ECONOMIA IN BIANCO E NERO – FEBBRAIO 2017
Riccardo Barlaam

Losers and winners. Una storia con perdenti e vincitori. Ne abbiamo parlato più volte su Nigrizia. Ora arriva la certificazione del Fondo monetario internazionale (Fmi), che ha appena pubblicato un paper serissimo (Macroeconomic developments and prospetcs in low-income developing countries) che fotografa la situazione che si è venuta a creare negli ultimi anni in Africa, dove molti paesi sono “strozzati per via del crollo del prezzo delle materie prime e per il rafforzamento del dollaro, che ha causato una forte svalutazione delle valute locali e, in molti casi, l’aumento all’impazzata delle rate per ripagare i propri debiti internazionali. Una storia con perdenti, molti, e vincitori, pochi, i soliti noti che abitano nell’emisfero nord del mondo.  

I paesi in via di sviluppo (quelli che il Fmi chiama Lidc’s, Low income developing countries) sono una sessantina. Molti di loro «continuano a lottare» con una situazione congiunturale complessa causata, appunto, dal crollo del prezzo delle materie prime, petrolifere e non. Il prezzo del barile ha causato i maggiori problemi per i paesi esportatori. Le quotazioni, da circa 130 dollari al barile, sono crollate a poco più di 30 dollari per risalire, ora, attorno ai 50 dollari. Questa fluttuazione ha mostrato la debolezza e la vulnerabilità delle economie di questi paesi (Nigeria e Angola, in primis). Secondo gli economisti del Fondo, ha messo in luce la necessità di diversificare, ossia di investire anche in altro che non sia solo l’industria petrolifera, a partire dal rafforzamento del settore finanziario e del sistema delle infrastrutture.

Le cose sono andate un po’ meglio nei paesi esportatori di materie prime (commodity) non petrolifere (zinco, rame, cacao, cotone…) che hanno subito un rallentamento delle loro economie in ragione della contrazione dei prezzi internazionali, ma in misura minore. Sono andati decisamente meglio i paesi in via di sviluppo che hanno economie diversificate.

Qualche cifra. Per i paesi esportatori di petrolio la crescita media del pil è diminuita dal 5,7% del 2014 all’ 1,6% del 2016; il deficit è aumentato a livelli insostenibili, tanto da spingere il Fondo a consigliare delle drastiche cure di aggiustamento del bilancio per ritrovare la stabilità macroeconomica.

Gli esportatori di materie prime non fuel hanno visto la crescita scendere da una media del 5,3% nel 2014 al 3,8% nel 2016, con un aumento del debito pubblico a livelli importanti. Anche qui sono necessari degli aggiustamenti nelle politiche economiche che, però, nella maggior parte dei casi sono “gestibili” senza particolari sacrifici.

Vanno meglio solo i paesi con economie diversificate, che hanno sofferto un po’ anche loro – in ragione, ad esempio, della diminuzione delle rimesse internazionali e dei contraccolpi della crisi – ma che vedono ancora le loro economie crescere al ritmo medio del 6% l’anno.  

L’aspetto che in ogni caso accomuna tutti questi paesi è la “vulnerabilità”. La crescita economica, pur se sostenuta, rischia di essere sottoposta a fattori di stress o instabilità per motivi legati soprattutto alla struttura “gracile”, per così dire, dei rispettivi settori finanziari e delle autorità di controllo. Secondo l’Fmi, almeno i 3/5 dei paesi in via di sviluppo esportatori di commodity «sono a rischio di stress finanziario da qui ai prossimi due anni».

Gli investimenti in infrastrutture in tutti i paesi in via di sviluppo sono generalmente aumentati negli ultimi 15 anni. Ma, in ogni caso, la quantità, la qualità e l’accessibilità delle infrastrutture in questi paesi resta ancora troppo bassa rispetto ad altre economie, secondo il Fondo. Al di là del settore delle telecomunicazioni, gli investimenti infrastrutturali nei paesi a basso reddito dipendono in maniera primaria dal settore pubblico. La partecipazione dei privati è limitata ai settori dove c’è da guadagnare o da lucrare, quello energetico prima di tutto. I prestiti internazionali sono fondamentali per i piani di investimento a lungo termine dei paesi a basso reddito. Ma sono più difficili da ottenere e, soprattutto, da sostenere se le cose, come ora, non girano come dovrebbero.