Zimbabwe / Basta sanzioni sui diamanti
L’Unione europea, togliendo l’embargo sui diamanti estratti a Marange, sancisce il prevalere degli interessi economici e legittima la democrazia fraudolenta di Mugabe.

Il vecchio presidente Robert Mugabe ha riportato una vittoria eclatante sui suoi avversari britannici. Il 24 settembre, il governo belga ha informato le imprese del settore della decisione «unanime» dell’Unione europea di togliere l’embargo sulle importazioni di diamanti estratti dall’impresa parastatale Zimbabwe Mining Development Cooperation (Zmdc) e dai suoi partner Marange Resources, Canadile, Mbada, Kimberworth Investiment e Diamond Mining Corporation.

L’embargo faceva parte di un pacchetto di sanzioni decise nel 2002 dal Consiglio dell’Ue, in quanto la Zmdc finanziava direttamente il partito del padre-padrone del paese.

La decisione è avvenuta anche di fronte alle resistenze britanniche, motivate peraltro dalle accuse di frode che l’Ue aveva formulato contro il partito di Mugabe in occasione delle politiche e presidenziali dello scorso luglio. Ma hanno prevalso fattori economici. A cominciare dagli sforzi diplomatici di Didier Reynders, ministro degli esteri del Belgio, in difesa della Zmdc.

Reynders ha subito le pressione dei tagliatori e commercianti di diamanti di Anversa, che cercano di mantenere un ruolo di punta a livello mondiale di fronte alla rude concorrenza di Tel Aviv, Mumbai, Dubai e Hong Kong. Nel 2012 il volume degli affari è diminuito del 14% rispetto al 2011 e dunque l’intera filiera del diamante attendeva con impazienza di poter riprendere a pieno ritmo il rapporto con il centro di Marange, che produce una buona parte della quota mondiale dei diamanti. E infatti il 25 ottobre l’Antwerp World Diamond Center (Awdc) ha già tenuto ad Harare un incontro con i rappresentati dell’industria diamantifera zimbabweana.

Va ricordato che lo Zimbabwe è diventato in pochi anni un gigante diamantifero, al quarto posto mondiale per volumi produttivi. La produzione è infatti passata da 44mila carati del 2004 ai 12 milioni del 2012: lo dicono i numeri del Processo di Kimberley, l’organismo chiamato a certificare che i diamanti non finanzino conflitti e abusi dei diritti umani, e che raggruppa i paesi produttori e importatori, l’industria e qualche organizzazione non governativa. E, secondo le previsioni di Zmdc, entro il 2013 il numero dei carati dovrebbe arrivare a 17 milioni.

A favore di questa svolta ha giocato anche il fatto che nel novembre del 2012 il Processo di Kimberley decise di sospendere i controlli sulla produzione di Marange e quindi di fatto diede via libera all’export dell’intera produzione del paese. A questo punto le sanzioni europee non avevano quasi più effetto.

Così nel 2012 lo Zimbabwe è riuscito ad esportare 15 milioni di carati, 3 milioni in più della sua produzione. Significa che grossi quantitativi sono stati smerciati sottobanco. Tuttavia le sanzioni hanno intaccato questi benefici. Come ha spiegato, lo scorso giugno, un rapporto del Comitato parlamentare sulle miniere, le imprese che operavano nel sito di Marange applicavano un abbattimento del 25% sul valore dei diamanti perché le banche internazionali e le assicurazioni non volevano vedere il loro nome associato a Marange.

L’ong britannica Global Witness giudica affrettato il provvedimento sull’embargo, in quanto il partito di Mugabe (Zanu-Pf) e l’esercito sarebbero riusciti a travasare le entrate della Zmdc e a finanziare la frode elettorale, conquistando parlamento e presidenza.

Kimberley in breve

 

Il Processo di Kimberley – dal nome della capitale sudafricana dei diamanti, dove nel maggio del 2000 si tenne il primo incontro per mettere a punto un sistema di certificazione del diamante grezzo dalla miniera alla commercializzazione – è un successo di un gruppo di organizzazioni non governative (ong), tra cui Global Witness e Partnership Africa-Canada, che negli anni ’90 lanciarono una campagna per mettere al bando i diamanti “di conflitto”, cioè prodotti in contesti dove sono in atto guerre, violazioni sistematiche dei diritti umani, contrabbando.

La campagna smosse l’opinione pubblica e convinse governi, industrie dei diamanti e agenzie internazionali ad aprire un tavolo di trattativa per trovare un meccanismo di regolazione e di maggiore trasparenza del mercato dei diamanti. In questo modo si poteva proteggere il commercio legale e per i paesi africani produttori di diamanti (Sierra Leone, Angola, Repubblica democratica del Congo, Guinea, Zimbabwe, Costa d’Avorio) era anche un’opportunità per liberarsi dall’immagine negativa –“diamanti insanguinati” – presso i consumatori e per conquistare quote di mercato.

I negoziati di Kimberley, ai quali parteciparono anche le ong, ebbero un esito positivo, e nel novembre 2002 governi e industria approvarono il Sistema internazionale di certificazione, che entrò in vigore nel luglio 2003. Il Processo di Kimberley raggruppa oggi 75 stati produttori e importatori. Chi aderisce ha l’obbligo di commerciare solo con altri aderenti e di istituire opportuni controlli sull’import-export.

Chiaro che se si vuole far funzionare al meglio il sistema di certificazione è necessaria una continua volontà politica. E magari anche qualche ritocco procedurale, come suggeriscono le ong. Per esempio, le decisioni sono prese all’unanimità. Il che significa che basta che un governo s’impunti e può esercitare una sorta di veto, bloccando ogni tentativo di riforma del sistema. Logica vorrebbe che dopo un certo limite di trattativa e di discussione, si decida a maggioranza. (R.Z.)