Nordafrica / La ramificazione militare
Un’anticipazione delle analisi che usciranno su Nigrizia di settembre.
Algeria, Egitto e Libia fondano le loro istituzioni sulle forze armate. In Tunisia decisive per la cacciata di Ben Ali. Al di là del sostegno alle rivolte popolari, i generali hanno difeso durante e dopo i tumulti solo i loro interessi. Soprattutto economici. Ma il loro protagonismo è la misura della debolezza delle istituzioni civili e dei partiti politici.

Il colpo di stato militare che il 3 luglio ha deposto il presidente egiziano Mohamed Morsi è stata una sorpresa per buona parte dell’opinione pubblica. Questo perché, alle inattese rivolte popolari – che a partire dal 2010-11 hanno agitato il mondo arabo – si sono accompagnate, fin da subito, semplificazioni facili da comunicare ma ingannevoli nel coglierne la complessità. Così si è ignorato che la cosiddetta “primavera araba” è in realtà anche berbera; non è partita dalla Tunisia bensì dal Sahara Occidentale; ha avuto, accanto al protagonismo delle masse, anche quello degli eserciti, pur con modalità specifiche da paese a paese.

In Egitto i soldati si sono ripresi, prepotentemente, la scena a seguito delle proteste popolari che l’inetta presidenza Morsi aveva suscitato. Del resto, era già successo con la caduta di Hosni Mubarak: il Consiglio supremo delle forze armate aveva retto il paese dal febbraio 2011 al giugno 2012, fino alla proclamazione della vittoria elettorale del candidato dei Fratelli musulmani. Era subito iniziato un braccio di ferro che aveva provvisoriamente messo in ombra i militari.

I segnali che l’esercito non considerava finito il proprio ruolo si erano ripetuti dall’inizio dell’anno, soprattutto a seguito delle proteste a Port Saïd, dopo la condanna di alcuni tifosi per i disordini dell’anno scorso. L’esercito aveva sapientemente riportato la calma, mentre una petizione veniva fatta circolare con la richiesta di un colpo di stato militare in opposizione a una classe politica accusata d’incapacità. Oggi il capo di stato maggiore, generale Abdul Fattah al-Sisi, già rappresentante delle forze armate nel governo del presidente Morsi come ministro della difesa, è più che mai protagonista della scena politica egiziana, avendo assunto la carica di vice-premier nel governo di transizione retto da Hazem al-Beblawi.

In Tunisia l’esercito è stato agli antipodi dell’interventismo egiziano, ma non meno determinante. È stato, infatti, il suo rifiuto a partecipare alla repressione degli oppositori del dittatore Zine El-Abidine Ben Ali a costringere quest’ultimo ad abbandonare il paese, verso un esilio dorato a Jedda, in Arabia Saudita. In entrambi i paesi, l’esercito ha dunque giocato un ruolo di difesa della rivolta popolare e, soprattutto nel caso egiziano, di salvaguardia di alcuni spazi di libertà di fronte al tentativo dei Fratelli musulmani di imporre la propria egemonia.

Un paradosso se si pensa che il colpo di stato militare, dopo elezioni relativamente libere, è di per sé una rottura della sovranità popolare. Questo paradosso si era già manifestato in Algeria, quando nel gennaio 1992 l’esercito sospese il processo elettorale che stava per consegnare il paese al Fronte islamico di salvezza (Fis) nel cui programma figurava la repubblica islamica fondata sulla legge coranica. Anche in quel caso l’intervento dell’esercito era avvenuto con il consenso di una parte consistente della società civile e dei partiti politici, che rifiutavano di mettere i fondamentalisti alla prova del potere. Questa prova è stata invece concessa, non senza reticenze, nel caso egiziano. Il fallimento di questa opportunità ha dato ai militari l’alibi per intervenire nuovamente.

Un ruolo completamente diverso ha avuto l’esercito nelle rivolte popolari nel Sahara Occidentale e in Libia. Nel novembre 2010 i soldati marocchini radono al suolo l’“Accampamento della dignità” di Gdeim Izik, a una dozzina di km dalla capitale El Aiun, prima manifestazione di rivolta popolare della cosiddetta “primavera araba”. Si pone così tragicamente fine all’esperimento di 20.000 sahrawi liberamente attendati nel deserto per auto-organizzarsi, lontani dalla soffocante presenza dell’esercito di occupazione. Del resto è l’esercito a consentire l’occupazione militare del Sahara Occidentale e a mantenere “l’ordine”, insieme alle forze di sicurezza, contro la mobilitazione popolare sahrawi ininterrotta dal 2005.

Nella Libia di Gheddafi, l’esercito è stato schierato fin da subito a fianco del dittatore contro la protesta popolare, prima a Bengasi poi nel resto del paese. Ma la sua discesa in campo aperto contro la popolazione insieme all’intervento straniero guidato dalla Francia hanno prodotto la sua spaccatura e la sua dissoluzione. Così oggi il paese rimane nelle mani delle milizie armate mentre l’esercito è in fase di riorganizzazione e non ha ancora ripreso il suo ruolo tradizionale.

 

Partiti senza radici

A oltre mezzo secolo dalle indipendenze dei paesi nordafricani, ci si può chiedere la ragione della presenza così forte dei militari nella vita politica dei paesi della sponda sud del Mediterraneo. Il motivo principale è che nella difficile transizione per uscire dal colonialismo, i partiti politici si sono rivelati forze deboli, senza vere radici, male organizzate sul territorio; debolezza che hanno trasmesso alle istituzioni che dovrebbero animare. L’unica struttura organizzata rimane l’esercito, che pertanto si è ritagliato la figura di riserva che interviene per risolvere le crisi maggiori. (…)

 

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