Una vita in Africa – marzo 2015
Renato Kizito Sesana

Un Papa che parla più di Gesù e di Vangelo che di Chiesa, più di gioia, compassione e misericordia che di legge e valori non negoziabili, più di uscire e servire che di difendere e proclamare. Davvero, pochi della mia generazione ormai osavano sperare che la primavera del Concilio Vaticano II sarebbe tornata.

Ma in Africa i cambiamenti promossi da papa Francesco non sono ancora arrivati. Dopotutto non abbiamo le stesse stagioni dell’Europa, e Bergoglio pubblicamente ha interagito ben poco con l’Africa, a parte i necessari appelli alla pace e qualche parola durante le visite ad limina delle Conferenze episcopali africane.

Il suo primo viaggio pastorale, a Lampedusa, lo abbiamo visto incontrarsi con africani appena sbarcati dalla costa libica. Lui era di fronte a un mondo nuovo, che non aveva mai incontrato faccia a faccia, e i profughi, in maggioranza musulmani, sì e no sapevano chi fosse il papa, tanto meno papa Francesco.

Sono venuti altri viaggi, le prime nomine cardinalizie nel febbraio del 2014, e fra i nuovi 16 cardinali elettori c’erano due arcivescovi dell’Africa occidentale: Jean-Pierre Kutwa, di Abidjan, e il poco conosciuto Philippe Ouédraogo, di Ouagadougou, da famiglia in maggioranza musulmana, che si autodefiniva “piccolo pastore della savana burkinabè”. Ma a confronto con le altre nomine non costituivano una gran novità e non hanno generato grande interesse.

Nel frattempo non ci sono state nomine di africani a cariche “importanti” a Roma, e questo significa poco, perché certamente Francesco non esprime la sua considerazione per un pastore portandolo a lavorare in Vaticano. In ogni caso l’Africa è scomparsa degli orizzonti della Chiesa, mentre emergeva con forza, ovviamente, l’America Latina e successivamente l’Asia. L’anno scorso si era parlato di una visita papale in Camerun, ipotesi che era stata suffragata da un’udienza concessa a Paul Biya, presidente cattolico (ahimè per i cattolici) e figlio di catechisti. Ma qualcosa non deve aver convinto papa Francesco ? probabilmente proprio il fatto che in Camerun ci sia un rapporto non del tutto chiaro fra chiesa e politica ? e di visitare questo paese non si è più parlato. Chi è attento alle cose africane poi non ha mancato di notare che nel corso della prima fase del sinodo sulla famiglia il cardinal Kasper in un’intervista ebbe una frase infelice che lasciava intravedereun giudizio molto pesante su tutto l’episcopato africano, e nessuno ritenne necessaria una puntualizzazione.

Nel secondo concistoro, celebrato nel febbraio di quest’anno, i nuovi cardinali africani elettori sono due: Berhaneyesus Souraphiel, arcieparca di Addis Abeba, e Arlindo Furtado, vescovo di Santiago di Capo Verde. Due pastori di diocesi con un piccolo numero di cattolici, “periferici” in tutti i sensi, ma periferici anche rispetto all’Africa nera, l’Africa della grande esplosione numerica del secolo scorso, mai vista in precedenza nella storia della chiesa. Quell’Africa che con quasi duecento milioni di fedeli in rapida crescita costituisce ormai il 17% della cattolicità, e che, non dimentichiamolo, alla vigilia degli ultimi due conclavi si sentiva autorizzata a reclamare che fosse venuto il tempo di un papa africano.

La Chiesa africana è assente dall’agenda di papa Francesco? Eppure in Africa molti si aspettano una sua visita. Lo scorso 26 novembre ho accompagnato un gruppo di miei ex-ragazzi di strada keniani ad incontrarlo dopo l’udienza generale. Sono rimasti conquistati da Francesco anche solo per i pochi istanti in cui ha detto qualche parola ed hanno sentito una carezza della sua mano. Ma poi la domanda insistente era: ma quando viene in Africa?Quando viene da noi a Kibera? Non pochi altri se lo domandano in Africa.

Sappiamo che Bergoglio prima dell’elezione aveva limitato i suoi viaggi a quelli che doveva fare come pastore, e non ha mai visitato l’Africa, neanche come turista. Non era nel suo stile austero. Quindi si trova di fronte ad una realtà che conosce poco, e vuole prendersi il tempo necessario per ascoltarla e capirla.
Poi è venuto l’annuncio informale, sul volo che lo portava da Manila a Roma il 19 gennaio, di una probabile visita nella Repubblica Centrafricana e Uganda entro fine 2015.

