ECONOMIA IN BIANCO & NERO – maggio 2011
Riccardo Barlaam

A Washington, nelle scorse settimane, si sono dati appuntamento i ministri delle finanze e i governatori delle banche centrali dei G20, cioè dei venti paesi più sviluppati, per il tradizionale appuntamento del vertice di primavera, organizzato dal Fondo monetario internazionale e dalla Banca mondiale. Molti i temi sul tappeto degli uomini che governano l’economia mondiale, alle prese da quattro anni con una crisi – finanziaria prima, e ora economica – che a parole, di anno in anno, dicono stia per essere sconfitta, ma che, come un serpente dalle mille vite, all’improvviso rialza la testa e comincia a spaventare tutti. Gli squilibri globali, i paesi europei che rischiano di fallire affogati dai debiti sovrani, l’inflazione che riemerge in modo preoccupante a partire dai paesi a più rapida crescita (i cosiddetti Bric: India, Cina, Brasile, Russia, ora anche il Sudafrica), l’incremento dei prezzi delle materie prime, alimentari ed energetiche soprattutto, con l’aumento del divario tra paesi ricchi e paesi poveri…

Negli stessi giorni in cui a Washington, tra una tartina e l’altra, una conferenza stampa e la rituale foto di gruppo, i Grandi parlavano di squilibri globali, a Kampala (Uganda) la polizia sparava lacrimogeni sulla folla che marciava per le vie del centro per protestare contro i rincari insostenibili dei prezzi alimentari: nella capitale ugandese l’inflazione è aumentata del 12% in un mese.

Quindi, l’attenzione dei ministri finanziari dei Grandi è concentrata ancora sulla lotta al serpente viscido e sfuggente della crisi finanziaria mondiale. Tuttavia, in quei giorni i ministri hanno anche deciso di realizzare un piano d’intervento economico per sostenere la transizione nei paesi della “Rivolta dei gelsomini”, in Nord Africa e Medio Oriente. E questa è una cosa buona. Non avrà, forse, la forza del Piano Marshall americano, che ha fatto ripartire l’Europa dopo la tragedia della seconda guerra mondiale, ma è un passo nella giusta direzione (erano presenti ai lavori, come osservatori e “lobbisti”, tra gli africani, il ministro egiziano Fayza Aboulnaga e l’algerino Karim Djoudi).

Il modello economico cui la comunità internazionale guarda è quello della Turchia – “la Cina a due passi dall’Europa” – dove vige un regime musulmano moderato, di centro, con stabilità politica, seppur tra mille contraddizioni, e una crescita economica da tigre asiatica. Uno sviluppo economico nel Nord Africa – lo dicono anche gli xenofobi della Lega – è, d’altronde, l’unico modo per evitare o limitare il dramma dell’immigrazione incontrollata dal Sud al Nord. Diamo loro un lavoro, diamo loro da mangiare, e qualcosa cambierà.

Così, i Grandi dell’economia mondiale hanno deciso di mettere in campo un Piano di azione per Nord Africa e Medio Oriente, che preveda un intervento finanziario in tempi brevi. Il Piano – sostenuto anche da Turchia, Arabia Saudita ed Emirati Arabi – sarà definito entro la fine di maggio. Dopo un’analisi approfondita degli economisti del Fondo monetario, che dovranno quantificare e definire le necessità dei vari paesi, Banca mondiale, Banca europea degli investimenti, Banca islamica d’investimento e Banca africana dello sviluppo metteranno le risorse per questo “Piano Marshall”. L’obiettivo, a detta di tutti, è favorire la transizione, far ripartire le economie dei paesi nord-africani e mediorientali, con investimenti mirati a rilanciare crescita e occupazione giovanile (è stata proprio la disoccupazione giovanile una delle cause principali che hanno scatenato le rivolte).

I primi destinatari degli aiuti dovrebbero essere Tunisia ed Egitto. Per la Libia, ricca di petrolio, tutti attendono di capire come andrà a finire… «Senza crescita, non si ottiene niente nella lotta alle diseguaglianze e agli squilibri tra Nord e Sud», ha detto il direttore del Fondo, Dominique Strauss-Kahn.

Una volta deciso, il Piano sarà lanciato con un vertice ad hoc e con il battesimo mediatico dello stesso programma, sottoscritto dai Grandi della terra. Ma, ancora prima di partire, già si comincia a litigare. Perché tutti hanno interesse a mettere il proprio sigillo sui paesi nord-africani. La torta rappresentata da quell’area è troppo appetitosa per le traballanti economie dei paesi europei. L’Italia si è offerta di ospitare la conferenza internazionale. La Francia, che è presidente di turno dei G-8 e dei G-20, rivendica invece l’organizzazione del vertice.