Rocco W. Ronza
Vita e Pensiero, 2019, pp. 160, € 20,00

Si suggerisce al lettore interessato a vicende africane non meno che a quelle italiane, e che tuttavia non ha dimestichezza con gli studi di politica e di storia comparata, di accostarsi al libro partendo dalla cronologia.

Le date-chiave e le rapide note che le accompagnano forniscono orientamento e consentono di individuare, lungo due secoli, e poi di approfondire, le analogie – così le definisce l’autore, docente di geoeconomia all’Alta scuola di economia e relazioni internazionali (Aseri) dell’Università Cattolica di Milano – tra due stati che non si è soliti comparare.

Nel costituirsi del modello liberale, con la nascita nel 1800 dei primi parlamenti moderni a Londra, Parigi e Filadelfia, sono coinvolti a metà del secolo anche Canada, Belgio, Paesi Bassi, Svizzera e, appunto, Italia e Sudafrica. Lo studio individua un “confine interno” che caratterizza entrambi i paesi e che li rende anomali rispetto al resto dell’Occidente: il contrasto tra le aree urbane “avanzate” e le periferie rurali “arretrate”, che riguarda tutti i regimi liberali, in Italia con la questione meridionale e in Sudafrica con la questione nativa diventa conflitto strutturale e di lunga durata.

Da noi il fulcro dell’industrializzazione avviene tra Liguria, Piemonte e Lombardia; in Sudafrica, nell’area di Città del Capo e nelle nuove città fondate dai bianchi nella seconda metà dell’Ottocento sugli altopiani del capo settentrionale e del Transvaal. Il confine diventa anche razziale a causa delle teorie sociali di fine Ottocento ispirate al “razzismo scientifico”.

In Italia, la tesi di riformare le istituzioni sulla base di una visione etno-razziale delle differenze tra il Nord “civile” e il Sud “barbaro” non prende piede (e viene poi trasferita nelle colonie africane). In Sudafrica, l’esclusione del proletariato nero dal voto è invece incorporata nella Costituzione dello stato.

Nel periodo tra le due guerre mondiali, con la crisi dei governi liberali e l’affermarsi di regimi autoritari, troviamo un’altra analogia. L’imporsi del Partito nazionale fascista di Mussolini e del National party di Hertzog in Sudafrica sono funzionali al controllo del proletariato industriale e di quello agrario secondo le esigenze del grande capitale. Tra la fine della Seconda guerra mondiale e la caduta del muro di Berlino (1989) assistiamo alla parallela egemonia di due partiti.

La Democrazia cristiana di Alcide De Gasperi e il National party di D.F. Malan vincono le elezioni del 1948 e gestiscono il potere fino al 1994, quando in Italia la Dc perde le prime elezioni con il sistema maggioritario e si affaccia Silvio Berlusconi, e in Sudafrica l’African national congress di Nelson Mandela, eletto poi presidente, vince le prime elezioni multirazziali. L’accostamento Berlusconi-Mandela stride non poco, ma entrambi aprono un nuovo ciclo che ancora stiamo percorrendo.