontano 1990. Mi trovavo a Khartoum in convalescenza e lui, a quel tempo superiore provinciale dei comboniani in Sud Sudan, era di passaggio al Collegio Comboni. Era una mattina molto calda e, dopo colazione, mi stavo riposando all’ombra del grande ficus che si trova di fronte alla nostra casa. Padre Cesare venne a sedersi vicino a me e, dopo i primi convenevoli, mi chiese timidamente se avessi la bontà di ascoltarlo.

 

Gli era stato chiesto di diventare amministratore apostolico della diocesi di Rumbek, e lui era incerto se accettare. La sua esitazione era data dal fatto che non era mai stato a contatto diretto con l’etnia denka e non ne conosceva la lingua. Arrivato in Sud Sudan nel 1981, aveva lavorato nella diocesi di Tombura-Yambio e poi nell’arcidiocesi di Juba. «Non sono mai stato tra i denka. Mi hanno detto che è un popolo fiero e forte, che in battaglia non si arrende mai e combatte fino all’ultima goccia di sangue». Non aveva torto: erano stati i denka a scatenare e portare avanti la prima rivolta sud-sudanese (1956-1972) contro il governo di Khartoum. E lui si domandava come avrebbe potuto vivere con un popolo con un carattere tanto diverso dal suo.

 

Aggiunse un secondo motivo di apprensione: «La regione di Rumbek è sempre stata una zona protestante, per volontà del governo coloniale, e la chiesa cattolica non è mai riuscita a mettervi radici stabili, nonostante i vari tentativi compiuti dai missionari fin dal 1950». Cosa avrebbe potuto fare lui, uomo mite e gentile, in una chiesa disastrata e pressoché inesistente, com’era il Vicariato apostolico di Rumbek nel 1990?

 

Credo avesse voluto parlare con me perché sapeva che conoscevo i denka abbastanza bene, dal momento che avevo trascorso diversi anni nella missione di Abyei. Gli risposi: «Sono veramente un popolo di guerrieri fieri e forti. Io, però, li ho trovati anche estremamente generosi, ospitali, secondi a nessuno in fatto di fedeltà agli impegni presi. Se riuscirai a non contrariarli e a non farli sentire inferiori, ti porteranno sempre in palmo di mano».

 

Non so se quel mio parere positivo sui denka abbia in quel momento influito sulla sua decisione di accettare la proposta del nunzio apostolico. Posso affermare, però, con assoluta certezza che per 21 lunghi anni i denka hanno trovato in lui un vero padre e la comunità cristiana un pastore capace. Tutti si sono sentiti orgogliosi e riconoscenti della sua presenza in mezzo a loro.

 

Quando arrivò a Rumbek come amministratore apostolico, padre Cesare trovò che, dal punto di vista organizzativo, la chiesa cattolica era una realtà alquanto informe. Il personale era scarso e mancava un preciso piano pastorale. Le varie istituzioni ecclesiali erano poco più che nomi scritti sulla carta. «Sono arrivato in una landa desolata», mi scrisse. (Vedi box p. 65).

 

 

Una capra in dono

Non so quale angelo abbia protetto e benedetto l’opera di mons. Cesare. In situazioni disperate, infatti, egli è riuscito ad aprire nuove missioni: Yirol (1991) Mapuordit (1992), Marial Lou (1994), Agang Rial (1995) e perfino una “parrocchia itinerante”.

 

Nel 2001, quando dal Nord Sudan fui destinato alla diocesi di Rumbek, nella missione di Agang Rial, trovai che le parrocchie erano 12, in ognuna delle quali c’erano una scuola, con migliaia di alunni, e un dispensario con personale medico specializzato nella cura della lebbra e della tubercolosi. Il solo commento che potei fare fu: «Questo vescovo ha fatto, e sta facendo, miracoli».

 

Impossibile elencare tutti i nomi delle scuole e delle cliniche mediche aperte e sostenute da mons. Mazzolari. Da ogni “scuola di missione” dipendevano – e tuttora dipendono – decine di scuolette nel bosco circostante. Noi le chiamiamo “scuole satellite”. In alcune di queste, le aule sono costruite con mattoni di fango cotti al sole e hanno un tetto di paglia. In altre, invece, gli alunni si siedono per terra all’ombra di un grande albero. Nella parrocchia di Mapuordit, per esempio, se ne contano 20, con 7.000 alunni. Il totale degli scolari presenti nelle scuole della diocesi si aggira attorno ai 60mila.

