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Non solo pesca industriale illegale. Nell’Oceano Indiano Pechino utilizza la sua flotta d’altura per raccogliere dati in acque internazionali
Pescherecci cinesi impiegati in attività militari
23 Luglio 2025
Articolo di Redazione
Tempo di lettura 3 minuti

Gli oceani, che accolgono il 70% della vita del pianeta, sono sempre più minacciati dalle attività dell’uomo. Tra le principali ci sono la diffusione impressionante della plastica, le operazioni di ricerca ed estrazione di idrocarburi e la pesca industriale illegale.

Quest’ultima rappresenta anche un enorme danno anche sul piano economico per i paesi coinvolti. Un rapporto del 2022 della Financial Transparency Coalition evidenziava perdite prossime agli 11 miliardi di dollari all’anno per i paesi africani.

In una ricerca del 2023 il World Wildlife Fund (WWF) stimava che al largo delle coste dell’Oceano Indiano, Kenya, Tanzania, Mozambico, Sudafrica e Madagascar perdessero fino a 142,8 milioni di dollari all’anno tra il 2015 e il 2021, soltanto a causa della pesca illegale di gamberi e tonni.

Una stima che non considerava, quindi, le tante altre specie ittiche saccheggiate, tra cui almeno 56 specie di squali e razze, e una enorme varietà di pesci di barriera. Il reale danno economico provocato dalla pesca illegale, non dichiarata e non regolamentata (IUU fishing) nella regione – fa notare il WWF – è dunque in realtà molto più elevato. Incalcolabile quello ambientale.

Il ruolo primario della Cina

Il primato di grande saccheggiatore degli oceani resta ormai da decenni in mano alla Cina, che comanda la più grande flotta peschereccia d’altura al mondo e che anche nelle acque dell’Africa orientale fa razzia di pescato.

Lo fa spesso con metodi illeciti come reti a maglie strette o comunque proibite, con l’uso di esplosivi e in zone in cui è vietata la pesca a strascico, che cattura indiscriminatamente ogni tipo di vita marina, e in quantità industriale (il cosiddetto overfishing).

Sono attività, intensificate da una crescente presenza di imbarcazioni anche nell’Oceano Indiano, che contribuiscono fortemente all’impoverimento degli stock ittici, cosa che minaccia il sostentamento di circa 12,3 milioni di persone che lavorano nella pesca e nell’acquacoltura africane, e non solo.

Un’erosione delle risorse che genera problemi di sicurezza più ampi, tra cui contrabbando, pirateria e migrazione forzata.

Pescherecci “militarizzati”

Ma, fa notare un recente studio degli analisti Ajay Kumar e Charukeshi Bhatt per il think tank Carnegie Endowment for International Peace, la Cina ha anche una pratica ben documentata di utilizzo della sua flotta peschereccia per fini militari.

Il report parla di “imbarcazioni civili che fungono anche da ausiliari militari addestrati dalla Marina dell’Esercito Popolare di Liberazione” che, oltre al pesce, hanno anche il compito di raccogliere dati in acque internazionali.

“Questi pescherecci – si legge – fungono potenzialmente da risorse di prima linea per le operazioni in zone grigie nella Regione dell’Oceano Indiano (IOR), equipaggiate con sofisticate apparecchiature di sorveglianza come laser e telecamere sottomarine, e alcune trasportano anche equipaggiamento di livello militare”.

Lo studio chiarisce bene il ruolo “militare” di queste imbarcazioni, che, tra l’altro, “molestano e intimidiscono sistematicamente i pescatori locali … estendendo di fatto la proiezione di potenza marittima della Cina”.

I dati raccolti dai pescherecci cinesi “impiegati nella sorveglianza, nella ricognizione e nella mappatura dei fondali oceanici”, avvertono i ricercatori, “rappresentando una significativa minaccia strategica”. La loro “presenza nella rotta marittima internazionale (IOR), unita all’accesso della Cina ai porti chiave dell’Oceano Indiano, garantito da accordi economici con gli stati costieri, può dunque rafforzare la sua presa strategica su questa vitale rotta”.

Il crescente dominio cinese dei mari rappresenta quindi una preoccupazione sotto diversi aspetti, da quelli della sostenibilità ambientale ed umana, a quelli geostrategici, politici e militari.

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