Si moltiplicano gli appelli della società civile, di docenti e sindacati per chiedere la liberazione dell’imam della moschea Omar Ibn al-Khattab di San Salvario a Torino, Mohamed Shahin.
I suoi avvocati, Fairus Ahmed Jamas e Gianluca Vitale, hanno presentato un ricorso in Cassazione contro la sua detenzione al CPR di Caltanissetta, un secondo ricorso al Tribunale civile di Siracusa contro il rigetto della domanda di protezione internazionale e altri due ricorsi al Tar del Piemonte contro l’annullamento del suo permesso di soggiorno e al Tar del Lazio contro il decreto di espulsione firmato dal ministro dell’Interno Matteo Piantedosi. E così Shahin resta in detenzione a Caltanissetta in attesa della decisione sulla sua richiesta di asilo in Italia.
Chi è Mohamed Shahin
Shahin, 46 anni, da 21 anni in Italia, sposato con due figli nati nel nostro paese, è stato arrestato lo scorso 24 novembre dopo il decreto di espulsione del ministero dell’Interno e la revoca del suo permesso di soggiorno.
Sotto accusa sono finite le sue dichiarazioni del 9 ottobre 2023 in cui in una manifestazione per la Palestina a Torino ha descritto gli attacchi di Hamas del 7 ottobre dello stesso anno che hanno provocato 1.200 vittime e 251 ostaggi, come un atto di “resistenza dopo anni di occupazione”.
Le dichiarazioni di Shahin sono sempre state improntate sul rifiuto della violenza. “Non sono un sostenitore di Hamas e non incoraggio la violenza. Ho sempre sostenuto che i palestinesi devono avere una loro sovranità”, ha spiegato Shahin.
Tramite i suoi avvocati, Shahin ha anche condannato l’assalto da parte di alcuni attivisti alla redazione del quotidiano torinese La Stampa, dopo la manifestazione del 28 novembre scorso. “La nostra comunità prende con assoluta chiarezza le distanze da quanto accaduto e ribadisce la propria contrarietà a ogni forma di protesta che ricorra alla violenza o al danneggiamento, pratiche incompatibili con i valori che da sempre guidano la nostra moschea e il nostro impegno nella società civile”, sono state le parole di condanna in un comunicato della moschea di via Saluzzo a Torino.
L’Egitto non è sicuro per Shahin
In particolare, di fronte alla Corte di Appello di Torino, Shahin ha espresso la sua preoccupazione per un’eventuale espulsione in Egitto, dove potrebbe rischiare maltrattamenti in prigione, una lunga pena detentiva e anche la pena di morte.
Si tratta della stessa sorte che è toccata a migliaia di sostenitori della Fratellanza Musulmana dopo il colpo di stato del 3 luglio 2013. Shahin non ha mai nascosto la sua dura opposizione nei confronti del presidente egiziano Abdel Fattah al-Sisi, così come hanno fatto migliaia di egiziani in Italia e nel mondo che continuano a protestare in piazze e strade europee contro le costanti violazioni dei diritti umani in corso nel paese.
E così gli avvocati di Shahin hanno fatto sapere che “qualsiasi provvedimento di rimpatrio significherebbe una morte certa”. D’altra parte, la procura di Torino ha stabilito che le parole di Shahin dell’ottobre 2023 non hanno rilevanza penale e non costituiscono incitamento alla violenza.
Non solo, Ismaele La Vardera, deputato dell’assemblea regionale siciliana, ha visitato Shahin nel centro di detenzione di Caltanissetta e ha confermato che, a suo avviso, un’eventuale espulsione in Egitto lascerebbe l’imam di Torino “senza scampo” definendo “sproporzionata e non democratica” la sua possibile deportazione.
La mobilitazione per Shahin
La possibilità che Mohamed Shahin venga espulso dall’Italia ha motivato un’ampia reazione della società civile. Le principali figure religiose di Torino hanno inviato una lettera al presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, esprimendo “preoccupazione” per le conseguenze della sua deportazione.
Nella lettera, Shahin viene definito come una figura chiave nel dialogo interreligioso e con le istituzioni. Secondo i religiosi, l’espulsione di Shahin “metterebbe a rischio anni di coesistenza pacifica e fruttuosa”.
A conferma dell’ampia mobilitazione in favore del suo rilascio, durante la manifestazione dello scorso 28 novembre per lo sciopero generale a Torino, i lavoratori dell’Unione sindacale di base (USB) hanno sfilato con striscioni che ne chiedevano la liberazione. Non solo, presidi in suo favore si sono svolti anche a Milano e Caltanissetta.
