Petrolio: sempre più raffinerie in Africa, ma ancora insufficienti
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Il caso Dangote e la sfida delle importazioni
Petrolio: sempre più raffinerie in Africa, ma ancora insufficienti
Il continente, importante produttore mondiale, rimane fortemente dipendente dall'importazione dei prodotti raffinati. Dalla Nigeria al Nordafrica i progetti in campo per ridurre la dipendenza dai mercati esteri e il nodo delle infrastrutture
08 Aprile 2026
Articolo di Antonella Sinopoli, da Accra
Tempo di lettura 7 minuti

L’Africa svolge un ruolo cruciale nei mercati petroliferi globali. Lo confermava prima dell’inizio dell’attacco in Iran da parte di Israele e Stati Uniti il rapportoState of African Energy 2026 Outlook” della Camera africana dell’energia (AEC).

Ora che quell’attacco, com’era tra l’altro prevedibile, ha generato reazioni a catena che tra le altre cose determineranno una serie di shock nell’economia globale, è ancora più importante capire l’andamento del settore petrolifero, soprattutto quello africano.

È qui che si è manifestato l’interesse di leader europei, compresa l’Italia, ma anche di altre nazioni, impegnate ad arginare le ripercussioni dei blocchi navali nello stretto di Hormuz, e in generale le difficoltà di esportazione e dunque di approvvigionamento, legate al conflitto.

Export e mercati globali

L’Africa produce oltre 10 milioni di barili di greggio al giorno ed esporta verso Europa, Asia e Americhe. Un’esportazione che equivale a circa il 70% del suo greggio (quello del gas naturale è pari al 45%). Nigeria, Angola, Libia e Algeria sono i principali esportatori.

Nonostante tale ricchezza il continente rimane fortemente dipendente dai prodotti raffinati importati, perdendo circa 15 miliardi di dollari all’anno, come confermato da Ecofin Agency. Ne spende oltre 120 (miliardi di dollari) per importare prodotti petroliferi raffinati.

Uno squilibrio commerciale – tra entrate e uscite – che da qualche tempo si sta provando a colmare. In Africa esistono, in realtà, decine di raffinerie, ma si contano sulla punta delle dita quelle davvero a regime e che soprattutto realizzano volumi se non sufficienti almeno considerevoli sia per le esportazioni sia per il mercato interno.

Dangote: il gigante nigeriano

Prima fra tutte è la Dangote, con sede nella zona di libero scambio di Lekki, a Lagos, in Nigeria. Con i suoi 650mila barili al giorno è la raffineria più grande del continente. La struttura, di proprietà privata, lavora un’ampia gamma di prodotti petroliferi: benzina, gasolio, carburante per aviazione e altri prodotti raffinati.

Nata con lo scopo di ridurre significativamente la dipendenza della Nigeria dalle importazioni di carburante e rifornire al contempo i mercati di esportazione in Africa e oltre, continua a lavorare su piani di espansione con l’obiettivo di arrivare fino a 1,4 milioni di barili. Ha già cominciato ad esportare in Costa d’Avorio, Camerun, Ghana e altri paesi africani.

Algeria: il polo Skikda

In Algeria opera la raffineria di Skikda, capacità di produzione di circa 350mila barili al giorno, uno dei complessi di raffinazione più grandi e consolidati del Nordafrica. L’impianto, che svolge un ruolo vitale nell’infrastruttura energetica del paese, fornisce prodotti petroliferi raffinati per il consumo interno, sostenendo le esportazioni verso i mercati internazionali e rafforzando la posizione del paese come attore chiave nel settore energetico della regione mediterranea.

Sudafrica: il rilancio SAPREF

In Sudafrica una storia a sé è quella della SAPREF (South African Petroleum Refineries) a Durban, un tempo la più grande raffineria di petrolio greggio dell’Africa meridionale (180mila barili al giorno). Nel 2022 fu costretta a cessare le attività a seguito dei danni causati dalle alluvioni.

Nel 2024 venne venduta dai colossi Shell e BP, che la gestivano in joint venture, al Central Energy Fund (CEF) e ora è in fase di rilancio e ripristino come bene nazionale di proprietà statale. L’obiettivo è quello di riavviare le operazioni e svilupparla ulteriormente.

Il governo deve però fare i conti con gli ambientalisti della comunità di Durban che hanno sempre espresso il proprio disappunto citando i rischi per la salute dovuti all’esposizione alle sostanze chimiche emesse durante il processo di raffinazione.

Angola: un secondo hub nella Cabinda

In Angola lo scorso anno è stata inaugurata la seconda raffineria del paese nella Cabinda, la prima di tre iniziative intese a trasformare il settore energetico nel paese. La nuova raffineria dovrebbe avviare la produzione commerciale a partire da questo mese. Si produrrà gasolio, carburante per aerei, nafta e olio combustibile pesante.

