Relazione Sipri su operazioni di pace
E’ fatta di chiaroscuri la relazione conclusiva del Sipri sulla geopolitica delle operazioni di pace. In evidenza ci sono i rapporti tra paesi africani ed attori esterni, una partnership globale che va riequilibrata e rafforzata.

L’Istituto di ricerca per la pace di Stoccolma (, attivo nello studio delle origini e delle possibili soluzioni dei conflitti, ha pubblicato la relazione finale della seconda fase del progetto ‘La nuova geopolitica delle operazioni di pace’, basata sui risultati dei tavoli di discussione tenuti in cinque subregioni africane: Africa occidentale, Corno d’Africa allargato, Africa centrale, Africa meridionale e Africa sahelo-sahariana.

Lo studio dal titolo African Directions: Towards an Equitable Partnership in Peace Operations riporta dati interessanti riguardo l’impegno e la partnership internazionale nelle attività di peacekeeping in Africa sub-sahariana. Tra queste rilevazioni emerge che il 75% di tutto il personale impegnato nelle operazioni di pace multilaterali è dispiegato in Africa, dove è sempre più diffusa la tendenza nell’adottare le più recenti evoluzioni operative e normative in queste operazioni, che comprendono mandati sempre più rafforzati e intrusivi, oltre all’utilizzo di moderne tecnologie.

Dal report emerge, inoltre, che attualmente nelle operazioni di pace la partnership globale con le controparti africane non è sufficientemente equanime ed equilibrata. I risultati elaborati nel corso dei tavoli di discussione regionali e avvalorati in una recente riunione riepilogativa di dialogo globale, tenuta a Bruxelles, delineano la necessità di intraprendere nuovi percorsi per rafforzare la comprensione reciproca e migliorare la futura collaborazione tra l’Africa e i principali attori esterni (il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, le altre organizzazioni internazionali, i paesi donor e i paesi contributori di truppe non africane).

Secondo la relazione, le ipotesi alla base del rapporto tra africani e attori esterni devono essere riconsiderate nell’ottica di sostenere operazioni di pace volte a rispondere alle esigenze dei cittadini e delle comunità locali, ma soprattutto a contrastare le sfide attuali e future alla sicurezza, come il terrorismo, la criminalità e le sommosse.

Inoltre, la globalizzazione e l’interconnessione di queste sfide indicano che le operazioni di pace richiedono risposte condivise. Per questo, le operazioni che stanno registrando buoni risultati nel continente richiedono una maggiore influenza africana nel processo decisionale, esercitata però sempre nell’ambito di una partnership globale. Al tempo stesso, gli attori esterni hanno l’obbligo e l’interesse a contribuire economicamente e militarmente in maniera fattiva.

Il documento rileva pure che i paesi africani stanno fornendo sempre più personale per le operazioni di pace nel continente, generalmente retribuito dagli attori esterni. Tale dato deve essere considerato insieme alla discrepanza delle spese militari dei singoli Stati africani rispetto alle controparti europee.  

I paesi africani, in genere, non hanno lo stesso livello di risorse e capacità militari di molti attori esterni ed è altrettanto rilevante anche lo squilibrio tra le stesse nazioni africane. Non a caso, la mancanza di un adeguato equipaggiamento militare è spesso citata come una delle ragioni per le quali contingenti africani impegnati nelle operazioni di pace subiscono un numero relativamente elevato di perdite.

Il Sipri conclude la sua relazione rilevando che l’Architettura di pace e sicurezza dell’Unione africana (Apsa) non ha ancora raggiunto la piena capacità operativa e almeno nel breve-medio termine, non sarà in grado di farsi carico di tutti i suoi militari, tanto meno di soddisfare i requisiti minimi per garantire il successo di un’operazione di pace multidimensionale.