“Negli anni passati anche diversi palestinesi sono stati rinchiusi in centri per il rimpatrio: a Ponte Galeria, Brindisi, Palazzo San Gervasio”, si legge in una nota firmata da centinaia di docenti che chiedono il rilascio di Shahin. “Rinchiusi in CPR per il solo fatto di essere gazawi o per aver parlato a favore della Palestina, questi uomini sono stati prelevati, imprigionati, in un attimo resi nulla e deprivati di ogni diritto, un trauma che ancora oggi segna le loro vite”, prosegue la dichiarazione.
“La situazione negli ultimi mesi continua a peggiorare, con un attenzionamento feroce verso chi continua a portare in piazza la questione palestinese. Una spirale repressiva che sembra non aver fine e che lede la libertà di espressione soprattutto verso chi osa promuovere una narrazione alternativa a quella dominante, complice dello stato genocida di Israele”, continuano i docenti.
Le prime accuse
Ad innescare la richiesta di arresto ed espulsione è stata la deputata di Fratelli d’Italia, Augusta Montaruli. Dopo la convalida del suo trattenimento nel CPR di Caltanissetta, nel corso dell’udienza, alla quale Shahin si è collegato in videoconferenza alla presenza della giudice Maria Cristina Pagano, sono emersi i contatti che l’imam di Torino avrebbe avuto con il giovane radicalizzato genovese morto in Siria, Gabriele Ibrahim Delnevo, ed Elmadhi Halili, un giovane condannato per aver diffuso materiali dello Stato Islamico in lingua italiana.
Shahin ha confermato una conoscenza superficiale con Delnevo e di aver visto in alcune occasioni Halili nel centro di preghiera torinese. Shahin ha invece più volte espresso la sua simpatia per l’ex leader di Hamas, Ismail Haniyeh, ucciso dall’esercito israeliano a Teheran nel luglio 2024, e per l’ex presidente egiziano Mohammad Morsi, leader della Fratellanza Musulmana, morto in detenzione al Cairo nel 2019.
La repressione del dissenso per la Palestina in Egitto
Le manifestazioni di dissenso contro gli attacchi israeliani a Gaza, inizialmente permessi dal regime di al-Sisi in Egitto dopo il 7 ottobre 2023, hanno finito per essere censurati dalle autorità egiziane con l’arresto di centinaia di contestatori e studenti. E così le proteste per Gaza sono state relegate da mesi alle porte del Sindacato dei giornalisti nel centro del Cairo, e poco più.
Nella prima fase di mobilitazione, lo stesso al-Sisi aveva cavalcato l’ondata emotiva popolare contro gli attacchi israeliani. Questo approccio ha galvanizzato non poco i suoi sostenitori ed ha contribuito alla manipolazione delle manifestazioni a sostegno della causa palestinese in favore del presidente.
“Non volevamo dare visibilità alle marce per Gaza finché gli attivisti non fossero entrati in Egitto e avessero iniziato il loro cammino verso Rafah”, ci aveva spiegato l’avvocata per i diritti umani Mahienour el-Masri, impegnata per giorni a favorire il rilascio di centinaia di attivisti internazionali in seguito deportati nei loro paesi, in occasione della Global March to Gaza dello scorso giugno.
“Il governo egiziano sta lanciando segnali ambivalenti. Inizialmente aveva dato il permesso alla Global Sumud Flotilla di organizzarsi e coordinarsi in Egitto invece di arrestare tutti gli attivisti che ne fanno parte, ma in realtà ha messo in carcere oltre 250 manifestanti per la Palestina che hanno continuato a protestare negli ultimi due anni”, ci aveva spiegato anche l’attivista egiziano Patrick Zaki.
Se Mohamed Shahin venisse deportato in Egitto rischierebbe l’arresto e una lunga detenzione, così come sta accadendo a molti attivisti per la Palestina al Cairo. Non solo, le sue dichiarazioni di simpatia per la resistenza palestinese e di opposizione verso al-Sisi lo collocano agli occhi delle autorità egiziane tra gli affiliati della Fratellanza Musulmana in Egitto per l’immediata sovrapposizione che viene coltivata al Cairo tra Fratelli Musulmani e Hamas, sin dal 2013, con lo scopo di stigmatizzare tutti gli islamisti come possibili terroristi.
Per tutte queste ragioni è auspicabile che l’imam di Torino possa essere rilasciato al più presto per tornare al suo impegno nel dialogo interreligioso e nel suo approccio pacifico a favore della causa palestinese.
Se l’espulsione dovesse avvenire invece, il governo italiano si dimostrerebbe ancora una volta indulgente verso criminali come Almasri, accusato dalla Corte penale internazionale di crimini contro l’umanità e rimpatriato in Libia da uomo libero, e intransigente con chi, come Mohamed Shahin, ha solamente espresso un’opinione, tra l’altro condivisa da molti sostenitori della causa palestinese, verso un paese come l’Egitto, dove verrebbe messa a rischio la sua incolumità.