Patto migrazione e asilo: sentinelle per cambiare l’ordine delle cose
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Una road map per monitorare quel che accade nel caos di un decreto che pensa solo ai rimpatri tralasciando i diritti delle persone
Patto migrazione e asilo: sentinelle per cambiare l’ordine delle cose
09 Luglio 2026
Articolo di Jessica Cugini
Tempo di lettura 5 minuti

Ancora pochi giorni e sarà passato un mese dal 12 giugno, data in cui è entrato in vigore il Patto europeo sulla migrazione e asilo. Dopo due anni di gestazione, cominciata nel maggio del 2024, e dopo tutto il tempo utile per allinearsi normativamente a tali previsioni, l’Italia brancola nel buio più totale, procede a tentoni, in maniera del tutto sconnessa rispetto a quelli che dovrebbero essere soprattutto i diritti delle persone migranti che si trovano ad accedere al sistema di accoglienza e riconoscimento della propria domanda di protezione e asilo.

Dopo l’entrata in attuazione dei 9 regolamenti e della direttiva accoglienza collegati al Patto, ci si ritrova con un disegno di legge, il 100, arrivato lo stesso 12 giugno con procedura di urgenza (che di fatto non c’era, visto che si sapeva già da oltre due anni che si sarebbe dovuto legiferare) che si è limitato a recepire in maniera selettiva solo la parte che più interessava al governo rispetto alle direttive sulla procedura accelerata e di frontiera, lasciando tutto il resto da attuare a un’incerta data da destinarsi.

Uno scorporamento che lascia fuori una serie di tutele dei diritti, oltre alla mancata istituzione di un organo non banale, quello atto al monitoraggio affinché tutte le procedure avvengano dentro il perimetro dei diritti.

In questi due anni in cui l’Italia, così come gli altri stati membri dell’Unione, avrebbe dovuto individuare strutture e attrezzature finalizzate all’accoglienza e al previsto trattenimento delle persone sul territorio, e dare inizio a delle consultazioni stabili con le autorità locali, le parti sociali e la società civile che si occupano di migrazione e asilo finalizzate alla creazione di un piano condiviso, niente è stato fatto.

Call action dal basso

Per questo la rete delle realtà nazionali che fanno parte del Forum “Per cambiare l’ordine delle cose“, impegnata nella promozione dei diritti umani e nel contrasto alle attuali politiche restrittive, ha dato vita al 2.0 di quella road map che si era messa in cammino durante la gestazione del Patto, sollecitando i partiti presenti in Europa a prendere una posizione di contrarietà netta, e che ora richiama a raccolta le competenze, le proposte e soprattutto le buone prassi per affrontare l’impatto di questo Patto che si trova a muovere i passi in un buco normativo.

«Una call action dal basso – così la chiama Giovanna Cavallo, esperta in protezione internazionale e diritti umani e coordinatrice delle attività del Forum -. Una rete di sentinelle territoriali che monitorano quel che accade, che si scambiano suggerimenti e azioni per rispondere a quel che succederà in maniera difforme nelle nostre città. Iniziamo oggi a comprendere cosa sta già avvenendo e poi facciamo rete».

Una rete necessaria, a sentire come vi siano già le prime disparità di procedimenti nei territori. Davanti alla vaghezza si procede quasi alla cieca, in maniera spesso discrezionale. Una modalità, quella della discrezione, che non può essere portata avanti quando si ha a che fare con le vite delle persone che vengono trattenute, a cui è imposto un obbligo di residenzialità e che spesso non vengono neanche informate su quel che sta loro accadendo, su quali diritti hanno e come possono esercitarli.

Lo spiega bene Gianfranco Schiavone, studioso delle migrazioni e presidente del Consorzio italiano di solidarietà – Ufficio rifugiati onlus di Trieste: «Si sta creando un meccanismo distorto, dovuto al fatto che il governo italiano ha scelto di occuparsi solo di quello che, per sé stesso, ha un rilievo politico rispetto alle procedure accelerate e di frontiera, lasciando tutto il resto alla discrezionalità.

Ma la direttiva accoglienza non è auto applicativa, necessita di essere recepita e declinata. È palese che la finalità del decreto legge 100 si limita a prevedere disposizioni sull’applicazione obbligatoria delle procedure alla frontiera. Ma tutto il resto che rimane fuori e che viene recepito come residuale è invece fondamentale per riequilibrare il sistema dei diritti delle persone che manifestano e formalizzano la loro domanda di protezione e asilo».

E tutto questo sta già accadendo, mentre non vi è alcuna traccia dell’attività di monitoraggio indipendente prevista dal Patto.

Iniziano però a sollevarsi i primi scudi del diritto da parte delle categorie interessate e chiamate in causa: alcune Asl ad esempio non danno idoneità ai luoghi scelti, ad esempio le questure, per portare avanti le procedure di screening sanitario che dovrebbero dare il nulla osta per il trattenimento e/o espulsione.

Diverse organizzazioni e professionisti sanitari sottolineano come il loro compito sia verificare le condizioni di vulnerabilità delle persone, non selezionare chi può essere trattenuto e deportato e chi no. Oltre al fatto che non può esser tollerato che tali visite mediche, condotte in fretta e furia di un tempo limitato, possano essere affidate a personale non specializzato, in presenza di forze dell’ordine e senza un consenso informato. 

Davanti al venir meno dei diritti chi è nella condizione di essere sentinella del loro rispetto può aderire alla road map e scrivere una mail a: forum4maggio@gmail.com

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