Perché questi due paesi?
Andare nella Repubblica Centrafricana – se pure sarà possibile per l’enorme rischio sicurezza ? significa immergersi in tutte le debolezze dell’Africa. Innanzitutto la guerra, le violenze sulla popolazione civile. Poi un paese con grandi ricchezze naturali che non è mai stato veramente indipendente, conteso fra multinazionali, sotto la minaccia del fondamentalismo islamico, dove tribalismo e rivalità religiose sono esplose negli ultimi tre anni. Un paese dove la chiesa è sfidata dalla necessità di dialogare, e di dialogare da una posizione di debolezza. Un paese dove la mondanità del clero, per usare un termine bergogliano, in contrasto con la povertà generalizzata, aveva raggiunto livelli che hanno costretto nel 2009 all’intervento di Roma. Le relazioni dei vescovi locali alla Santa Sede avevano per anni nascosto una situazione di corruzione di una buona parte del clero, avido di potere e di soldi, a cui i vescovi non sapevano più come reagire, o avevano scelto di farne parte. Ci vollero un nunzio vietnamita e poi un nunzio nigeriano, e un visitatore apostolico – l’allora segretario della Congregazione per l’evangelizzazione dei popoli, mons. Robert Sarah, guineano, oggi cardinale prefetto della Congregazione per il culto divino – per rimuovere la cancrena, decapitando così anche alcune diocesi. Da come abbiamo imparato a conoscere papa Francesco, che ama andare alla radice dei problemi, non è certamente un caso che abbia scelto questo paese come meta del suo primo viaggio africano.

In quanto a essere snodo di problemi geopolitici, l’Uganda non ha meno possibilità di rappresentare i problemi africani e le periferie del mondo, con un presidente al potere da 29 anni che interferisce pesantemente, anche manu militari, nei paesi vicini, e con i suoi popoli nomadi del nord che sono ancora tagliati fuori dalla sviluppo, sia pur disuguale, del resto del paese. Ma forse a Francesco interessa di più per un’altra rappresentatività, cioè quella dell’impegno laicale. Con i suoi 22 martiri della fine dell’Ottocento, i beati catechisti Daudi e Jildo del 1918, questo paese ha donato alla chiesa africana il numero più alto di canonizzati nei tempi moderni. Con una nota curiosa. Contrariamente a quanto è avvenuto nel resto del mondo, fra i santi e i beati africani dei tempi moderni ci sono solo due suore, e non c’è nessun prete (a parte il beato nigeriano Cyprian Tansi, che però ha vissuto in Inghilterra). Vorrà Francesco fare dell’impegno laicale per la giustizia e la pace il tema dominante della sua tappa in Uganda?

Allora il ritardo di Francesco nel guardare all’Africa si spiega con il desiderio di ascoltarla e capirla, prima di aiutarla a riprendere il cammino. Centrafrica e Uganda sono due paesi che daranno a Francesco l’occasione per parlare di problemi veri, dei poveri e della chiesa e dei suoi pastori. Su tutto domineranno i temi della pace e del dialogo con l’Islam, temi globali che hanno però risonanze drammatiche in Africa.

Per troppo tempo i problemi dell’Africa sono stati nascosti sotto il tappeto. Si era arrivati al primo sinodo Africano nel 1994 con tante speranze, ma poi manco la parresia, su cui oggi Francesco tanto insiste. Così il Sinodo riconobbe formalmente l’idea di inculturazione, cioè del necessario dialogo fra Vangelo e diverse culture locali per un reciproco arricchimento, ma ai teologi che vi avevano lavorato non fu permesso di partecipare e poi furono progressivamente silenziati. Oggi di inculturazione non si parla più, e ancor meno la si fa e la si vive. Quel Sinodo enfatizzò la necessità dell’impegno dei cristiani per la giustizia sociale. Son stati fatti pochi progressi. In troppi paesi africani i leader religiosi sono assenti dal dibattito pubblico, e accettano passivamente un’agenda sociale profondamente ingiusta. Si adagiano in una commistione fra potere politico e servizio pastorale tutta a loro svantaggio, che vede uomini politici prendere la parola nelle chiese e nei servizi religiosi, e li fa apparire alleati del potere. Recentemente un amico africano mi faceva notare come durante l’insediamento di un vescovo nelle sua nuova diocesi la classe politica locale abbia partecipato in massa dando l’impressione alla comunità che fosse l’insediamento di un funzionario governativo. E questo succede in troppi paesi.

Abbiamo decantato per anni la giovinezza e freschezza della fede e della chiesa africana. Ma se questo resta vero per la gente semplice, alla periferia del potere, la chiesa dei pastori rischia di invecchiare precocemente e gestire il servizio dell’autorità con modi che sono diventati vecchi e inaccettabili nei paesi da cui sono partiti i missionari che hanno evangelizzato l’Africa negli ultimi due secoli.

L’Africa non è solo geografia. Per la geografia è solo un continente dall’altra parte di un mare neanche tanto grande. Ma la cultura e l’ethos africani sono radicati in terreni molto più lontani di quelli geografici. Perché la chiesa metta radici profonde in Africa forse dovrebbe ripartire dalle profondità del cuore, là dove gli uomini si incontrano fra di loro e dove incontrano il Signore Gesù.

Papa Francesco con la sua capacità di limpida testimonianza, sincerità, parresia, e più ancora la sua vicinanza ed empatia con i poveri, può offrire alla chiesa africana uno stimolo straordinario per ripartire dal cuore.

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