Egitto: MIDOR e Mostorod

In Nordafrica si trovano due altre raffinerie che operano a pieno regime, entrambe in Egitto. La prima è la MIDOR ad Alessandria con una capacità di circa 160mila barili al giorno a seguito di una serie di progetti di ampliamento. Tale industria rappresenta un elemento chiave della strategia di raffinazione del paese. I prodotti petroliferi raffinati sono destinati principalmente al mercato interno egiziano, ma supportano in parte la distribuzione regionale di carburanti.

La seconda raffineria egiziana è la Mostorod al Cairo. Gestita dalla Egyptian Refining Company, ha una capacità di lavorazione di circa 140mila barili al giorno. L’impianto contribuisce all’obiettivo di ridurre le importazioni di prodotti raffinati e di rafforzare il settore petrolifero a valle.

Produzioni ancora insufficienti

Nonostante il gap tra necessità effettiva e produzione reale, il settore energetico africano mira dunque a una “rivoluzione della raffinazione”. Eppure tali sforzi, secondo gli analisti, sono ancora insufficienti. Secondo il rapporto dell’AEC, anche con le dimensioni dell’impianto di Dangote, si prevede che l’Africa dovrà continuare ad importare grandi quantità di prodotti petroliferi raffinati.

La produzione di olio combustibile residuo si attesterà all’incirca pari al consumo interno, mantenendo limitate le esportazioni nette, mentre la nafta manterrà un modesto saldo netto positivo.

Le importazioni nette di benzina e gasolio potrebbero diminuire leggermente nel 2027 con l’incremento delle operazioni dell’impianto di Dangote e di altri progetti futuri, come la raffineria di Cabinda in Angola, ma nel lungo termine si prevede un aumento delle importazioni di entrambi i prodotti, con le importazioni nette di gasolio che raggiungeranno quasi 1,8 milioni di barili al giorno (BPD) entro il 2050 e le importazioni nette di benzina che supereranno 1,5 milioni di BPD, a testimonianza della forte crescita della domanda e della limitata capacità di raffinazione aggiuntiva.

Il mercato intra-africano

La domanda di carburanti in Africa continuerà a crescere ed è destinata a passare addirittura a 6 milioni entro il 2050. Il fattore positivo sta nel commercio regionale che rappresenta un’ulteriore opportunità di crescita. La maggior parte delle nazioni africane attualmente dipende dalle esportazioni verso Europa, Asia e Americhe, piuttosto che dagli scambi commerciali con i paesi vicini.

L’Area di libero scambio continentale africana (AfCFTA) offre però una piattaforma per espandere il commercio energetico intra-africano, rafforzando la resilienza dell’approvvigionamento e generando economie di scala.

Migliorando la distribuzione transfrontaliera e armonizzando le normative, i paesi potranno costruire un mercato petrolifero più efficiente e interconnesso, creando posti di lavoro e sostenendo la crescita industriale. Ridurre la dipendenza dai prodotti raffinati importati può anche alleviare le pressioni valutarie e migliorare la stabilità fiscale.

Investimenti e gas naturale

Comunque, nel 2026 la produzione complessiva di idrocarburi (petrolio e gas) è destinata a rimanere stabile, attestandosi a circa 11,4 milioni di barili al giorno con previsioni di crescita a 13,6 entro il 2030. Così come, necessariamente, saliranno gli investimenti.

Anche il gas naturale continua ad avere un ruolo centrale, con nuovi hub in fase di sviluppo in Mozambico, Nigeria e Senegal, e il gasdotto Nigeria-Marocco (progetto di oltre 6mila km e 25 miliardi di dollari, volto a collegare le riserve di gas nigeriane al Marocco e da lì all’Europa) è considerato strategico per il futuro (ma i tempi sembrano ancora molto lunghi).

Il nodo delle infrastrutture

Né la spinta alle rinnovabili e alla transizione energetica – che vede l’Africa adatta per spazi e condizioni climatiche – ha voce in capitolo con i problemi imminenti.

L’Africa ha comunque enormi potenzialità ed è in questo momento al centro di valutazioni commerciali per l’approvvigionamento alternativo di petrolio, ma oltre ad una eventuale maggiore produzione e ai progetti di raffinazione interna, il continente deve affrontare la questione delle infrastrutture, primi fra tutti i porti.

Quelli dell’Africa orientale, come Beira, Dar es Salaam e Mombasa, soffrono di congestione, mentre gli oleodotti che collegano questi hub ai mercati interni sono limitati, costringendo a ricorrere al costoso trasporto su strada.

L’estensione degli oleodotti, l’ammodernamento delle infrastrutture di stoccaggio e il miglioramento dei porti potrebbero sbloccare investimenti pubblici e privati, aumentando al contempo l’efficienza e la resilienza.

Costi sociali e futuro

Insomma, il lavoro da fare è tanto e la sfida non consiste solo nell’estrarre ma nel trasformare le risorse. E trasformarle in ricchezza condivisa anche per le popolazioni.

Al momento però le cose stanno in questi termini, e lo dicono gli esperti: anche se si incrementasse la produzione, come ha ipotizzato il governo nigeriano, i cittadini pagherebbero comunque l’aumento dei costi derivati dall’attuale contingenza. Costi per la benzina, ma anche, man mano, quelli di altri generi di prima necessità. 

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