Paul Biya torna nel suo Camerun congelato - Nigrizia
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Il presidente, 93 anni e 44 al potere, rientra nel paese dopo un'assenza di 74 giorni e tante speculazioni sulla sua salute
Paul Biya torna nel suo Camerun congelato
Il sistema di potere del capo dello Stato congela l'economia, mentre la cosa pubblica è gestita dalla sua cerchia di fedelissimi e basta
21 Agosto 2026
Articolo di Clothaire Armel Sadjifile
Tempo di lettura 7 minuti
Il presidente Paul Biya (Credits: Ludovic MARIN / AFP)

È tornato a casa, in Camerun.

Dopo 74 giorni di assenza e altrettanti di polemiche e speculazioni, il presidente Paul Biya, il capo di Stato più anziano del mondo con i suoi 93 anni, ha fatto ritorno nel paese il 20 agosto.

Il leader camerunese è giunto nella capitale Yaoundé con un volo charter partito da Ginevra ed è stato accolto da un gruppo di attivisti del suo partito, il Movimento democratico popolare del Camerun (RDPC).

Nonostante il ritorno non fosse stato annunciato, i fedelissimi si sono fatti trovare all’aeroporto della capitale e hanno idealmente scortato il capo dello stato lungo fuori dallo scalo, da cui poi si è recato nel palazzo presidenziale.

Biya era partito per l’Europa lo scorso 7 giugno. Quello che era cominciato ufficialmente come un “breve soggiorno privato”, stando alle comunicazioni delle autorità di Yaoundé, è diventato il più lungo periodo di assenza dal Camerun nella decennale carriera da presidente del capo dello Stato, cominciata ben 44 anni fa, nel 1982.

Oltre due mesi di assenza che sono stati segnati da richieste di chiarimenti sulla permanenza all’estero del presidente, congetture sulla sua salute, petizioni per chiedere che la presidenza venisse dichiarata ufficialmente vagante. 

Non è la prima volta che Biya si allontana dal paese per settimane, ma oltre a essere stata l’assenza più duratura, quest’ultima arriva in un momento delicato per il Camerun, al culmine di un fase di stallo politico che è cominciata con le elezioni presidenziali dello scorso 12 ottobre e che a detta di diversi osservatori e analisti sembra stia paralizzando le istituzioni e l’economia del paese, accentuando così il rischio di un implosione socio politica in un prossimo futuro.

Vacanza o cos’altro?

Al di là della questione di etica politica e morale sollevata dalla prolungata assenza di Biya, in Camerun si è posto principalmente il problema della violazione della Costituzione all’articolo 1, comma 8, il quale stabilisce chiaramente che «la sede delle istituzioni è a Yaoundé», imponendo con questa disposizione che gli atti del presidente della Repubblica siano adottati nella capitale, ad eccezione del caso in cui firmi trattati e convenzioni all’estero per conto del suo paese.

Tuttavia, durante il suo soggiorno in Europa (non c’è stata alcuna comunicazione ufficiale rispetto al luogo esatto in cui si trovasse, sebbene alcune informazioni ufficiose indicassero la Svizzera da cui è poi effettivamente partito ieri), sono stati emessi decreti presidenziali presumibilmente firmati da Biya, anche con una frequenza maggiore rispetto a quando si trova all’interno del paese.

Si tratta di decreti riguardanti la riorganizzazione dell’esercito, con la nomina di generali e di alcuni alti funzionari civili.

Comportamenti singolari ma che non stupiscono, visto il quadro più ampio in cui vanno collocati. Biya è ormai abituato a stare trincerato nel palazzo presidenziale, nascosto alla sua popolazione.

Nonostante questo però, negli ultimi anni Biya è comunque riuscito due volte (nell’ottobre 2018 e nell’ottobre 2025), a candidarsi alle elezioni senza fare campagna elettorale, senza rilasciare la minima intervista ai media locali, senza il minimo programma politico, senza incontrare il suo esercito, senza incontrare il governo, senza alcuna assemblea con il suo partito politico e senza dover esercitare il minimo indispensabile delle sue responsabilità.

Questo comportamento appare vantaggioso soprattutto per i membri del suo entourage, che secondo diverse analisti starebbero approfittando della debolezza fisica del presidente per imporre le loro volontà.

Il club degli illegittimi

Negli anni del resto, Biya si è costruito attorno una cerchia i cui membri sono alti funzionari dello Stato delle amministrazioni civili e militari, spesso in situazione di illegittimità o illegalità eppure mantenuti nelle loro funzioni.

