Nona edizione della giornata mondiale contro le esecuzioni
Il rapporto di Amnesty International mostra un continente sempre più attento alla questione dell’abolizione della pena capitale. L’anno scorso ci sono state 41 esecuzioni, concentrate in Somalia, Sudan, Guinea Equatoriale, Libia ed Egitto.

139 i paesi nel mondo che hanno abolito la pena di morte o che da anni non eseguono condanne sui prigionieri. 58 le nazioni che la mantengono in vigore, ma solo 23 quelle che hanno visto esecuzioni nel 2010. Il rapporto di Amnesty International sullo stato della lotta per l’abolizione della pena di morte vede di fatto due terzi dei paesi che l’hanno eliminata dalla loro giurisdizione, per legge o de facto. Nel 2010 Amnesty è venuta a conoscenza dell’esecuzione di 527 persone (escludendo la Cina, che si rifiuta di divulgare i dati, ma dove si sospettano migliaia di condannati), con inoltre più di 2000 condanne in 67 paesi. La maggior parte delle esecuzioni si è concentrata in Cina, Iran, Iraq, Corea del Nord, Arabia Saudita e Stati Uniti.

 

Se nel 2009 Amnesty aveva segnalato solo due esecuzioni in Africa sub-sahariana (in Botswana e Sudan) nel 2010 se ne sono tuttavia registrate 19, concentrate in Somalia, Sudan e Guinea Equatoriale, a cui vanno aggiunte le 22 in Libia ed Egitto, nel nord del continente. In Africa, 16 paesi hanno abolito la pena di morte, almeno 20 non eseguono condanne da almeno 10 anni o hanno introdotto una moratoria e 16 mantengono in vigore la pena capitale nel proprio ordinamento legislativo; di questi però, solo Botswana, Egitto, Guinea Equatoriale, Libia, Somalia e Sudan hanno eseguito condanne nel 2010.

 

I metodi di esecuzione più utilizzati sono fucilazione e impiccagione, ma in Nigeria e Sudan è prevista anche la lapidazione. Una questione aperta è rappresentata dall’esecuzione di prigionieri che non avevano compiuto 18 anni al momento del crimine, proibita dal Patto internazionale sui diritti civili e politici e dalla Convenzione sui diritti dell’infanzia: in Nigeria più di 20 prigionieri sono nel braccio della morte per fatti commessi quando erano minorenni; tra i paesi che nel 2010 hanno eseguito condanne a morte di questo tipo, accanto a Iran, Pakistan e Arabia Saudita figura anche il Sudan.

 

Il Gabon è stato tra gli ultimi paesi abolizionisti, avendo cancellato la pena di morte da febbraio 2010, mentre il Benin all’inizio di quest’anno ha votato all’unanimità per ratificare il protocollo dell’Onu verso l’abolizione della pena.

 

Oggi 10 ottobre si celebra in tutto il mondo la nona edizione della giornata mondiale per l’abolizione della pena di morte, quest’anno col tema “La disumanità della pena di morte”. Giornata nella quale sono previsti dibattiti, conferenze e manifestazioni anche in molti paesi del continente africano e ciò dimostra la vitalità nel movimento abolizionista. La più importante sarà a Kigali, organizzata dal governo del Rwanda in collaborazione con Nessuno tocchi Caino e la Coalizione mondiale contro la pena di morte. I rappresentanti di almeno 24 nazioni africane, dell’Unione europea e dell’Unione africana si incontreranno per un dibattito sulla necessità dell’abolizione o almeno di una moratoria universale sull’intero continente africano. È previsto anche un tour dell’associazione abolizionista americana Journey of Hope, guidata da familiari di condannati a morte che viaggeranno in Uganda e paesi limitrofi per sensibilizzare verso un approccio di riconciliazione piuttosto che di “occhio per occhio”.

 

Per Guillaume Colin, della Federazione internazionale dell’azione dei cristiani per l’abolizione della tortura (Fiacat), la sensibilizzazione dell’opinione pubblica e degli opinion leader (politici, religiosi, mediatici) porta a una pressione sociale sui governi per l’abolizione della pena di morte, come accaduto in Benin. Nella maggioranza dei paesi africani che applicano una moratoria, i governi usano l’opinione pubblica, infatti, come giustificazione per non passare all’abolizione totale.

 

Un’attenzione particolare va quest’anno ai paesi della “primavera araba”: in attesa delle elezioni del 23 ottobre in Tunisia per l’assemblea costituente, nel decalogo che Amnesty ha inviato ai candidati che redigeranno la nuova costituzione è stato chiesto il mantenimento della moratoria sulle esecuzioni, in attesa dell’abolizione definitiva della pena di morte.