Nordafrica 2011-2013/ Promesse mancate

Hanno contribuito a far sbocciare le “primavere arabe”, ma i regimi che ne sono usciti penalizzano i diritti e la libertà delle donne.

La primavera è sinonimo di grandi cambiamenti, è la metafora che sottende un’attesa di qualcosa di migliore, di un viaggio dal buio alla luce. È così che il mondo ha acclamato gli eventi del 2011 in Nordafrica e Medio Oriente, pensando che sarebbero stati portatori di venti democratici. E invece il 2012, il primo anno vissuto con i nuovi assetti politici, è stato portatore di notizie altalenanti, denso di criticità e minacce di chiusura per quanto riguarda la condizione femminile, seppur qualche dato positivo sia stato registrato.

Le donne hanno partecipato alle rivolte con la speranza di ottenere nuove opportunità, più diritti e un miglioramento della loro situazione. Speranze in gran parte deluse. Il punto debole del femminismo nel mondo arabo è costituito dal fatto che i diritti delle donne vengono associati ai regimi precedenti – e al sostegno da parte dell’Occidente – i quali facevano sfoggio di un “femminismo di stato”, attraverso movimenti spesso guidati dalle mogli dei presidenti – come lo Women’s International Peace Movement di Suzanne Mubarak e la Arab Women Organization presieduta da Leila Trabelsi, moglie di Ben Ali.

I regimi nordafricani, mentre favorivano una re-islamizzazione non politica, si richiamavano a un’impostazione laica, cercando di apparire progressisti sebbene non avessero mai attuato una tangibile uguaglianza tra uomini e donne. Come conseguenza, il rifiuto di tutte le leggi proclamate dai regimi precedenti si ripercuote anche su quelle poche che avevano favorito la condizione femminile.

Scriveva il quotidiano inglese Guardian nell’aprile 2011: «Le donne hanno sostenuto la primavera araba, resta da vedere se la primavera araba sosterrà le donne». Ma nel frattempo le donne non hanno smesso di battersi per i loro diritti, in vari modi e forme. Un esempio è la pagina facebook che sostiene la rivolta delle donne arabe “The uprising of women in the Arab world”, e i suoi oltre 100.000 fan, testimonianza della presa di posizione al femminile.

Le donne erano a fianco degli uomini nelle rivolte della primavera 2011 contro i regimi autocratici, una partecipazione che – secondo Association for Women’s Rights in Development (Awid) – è il risultato di un lavoro sociale e di attivismo già vivi in precedenza. Oggi le donne manifestano rumorosamente contro le violenze sessuali. Che aumentano. Protestano per assetti legali che minano diritti già conquistati, come è avvenuto a seguito della vittoria dei partiti di matrice islamica nelle prime elezioni democratiche di Egitto e Tunisia. In Libia la situazione è stata complicata dalla guerra civile, durata molto più a lungo che altrove: una situazione di incertezza che si è ripercossa sulle donne. In Algeria e Marocco non c’è stato un rivolgimento politico, ma tante proteste hanno riempito le piazze chiedendo alla politica di avvicinarsi alle richieste dei cittadini. Ovunque sono nate nuove organizzazioni non governative per i diritti delle donne, la cui formazione era spesso vietata durante i regimi autocratici.

Le menti sono attive e il coraggio non manca, ma le donne dei paesi nordafricani stanno fronteggiando davvero le molte sfide poste all’integrità dei propri diritti di genere. Eppure, come afferma Sedef Küçük – membro del parlamento turco per il Partito popolare repubblicano e della Commissione per le pari opportunità – in un articolo per il Turkish Policy Quarterly (“Being a Woman in Turkey and in the Middle East”, 2013, vol. 4 n. 11): «Malgrado tutti gli sviluppi negativi, è troppo presto per dire come la primavera araba si concluderà per le donne».