Si annoverano tra questi figure che fanno parte del governo da decenni nonostante risultati mediocri e scandali finanziari; decine di direttori generali e presidenti di consigli di amministrazione di imprese pubbliche e para-pubbliche ancora in carica nonostante l’aver superato il limite di 9 anni di incarico fissato dalla legge; persone malate e allettate, incapaci di recarsi sul posto di lavoro ma ancora in servizio in posizioni delicate (civili e militari); magistrati che sono oltre l’età pensionabile eppure ancora in servizio, e giovani magistrati assegnati illegalmente alle Procure (rendendo illegali tutti gli atti giuridici da essi compiuti).

Infine parlamentari e consiglieri comunali con mandati scaduti ma prorogati con decreto presidenziale e alti dirigenti civili e militari promossi da decreti dalla dubbia legalità.

Tra gli esempi più illustri ci sono Adolphe Moudiki, 86 anni, amministratore delegato della Società nazionale degli idrocarburi (SNH) da ben 33, quasi quattro volte il limite massimo consentito dalla legge camerunese.

E poi il generale René Claude Meka, 87 anni, capo di Stato maggiore delle forze armate dal 2001 con uno storico di accuse di corruzione e una salute malferma da tempo.

Chi verrà dopo

C’è poi il nodo della successione. Anche in questo frangente la gestione della cosa pubblica da parte di Biya è apparsa quanto meno deficitaria sul piano della trasparenza.

Lo scorso aprile il parlamento camerunese ha approvato un contestato emendamento della Costituzione proposto dal governo che reintroduce dopo oltre 50 anni la carica di vicepresidente.

Secondo quanto stabilito dalla norma, il vice assume automaticamente l’incarico di presidente qualora questo morisse, si dimettesse o trovasse nella condizione di non poter esercitare.  

Questa funzione può essere nominata e revocata solo dal capo dello Stato e finora Biya non ha ancora incaricato nessuno di assumere la posizione.

C’è però una ipotesi che circola da tempo sui media e tra gli analisti politici camerunesi, ovvero che questa mossa miri solo ed esclusivamente a poter nominare vicepresidente Franck Biya, figlio del presidente e della sua prima moglie Jeanne-Irène.

Una notizia in questo senso era anche circolata su alcuni giornali camerunesi dopo che era stata approvata l’istituzione della carica, salvo poi essere smentita.

L’ipotesi è comunque che Biya utilizzi questi suoi poteri per nominare il figlio, un imprenditore già coinvolto in diverse faccende controverse che mancherebbe di qualsiasi credibilità all’interno del partito di governo.

E che quindi difficilmente potrebbe assumere un incarico così importante se non tramite la decisione diretta del padre. A quel punto la strada per una successione di tipo “dinastico” sarebbe spianata.

Dai deficit politici a quelli economici

Manovre politiche complesse che si sviluppano per lo più nell’ombra, mentre il paese affronta una fase economica complessa.

Una fotografia esaustiva della situazione arriva dal Rapporto paese 2026 della Banca africana di sviluppo (BAD).

Stando a quanto documentato nel report, pur avendo una crescita economica resiliente proiettata al 4% nel 2026, il Camerun continua ad affrontare importanti difficoltà economiche, in particolare un fabbisogno di finanziamento esterno stimato in 13,9 miliardi di dollari, in un contesto di limitata capacità di mobilitazione su larga scala.

Tra le ragioni di questa debolezza ci sono entrate fiscali scarse, pari ad appena il 13,3% del PIL nel 2025 (a fronte di una soglia minima del 17%); un deficit di bilancio destinato a peggiorare all’1,9% del Pil nel 2026 per effetto della stagnazione delle entrate e della crisi delle operazioni di controllo al porto di Douala, il più grande del paese; un settore informale dominante, pari al 49,2% del PIL e dell’86% della forza lavoro; flussi finanziari illeciti che sono costati 97,7 miliardi di dollari USA tra il 1970 e il 2022; durature vulnerabilità nella gestione delle finanze pubbliche (assenza di un conto unico del Tesoro, mancata pubblicazione dei bilanci delle imprese pubbliche e ritardi nell’esecuzione dei progetti di investimento).

I dati ufficiali della Società nazionale delle miniere inoltre (SONAMINE) mostrano come tra il 2021 e il 2025 il Camerun abbia perso oltre 44 tonnellate d’oro attraverso canali di esportazione illegali verso l’estero, causando un mancato guadagno per lo Stato di oltre 2.100 miliardi di franchi Cfa (circa 3,4 miliardi di euro).

Pertanto, la scarsa capacità dello Stato di mobilitare le risorse deriva in gran parte dal saccheggio delle risorse minerarie (oro, diamanti, petrolio, gas) da parte dell’élite politica e amministrativa.

Il Camerun non è dunque condannato al sottosviluppo: può ritrovare la strada della crescita, ma l’unica condizione per farlo sembra essere una rottura totale con l’attuale sistema di governance economico-amministrativa e politica.

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