 

Due anni or sono – ero al termine del mio secondo incarico di provinciale dei comboniani in Sud Sudan – mi recai con mons. Mazzolari in visita alla “scuola satellite” di Agany, nella parrocchia di Mapuordit. Sembrava una scuola vera e propria: c’erano il direttore, il suo assistente, 15 insegnanti e 750 alunni. Il vescovo volle incontrare tutte le classi, dalla prima elementare alla terza media. Per tutti ebbe una parola di incoraggiamento. Durante l’assemblea generale con tutti gli alunni e i maestri, un ragazzo di quinta elementare chiese la parola: «Gli alunni di questa scuola hanno deciso di mettere assieme le monete che avevano in tasca e farti un regalo ». Ed ecco spuntare dal folto gruppo un ragazzino che si trascinava dietro una capra. Ci fu un urlo di gioia e un battimani che non finiva più. Ho visto il vescovo profondamente commosso.

 

L’alunno continuò: «Questa capra è per te, vescovo, perché sei venuto a visitarci e a parlare con noi. Quando torni a Rumbek, mangiala, così diventerai più forte e potrai ancora venire a visitarci». Mandando giù il grosso nodo che gli bloccava la gola, mons. Mazzolari rispose: «È bello ricevere una capra in regalo. Sarà bello anche mangiarla, perché io rimanga forte. Ma sarà più bello per me venire a visitarvi di nuovo. Sarà, infine, bellissimo se tutti voi riuscirete a essere promossi, così che possiate prepararvi a essere persone capaci di aiutare i vostri fratelli e le vostre sorelle che non possono frequentare la scuola come voi». In parole semplici, il vescovo aveva reso chiara la visione che aveva della scuola: un mezzo indispensabile per rendere le persone finalmente protagoniste del proprio destino e attive nella ricostruzione del loro paese.

 

 

Ciò che resta di una vita

Il 9 luglio scorso, mons. Mazzolari festeggia nella cattedrale di Rumbek l’indipendenza del Sud Sudan, orgoglioso, come tutti i “suoi” denka, del raggiungimento della tanto agognata libertà dal regime islamista di Khartoum. Una settimana dopo, il giorno 16, mentre celebra l’Eucaristia, è colto da un malore. Immediato il trasporto all’ospedale, ma i medici non possono fare altro che constatarne il decesso per infarto cardiaco. Aveva 74 anni.

 

Non lascia una “landa desolata”. Oggi la diocesi è piena di speranze e di promesse. Le scuole cattoliche sono, più che mai, gremite di alunni e studenti, che si stanno preparando a dare una mano a ricostruire il Sud Sudan. Il coraggio, le fatiche e soprattutto la visione di mons. Mazzalori sono diventate l’inizio di una vita nuova per loro stessi e per il loro paese.

 

Tantissimi i soldi passati per le mani di mons. Mazzolari. Grazie alla generosità di amici europei e americani, ha potuto costruire scuole, dispensari, cliniche per la lebbra, centri per malati di tubercolosi… Terminata un’opera, ne iniziava un’altra. Per sé, niente. Lascia al suo successore un episcopio che è poco più di una catapecchia: senza elettricità, senza acqua corrente e senza servizi igienici; la latrina è in fondo al cortile.

 

Noi, suoi confratelli, che giocosamente lo chiamavamo “il vescovo dei dollari”, sapevamo che il suo pensiero era costantemente rivolto alla sua gente. Facevamo spesso battute su di lui. Se uno chiedeva: «Come sta il vescovo?», la risposta era: «È senza soldi». Ne riceveva tanti, sì, ma non ne aveva mai. Appena arrivavano, li spendeva tutti per la gente: «Dio ha voluto che io fossi vescovo di gente povera, di giovani abbandonati a sé stessi, di centinaia di migliaia di persone che hanno perso tutto – anche la voglia di vivere – a causa della guerra. Come posso non darmi da fare per aiutarli?». A chi lo invitava a sistemare un pochino la sua casa («Ne va della tua salute»), rispondeva: «C’è sempre tempo per quello. Ora devo fare altro. Se la mia casa è povera, è pur sempre una ricchezza rispetto alla miseria che la circonda». Nel 2006, giunse a Rumbek da Roma un alto prelato per visitare la diocesi. Entrato nella casa di mons. Mazzolari, ne rimase allibito. «Qui non si può vivere», si lasciò sfuggire. Giunta la sera, si dovette cercare per lui una camera presso un’organizzazione internazionale. Che differenza! Lui, padre Cesare, in quella topaia ci visse 21 anni, senza mai lamentarsi!

 

Penso che sia stato provvidenziale che, nel 1990, padre Cesare abbia accettato la sfida di amministrare la diocesi di Rumbek. E se il mio parere positivo servì a qualcosa, ne vado fiero. Uomo mite e gentile, egli è diventato la guida spirituale di un popolo forte, fiero e combattivo. come i denka. Perché l’amore umile e disinteressato ha una sua forza particolare, che sa far breccia presso ogni popolo.

