Vision 2030
La costruzione di un porto a Lamu sarà al centro di un piano per ridisegnare le infrastrutture di tutto il Kenya. Nel progetto: un oleodotto, una raffineria, strade e ferrovie verso Juba e Adis Abeba. Gli ostacoli: Al Shabaab e l’insicurezza in Somalia.

Fibre ottiche, treni ad alta velocità, porti, aeroporti e migliaia di chilometri di autostrade: questo è il mega-piano infrastrutturale Kenya Vision 2030. Un progetto di lungo termine che il governo di Nairobi si è imposto definendo le tappe intermedie in un percorso che ha inizio nel 2008 e si concluderà nel 2030. Il costo stimato delle sole infrastrutture si aggira intorno ai 22 miliardi di dollari e sarà il petrolio il motore principale del progetto.

Il paese punta a servire, entro i prossimi due decenni, il Sud Sudan, l’Etiopia, la Repubblica Democratica del Congo, la Repubblica Centrafricana, il Congo-Brazzaville e il Ciad, rispondendo, grazie alla costruzione di un porto a Lamu, nel sud del paese, ad una domanda di trasporto stimata in oltre 30 milioni di tonnellate di merci all’anno.

Il Kenya, tuttavia, deve fare prima i conti con i pericoli che, sempre più frequentemente, escono dai confini della Somalia. Il nuovo porto dovrà, infatti, sorgere a pochi chilometri dalla frontiera, con un costo stimato in 3,5 miliardi di dollari. Comprenderà dieci ormeggi per navi portacontainer e tre per bulk carrier, diventando il terminal più importante dell’intero continente. 

La compagnia cinese JS Neoplant si è già candidata per la realizzazione del progetto, che prevede, contestualmente, la costruzione di un oleodotto su tre direttrici (Sud Sudan-Lamu-Isiolo; Nairobi-Isiolo-Moyale-Adis Abeba; Lamu-Mombasa/Kampala), un aeroporto internazionale a Lamu con una capacità di 2.000 passeggeri al giorno, ferrovie ad alta velocità, autostrade e fibre ottiche, che seguiranno le stesse tappe dell’oleodotto. L’appalto costerà al governo keniano complessivamente 16 miliardi di dollari. 

L’intero piano di infrastrutture ruota intorno alle risorse petrolifere di Sud Sudan e Uganda. Dal 2012, infatti, Kampala si prepara ad estrarre i 2,5 miliardi di barili di greggio stimati nelle riserve del Lago Albert, sul confine con la Repubblica Democratica del Congo.
Il neonato Sud Sudan si trova, invece, a disporre di una produzione di circa 300.000 barili al giorno, con una dipendenza, per lo stoccaggio, raffinazione ed esportazione, dalle infrastrutture rimaste sotto il controllo del governo di Khartoum, prima fra tutte: il porto di Port Sudan.

Nairobi ambisce dunque ad offrire ai due paesi, uno sbocco al mare, in cambio della propria parte. Kenya Vision 2030 prevede, infatti, la costruzione di una raffineria proprio a Lamu, in grado di lavorare 120.000 barili di greggio al giorno, esaurendo la domanda interna e parte della domanda regionale.
Al centro di tutto, si trova la città di Isiolo, la Eastern e la North Eastern Province. Grazie alle nuove infrastrutture, secondo le intenzioni del governo, le due regioni dovrebbero ricavare enormi vantaggi in termini di sviluppo economico, incrementando gli scambi con l’Etiopia.
L’insicurezza e il contrabbando con la vicina Somalia potrebbero tuttavia ostacolare la realizzazione del progetto e drenare oltre confine parte delle risorse generate.

Il porto di Kismaayo
Secondo l’ultimo rapporto del gruppo di monitoraggio dell’Onu sull’embargo di armi imposto alla Somalia, le milizie islamiste di Al Shabaab ricavano, dai porti sotto il loro controllo (Kismaayo, Marka, Baraawe, Buur Gaabo, Eel Ma’an, Qudha), tra i 35 e i 50 milioni di dollari l’anno, attraverso un accurato sistema di prelievo fiscale: dalle tasse portuali a quelle sull’indotto generato dalle merci importate ed esportate.

Le entrate principali provengono proprio dal porto di Kismaayo, roccaforte delle milizie islamiste, situata a poco più di 200 km dal confine con il Kenya. Gran parte delle merci importate nel porto, dotato di due ormeggi, rispettivamente di 380 e 280 metri, non sono destinate al mercato locale, ma dirette ad altre regioni della Somalia o contrabbandate nei paesi vicini.

Negli ultimi anni, scrive il rapporto, si sarebbe stabilita una sorta di pax commerciale tra alcune reti criminali keniane ben organizzate e il movimento di Al Shabaab. La frontiera con il Kenya, un’estensione di 682 km scarsamente sorvegliati, sarebbe quotidianamente attraversata da merci di ogni tipo, tra cui, secondo le testimonianze raccolte dagli esperti dell’Onu, armi, carbone e zucchero di contrabbando. Quest’ultimo bene, tra gli altri, sarebbe venduto sul mercato di Garissa ad un prezzo del 10% inferiore rispetto allo zucchero keniano. 

A tutto questo si aggiungono le opportunità generate dalle operazioni di riciclaggio del denaro. Grazie ad imprenditori compiacenti, vicini al movimento islamista e a capo di società con sede negli Emirati Arabi Uniti, il denaro fluisce attraverso false fatturazioni e ‘ripulito’ a Dubai.