Rd Congo / Quanto conta l’ambiente?
Da Nigrizia di aprile. Le multinazionali petrolifere, Total in testa, all’assalto del più antico parco d’Africa, quello dei monti Virunga, nell’est del paese. Anche l’italiana Eni vuol essere della partita. In gioco fino a 300 miliardi di dollari. Diviso il governo.

Devono preoccuparsi. Lo devono fare i difensori della natura e i promotori di turismo nel parco nazionale dei monti Virunga, il più antico d’Africa, creato nel 1925.
In verità, nel marzo 2011 hanno ottenuto un successo. Infatti il ministro dell’ambiente, José Endundo, ha deciso di sospendere l’esplorazione petrolifera nel parco fino all’inizio del 2012, bloccando così le imprese britanniche Dominion Petroleum (con sede nel paradiso fiscale delle Bermuda) e Soco Oil, oltre che la congolese e parastatale Hydrocarbures.
A queste imprese era stato concesso il blocco 5 del Graben Albertine, nell’est del paese, in virtù di una ordinanza presidenziale del giugno 2010. Con i blocchi 3 e 4, i permessi petroliferi coprono l’85% dei 7.802 km² della superficie del parco.

Bloccando l’esplorazione, il ministro dell’ambiente ha seguito le raccomandazioni dell’Istituto congolese per la conservazione della natura (Iccn), che gestisce il parco, il quale ha fatto riferimento ad una legge congolese del 1969, che vieta le esplorazioni minerarie e petrolifere nei parchi nazionali. L’Iccn ha aggiunto che le prospezioni aeromagnetiche e sismiche (che prevedono l’uso di esplosivi e sono necessarie per verificare la presenza di petrolio) nel blocco 5 potrebbero causare problemi di sicurezza, in quanto le misure previste per proteggere gli stock di dinamite sono insufficienti in un’area ancora saccheggiata da gruppi armati.

Ma c’è da temere che il parco non abbia beneficiato che di un rinvio. Perché sono sbarcati in Rd Congo dei soggetti piuttosto influenti. La multinazionale Total ha concluso un accordo di partenariato con la sudafricana SacOil, operatore del blocco 3, un terzo della superficie del quale invade il parco. Inoltre lo scorso 27 dicembre, una settimana dopo la sua investitura, il presidente Kabila ha firmato l’ordinanza che consente alla Total di diventare l’operatore di questo blocco, acquisendo i diritti della SacOil e di un’altra società sudafricana denominata Divina Ispirazione.

La multinazionale francese prevede di fare una campagna sismica di prospezione e di perforare almeno due pozzi sul lato congolese. Intanto sta manovrando per ottenere il disco verde dalle autorità ugandesi (dall’altra parte della frontiera) per riacquistare i permessi della Tullow Oil, che coprono il Lago Alberto e le sue rive.
Nel luglio 2011, a Parigi, la Total ha assicurato al Fondo mondiale della natura (Wwf) che intende limitare la prospezione alla parte nord del blocco, cioè all’esterno del parco. L’azienda francese pretende anche di condividere l’opinione del Wwf secondo cui lo sfruttamento petrolifero all’interno del parco viola la legge congolese, in quanto incompatibile con la classificazione del parco come patrimonio mondiale dell’umanità dell’Unesco.

Il 18 giugno 2008, proprio l’allora direttore del Centro del patrimonio mondiale dell’Unesco, Francesco Bandarin, aveva scritto al ministro dell’ambiente, José Endundo Bononge, ricordandogli l’incompatibilità dello sfruttamento petrolifero con il mantenimento del parco nella lista dei patrimoni mondiali e sottolineando il rischio di blocco del finanziamento dei programmi di conservazione da parte dei donatori.

Un’alternativa
È inoltre discutibile fidarsi degli impegni presi dalla Total, che non nasconde, se le esplorazioni nella parte nord del blocco 3 saranno promettenti, di voler «riflettere sul da farsi», cioè su un’eventuale esplorazione nella parte sud. Il Wwf si meraviglia anche che, senza attendere i risultati dello Studio ambientale strategico (Ees), voluto dal ministro Endundo, sullo sfruttamento petrolifero nei cinque blocchi dell’affossamento del Lago Albert nel Nord-Kivu e nella Provincia Orientale, la Total ha lanciato un proprio studio sull’impatto ambientale.
Il Wwf teme anche che l’influenza della Total diventi «incontrollabile» nella provincia dell’Ituri, che ospita il blocco 3, dove si manifestano velleità indipendentiste (sostiene Total). Da parte sua, l’italiana Eni brama il blocco 4, ancora non attribuito.

Dunque lo sfruttamento petrolifero all’interno del parco è ineluttabile? Tutto dipende dai rapporti di forza tra il ministro degli idrocarburi e quello dell’ambiente. Il Wwf teme che i petrolieri cerchino di ottenere una deroga allo statuto di zona protetta del parco. Ma ci può essere un’alternativa. Tra gli scenari che gli esperti europei dell’Ees contano di proporre al governo congolese, c’è la creazione, come nell’Equatore, di un fondo che sarebbe alimentato per dieci anni dalla comunità internazionale. Sarebbe gestito dal Programma delle Nazioni Unite per lo sviluppo, che verserebbe allo stato la metà di ciò che avrebbe incassato con il petrolio: una sorta di compensazione.

Come si vede la partita è tutta da giocare. Anche perché i petrolieri hanno i loro appoggi locali. Alla fine del 2010, 41 parlamentari del Nord Kivu avevano scritto al ministro Endundo per esprimere il loro sostegno al progetto di Dominion Petroleum e di SocOil. Secondo loro, la legge del 1969 è in contraddizione con la risoluzione 1514 dell’assemblea generale Onu che proclama il diritto dei popoli a disporre delle loro risorse naturali. Dunque si tratterebbe di trovare un meccanismo per conciliare protezione dell’ambiente e sfruttamento delle risorse.

Per giustificare lo sfruttamento, questi deputati invocano anche il fatto che in Uganda, Dominion Petroleum e altre compagnie operano liberamente nel Queen Elizabeth Park o nel Mount Ruwenzori National Park. Secondo l’americano World Resources Institute, ci sono state esplorazioni anche nel Murchison Falls National Park, nonostante una denuncia dell’ong Greenwatch davanti alla Corte suprema.

La sfida è considerevole. Nel febbraio 2011, le quantità scoperte sul versante ugandese, che condivide con l’Rd Congo le stesse falde petrolifere, sono state stimate in 2,5 miliardi di barili. Pur tenendo conto dei costi di produzione e del fatto che non tutto il petrolio è recuperabile, la cuccagna potrebbe valere tra i 200 e i 300 miliardi di dollari.

 

 


 



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