 

Trovo, infine, molto significativo che sia morto mentre diceva la messa. Cristo, nella prima Eucaristia celebrata su questa terra, completò il dono di sé stesso ai suoi discepoli. Mons. Cesare Mazzolari, nella sua ultima celebrazione della stessa Eucaristia, ha suggellato la totale consegna di sé al grande popolo denka e alla chiesa del Sud Sudan. Oggi, per sua espressa volontà, riposa nella cattedrale di Rumbek, presso la gente che ha amato più di sé stesso. Fino all’ultimo respiro.

 

Box: Chi era

Cesare Mazzolari nasce il 9 febbraio 1937 a Brescia. Da ragazzo, entra nel seminario dei comboniani. Nel 1962 è ordinato sacerdote e assegnato agli Stati Uniti, dove per anni opera fra gli afroamericani e i messicani impegnati nelle miniere. Arrivato in Sud Sudan nel 1981, nel 1984 è scelto come provinciale dei comboniani presenti nelle regioni meridionali del paese, impossibilitati ad avere comunicazione con Khartoum a causa della guerra. Nel 1990, la Santa Sede lo nomina amministratore apostolico della diocesi di Rumbek. Nello stesso anno, p. Cesare libera 150 giovanissimi schiavi. Nel 1991, riapre Yirol, la prima di una lunga serie di parrocchie, alcune delle quali subito abbandonate sotto l’incalzare dei combattimenti. Aspro censore del regime islamista di Khartoum, non risparmia forti critiche anche ai leader dell’Esercito popolare di liberazione del Sudan (Spla), accusandoli di appropriarsi degli aiuti umanitari. Nel 1994, viene catturato dai soldati dell’Spla e tenuto in ostaggio per 24 ore; per i 6 mesi successivi, gli è impedito di mettere piede nel distretto. Decide allora di spostare la sede operativa della diocesi a Nairobi (in Kenya), dove apre Casa Betania, come centro di accoglienza e sostegno del personale impegnato nella diocesi. A Kitale (Kenya) sposta il seminario diocesano e i centri di formazione del clero, dei catechisti, dei maestri, degli infermieri e degli agenti di pastorale. Il 6 gennaio 1999 è ordinato vescovo da Giovanni Paolo II. Muore il 16 luglio 2011.

 

Box: “Landa desolata”

Eretto nel 1955, il Vicariato apostolico di Rumbek viene affidato al clero africano. Alla sua guida è nominato mons. Ireneus Wien Dud. Nel 1960, mons. Dud è trasferito a Wau e le sorti del vicariato sono affidate a padre Arcangelo Ali. Nel 1964 tutti i missionari sono espulsi dal Sud Sudan. Nel 1965, padre Ali viene assassinato. Nel volgere di breve tempo, la guerra distrugge tutte le chiese e le scuole e costringe il clero a fuggire e cercare rifugio in Zaire. Nel vicariato, vasto come un terzo dell’Italia, rimane un solo prete: Raphael Riel.

Dopo l’accordo di Addis Abeba (1972), le attività ecclesiali riprendono, ma a rilento. Nel 1976, la Santa Sede eleva il vicariato a diocesi e vi nomina vescovo mons. Gabriel Duatuka, che risiede a Meridi/Yei, nel sud della diocesi. Nel luglio 1982 mons. Duatuka dà le dimissioni. Mons. Agostino Baroni, arcivescovo di Khartoum, è nominato amministratore apostolico ad interim di Rumbek. Nel luglio 1983, scoppia la seconda guerra civile. L’8 settembre, il presidente Gaafar Nimeiry promulga la shari’a, la legge islamica, come legge di stato. Poco dopo, in visita a Rumbek, è accolto da una violenta dimostrazione di protesta. Come reazione, fa chiudere tutte le scuole. Molti studenti della secondaria si uniscono all’Spla. Mons. Baroni rassegna le dimissioni. A sostituirlo è chiamato padre Giuseppe Pellerino, che conosce la lingua denka ed è bene accolto per la sua disponibilità. Nel maggio 1984, padre Cesare Mazzolari, da poco eletto superiore provinciale del Sud Sudan, arriva a Juba per prendere visione della situazione. Nell’agosto 1985, la casa dei comboniani è saccheggiata e i 4 padri sono costretti a caricarsi la refurtiva sulle spalle e portarla fino nel bosco. Il 4 marzo 1986 l’esercito si ritira da Rumbek, che è subito occupata dall’Spla. Il giorno 27 p. Pellerino e p. Raffaele Cefalo sono presi come ostaggi dai guerriglieri e portati ai confini con l’Etiopia: saranno liberati il 15 agosto. P. Pellerino torna a Rombek, dove rimane praticamente solo fino al 1990, quando rassegna le dimissioni e passa il timone a padre Mazzolari. (F.M.)

 


 



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