Tasse arretrate
Il governo nigeriano reclama 62 miliardi di dollari dalle compagnie petrolifere straniere, accusandole di aver violato una legge che assegnerebbe allo stato maggiori entrate quando il prezzo del petrolio supera i 20 dollari al barile. Ma le società si sono rivolte all’Alta Corte federale.

La Nigeria è il maggiore produttore di petrolio in Africa, con una produzione giornaliera di 2.09 milioni di barili nel 2018. Lo scorso anno gli introiti statali derivanti dalla produzione di greggio costituivano più del 50% delle entrate totali del governo federale. Inoltre, dal commercio dell’oro nero deriva il 90% del reddito statale in valuta estera.

La maggior parte del greggio in Nigeria viene estratto e prodotto da multinazionali straniere che collaborano con la compagnia petrolifera statale NNPC con accordi di joint ventures. Tra le compagnie più coinvolte nelle operazioni upstream ci sono la anglo-olandese Royal Dutch Shell, le statunitensi Exxon Mobil e Chevron, la francese Total, e l’italiana Eni, alle quali nell’ultimo mese il governo ha chiesto in totale 62 miliardi di dollari.

Il reclamo dell’autorità federale sarebbe successivo a una causa vinta dagli stati federali produttori di petrolio negli anni passati davanti alla Corte Suprema e motivato dalla violazione da parte delle multinazionali straniere di una legge del 1993 che riconosce allo stato un aumento significativo dei proventi del petrolio a determinate condizioni.

L’antefatto

La legge Deep Offshore and Inland Basin Production Sharing Contracts (DOIBPSCA), emendata nel 1999, stabilisce una maggiorazione delle entrate nelle casse del governo federale quando il prezzo del greggio supera i 20 dollari al barile. La medesima normativa fissa a quindici anni dalla data di entrata in vigore il primo termine per la revisione delle sue disposizioni, e ogni cinque anni la scadenza delle revisioni successive.

La norma in questione venne approvata quando furono lanciati i primi contratti di condivisione della produzione (Production Sharing Contracts – PSC) tra stato nigeriano e compagnie petrolifere internazionali per incoraggiare gli investimenti stranieri nella estrazione e produzione offshore, in alto mare. In base a tali accordi la NNPC è il titolare della concessione, mentre la società straniera è il contraente. Inoltre, il DOIBPSCA dispone la percentuale di royalties che la compagnia deve pagare allo stato a seconda della profondità dell’area di produzione.

Esattamente un anno fa la Corte Suprema aveva ordinato al governo federale nigeriano di prendere immediati provvedimenti per recuperare i ricavi persi a causa della mancata revisione della legge, successivamente a una causa vinta da tre stati federali grandi produttori di petrolio: Rivers, Bayelsa e Akwa Ibom.

Intanto, nei primi giorni di ottobre, il Senato ha approvato in seconda lettura gli emendamenti al DOIBPSCA, per poi rinviare il disegno di legge ai Comitati del petrolio e delle finanze.

Quando la legge entrò in vigore nel 1993, il prezzo del greggio al barile era di 9,50 dollari, ma negli anni successivi è cresciuto esponenzialmente, superando i 100 dollari nel 2014. La recessione del 2016 ha causato un ridimensionamento delle risorse statali, ma il prezzo del greggio si è mantenuto sopra i 20 dollari. Secondo le statistiche della banca centrale nigeriana il valore del petrolio estratto e prodotto in Nigeria (Bonny Light) ad ottobre è di circa 60 dollari al barile.

La risposta delle compagnie petrolifere

Le cinque compagnie petrolifere straniere interessate hanno fatto ricorso contro la rimostranza dello stato nigeriano. Le multinazionali avrebbero ricevuto individuali richieste di soldi già a febbraio. Tra queste c’è la Shell che avrebbe ricevuto una lettera emessa dalla società energetica Trobell International Nigeria Limited, nella quale il governo federale pretendeva una somma pari a 13.65 miliardi di dollari.

La Shell si è opposta alla richiesta e ha fatto causa al governo di fronte all’Alta Corte federale di Abuja, avviando anche un procedimento arbitrale. Le altre quattro multinazionali hanno seguito l’esempio della società anglo-olandese rivolgendosi all’Alta Corte federale di Lagos.

Pare tuttavia che ci siano delle trattative in corso per una risoluzione amichevole della controversia in via extra-giudiziale, probabilmente perché ci sono scarse possibilità per il paese africano di recuperare introiti da questi colossi internazionali. Il ministro del petrolio, Timipre Sylva, proprio pochi giorni fa ha riferito ai giornali che i tempi di revisione della legge non sono mai stati rispettati in passato e che il governo federale dovrebbe approvare in fretta gli emendamenti per non perdere ulteriori entrate in futuro.

C’è intanto chi vede in questo reclamo l’ennesimo tentativo del presidente Muhammadu Buhari di rimpinguare i fondi del governo dopo il significativo calo della produzione di greggio.