Piano Mattei: molta propaganda e poca politica alla terza relazione annuale
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A due anni e mezzo dal suo lancio, il Piano Mattei vanta 76 progetti in corso e il raddoppio dei partner statali africani, da 9 a 18. Ma...
Piano Mattei: molta propaganda e poca politica alla terza relazione annuale
Sempre più evidente la mancanza di appoggio sul piano di governance e diritti, che lo distinguerebbe dalle iniziative internazionali concorrenti. E lo metterebbe in continuità con quanto di più virtuoso la cooperazione italiana ha realizzato in passato
11 Luglio 2026
Articolo di Giuseppe Mistretta
Tempo di lettura 5 minuti
L'aeroporto della capitale etiope etiope Addis Abeba, città che ha ospitato nel febbraio scorso il secondo vertice Italia-Africa all'interno del Piano Mattei. Credit: governo italiano

La terza relazione al Parlamento sull’attuazione del Piano Mattei, consegnata alle Camere agli inizi di questo mese, conferma e amplia i pregi e i difetti del programma governativo per l’Africa.

Fra i pregi va senz’altro riconosciuto lo sforzo di organizzazione e coordinamento fra le maggiori iniziative lanciate negli ultimi due anni e mezzo nel Continente africano da parte del Sistema Italia nel suo complesso, e l’attenzione rivolta ai temi dello sviluppo e della crescita condivisa e sostenibile.

Cercasi governance

Il principale difetto del Piano Mattei resta di apparire essenzialmente un programma di sostegno economico-finanziario, privo di una reale e visibile caratura politica, di una profonda comprensione delle dinamiche geopolitiche e sociali del continente, ed orfano di un pilastro portante di “governance”. Limiti di non poco conto, se si considera che le principali difficoltà africane si riscontrano proprio sul piano della capacità dei governi continentali di controllare ed amministrare i loro territori statali, e di prevenire e gestire i conflitti.

Si tratta di un vulnus che è stato più volte sottolineato in numerosi dibattiti e convegni dedicati al Piano Mattei e alle sue prospettive; ma pare proprio che la questione della “governance” non riesca a fare breccia nelle sensibilità dei responsabili della sua esecuzione.

Una buona pratica dal passato

Per fare un esempio concreto di come si possa affrontare con incisività e coerenza la questione del “rule of law”, del buon governo, della buona amministrazione, con l’obiettivo della pace e della stabilità in Africa, basta tornare indietro alla costituzione nel 2007 del Fondo denominato Italia-Africa Peace Facility a cura dell’allora governo Prodi.

Di fronte al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, l’ex premier annunciò in quell’anno la nascita di un fondo italiano, dotato di 40 milioni di euro (un’inezia, rispetto ai 5 miliardi e mezzo stanziati nel 2024 dal Piano Mattei per progetti strutturali) con lo scopo di sostenere, su richiesta dell’African Union, iniziative per la prevenzione e la gestione dei conflitti.

Dal 2007 ad oggi su quel fondo sono state finanziate decine di iniziative in Africa, mirate appunto all’affermazione dello stato di diritto, alla partecipazione democratica delle popolazioni, ad interventi di natura sociale, alla difesa dei principi e valori della pace, ad operazioni di mediazione o buoni uffici, e via seguitando. Tutte operazioni concordate con i paesi africani e con il loro maggiore organo di rappresentanza comune, l’Unione Africana.

Tutte azioni sicuramente non predatorie, né dettate da “approcci rigidi e verticistici” lamentati dalla relazione al Parlamento sul Piano Mattei per quanto riguarda i trascorsi italiani, ed anzi accolte con notevolissimo compiacimento dai leader continentali.

La novità che non c’è

Prescindendo dai fini propagandistici comunque molto visibili nella Relazione, è davvero difficile comprendere perché mai il Piano Mattei intenda creare una frattura così stridente  con le precedenti esperienze della cooperazione dell’Italia repubblicana in Africa; le quali sono invece state altrettanto considerevoli, ottimamente accolte dai politici continentali e dalle popolazioni locali, e accompagnate da un profondo rapporto “people to people”, che ha accomunato nostri volontari, cooperanti, religiosi, medici, imprenditori, docenti e studenti con uomini e donne africani, talora delle zone più remote ed inaccessibili, e prive di tutto.

Si spiega ancor meno perché il nostro esecutivo, così apprezzato in Africa per le indubbie qualità economico-finanziarie del Piano Mattei, non ne abbia profittato per spendersi in questi anni più recenti in qualche iniziativa politica di livello nel continente, mirata al contenimento delle innumerevoli aree di crisi.

I terreni per mediare e contare

Proprio sul piano delle mediazioni, dei buoni uffici e delle proposte di natura squisitamente politica il nostro paese si è costruito in passato una “gloriosa” credibilità nel continente africano: dalle iniziative promosse dal mondo cattolico e socialista per favorire l’ ultima fase della decolonizzazione; al forte sostegno alla lotta contro l’apartheid in Sudafrica, per cui siamo ancora ricordati con riconoscenza in quel paese; al raggiungimento della pace dopo la sanguinosa guerra civile in Mozambico (ma anche in Angola, raramente citato); al ruolo svolto discretamente da Roma nei passaggi di potere del dopo Menghistu in Etiopia, ed in varie altre circostanze.

Le occasioni per farsi avanti non mancherebbero: dalla tremenda guerra civile in Sudan, dove pure vantiamo una notevolissima credibilità per le numerose iniziative di cooperazione e di dialogo politico realizzate in passato; alla balcanizzazione progressiva dell’Etiopia, sempre più divisa al suo interno fra componenti etniche oromo, amhara e tigrine; alle fragilità della Somalia, ancora in lotta con i terroristi di al-Shabaab; alla marcia indietro del Sahel, preda delle dittature militari che sopprimono le libertà civili con il pretesto della lotta al terrorismo jihadista; alle crescenti tensioni fra Etiopia, Eritrea ed Egitto, etc.

Chi e con cosa fare da esempio

In svariati punti della sua analisi, la Relazione al Parlamento sul Piano Mattei sottolinea una sorta di riconoscimento internazionale ed africano all’Italia per il suo metodo di cooperazione innovativo, preso quindi ad esempio anche da altri paesi donatori. Tuttavia da decenni i principali stati del cosiddetto mondo avanzato varano periodicamente dei Piani strategici per l’Africa (o con l’ Africa), inclusa l’Unione Europea. Quest’ultima, per quanto spesso oggetto di aspre critiche, ha lanciato da oltre venti anni con il continente africano uno degli esempi di dialogo più avanzati, strutturati ed articolati fra quelli finora avviati.

Se davvero vogliamo vantare una leadership in Africa (difficile da creare e da mantenere nel contesto delle competizioni geopolitiche attuali) allora forse è giunto il momento di affiancare al potere del denaro e degli investimenti finanziari, straripante e preponderante nel Piano Mattei attuale, quello più composto, utile e meno urlato del soft power, della governance e della mediazione sul terreno politico, al fianco dei nostri principali partner europei ed africani.

Insomma, un Piano Mattei dei diritti, oltre al Piano Mattei della finanza.

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