Tunisia / Intervista a Habib Ayeb
Le politiche agricole del governo tunisino favoriscono la produzione per il mercato estero, penalizzano i piccoli contadini, considerati un freno allo sviluppo. Una scelta miope, sostiene il documentarista e geografo autore di “Cuscus. I grani della dignità”, che non tiene conto della loro importanza nella salvaguardia delle sementi tradizionali e nel garantire la biodiversità.

I cereali sono alla base dell’alimentazione in Tunisia, eppure la produzione locale non basta a soddisfare la domanda interna. Ogni anno il paese importa più di quanto coltiva. “Invece di destinare la terra a nutrire la popolazione, viene utilizzata per accumulare capitale”, così Habib Ayeb, geografo e documentarista tunisino, spiega questa scelta politica: “Si producono beni destinati al mercato estero come i datteri, i frutti fuori stagione, gli agrumi e l’olio d’oliva”. Questo tipo di produzione non è per tutti. Sono gli investitori privati ad avere i capitali da immettere nell’agricoltura orientata all’esportazione.

La politica dello stato tunisino punta a favorire l’arrivo di capitali, mentre i contadini vengono considerati un freno allo sviluppo, perché occupano la terra. “Si sostengono quelli che producono per esportare e si abbandonano coloro che coltivano per magiare” sottolinea Habib Ayeb. E’ in questo quadro che il geografo ha girato il suo documentario “Couscous. I grani della dignità” tra i piccoli contadini tunisini. Il film è tutto incentrato sul concetto di sovranità alimentare rappresentato dai contadini, che prima pensano a produrre il necessario per la famiglia e in secondo luogo vendono le eccedenze.

Gli agricoltori di piccola scala sono anche coloro che salvaguardano le sementi tradizionali e garantiscono la biodiversità. “Il gusto e la qualità delle varietà locali sono incomparabili a quelle nuove, che siano destinate al pane o al couscous” spiega uno dei contadini intervistati nel film. “Ci sono semenze antiche che sono sparite completamente” sottolinea Habib Ayeb. Le varietà industriali vengono descritte come difficilmente adattabili alle variazioni del clima e del terreno. Hanno poi un altro grosso difetto per gli agricoltori: non producono semenza. “Ogni anno i contadini sono costretti a rinnovare i semi” racconta il documentarista.

Spesso la scelta di preservare o comprare le semenze è dettata da un fattore economico. I contadini più poveri non riescono a conservare una parte del raccolto per i semi perché devono vendere tutto quello che producono, per poter sopravvivere. “Chi conserva e utilizza le sue varietà non può accedere ai crediti delle banche e non riceve il sostegno dei tecnici del ministero dell’agricoltura” spiega Habib Ayeb, sottolineando come questa scelta sia difficile.

In molti, secondo il geografo, hanno perso i saperi tradizionali e li stanno riacquisendo con il tempo. I semi locali producono meno di quelli industriali e per garantire l’equilibrio economico della famiglia i piccoli agricoltori diversificano le attività, allevando animali come le capre. L’integrazione tra agricoltura e allevamento permette di ottimizzare la produzione grazie alla paglia, che viene utilizzata per gli animali.

Nel documentario, che è stato selezionato per il festival cinematografico di Cartagine “Journées Cinématographiques de Carthage”, compaiono anche le donne, il cui ruolo è fondamentale nella selezione delle sementi. Sono loro, infatti, che utilizzano i grani e la farina per produrre pane e couscous per tutta la famiglia. Vengono riprese all’interno delle case mentre lavorano l’impasto o mentre sgranano il couscous, descrivendo come consistenza e sapore cambino, a seconda delle varietà che utilizzano.

Essere contadini in Tunisia vuol dire essere poveri. Come emerge sin dal primo fotogramma, la maggior parte degli agricoltori possiede meno di 10 ettari. Il documentario sottolinea in maniera evidente come il lavoro dei piccoli produttori non venga sostenuto dallo stato. “La prossima guerra di farà sul pane, non c’è niente di più importante” dice uno degli intervistati nel film e aggiunge “E’ per questo che bisogna preservare gli agricoltori e proteggere i nostri terreni”. In alcune zone del paese, quelle più lontane dalle oasi, l’accesso all’acqua è affidato agli agricoltori stessi e alla loro possibilità di costruire pozzi. Nel nord della Tunisia la maggior parte dei piccoli contadini si affida a colture pluviali mentre nel sud punta alla coltivazione dell’olivo, che non necessita di grandi quantità d’acqua.

Nella foto grande: un contadino tunisino mostra con orgoglio le sue spighe di grano.


Nella foto piccola: il documentarista e geografo tunisino Habib Ayeb.