Dai borghi o dai comuni con pochi abitanti arrivano nuovi modelli di solidarietà. Con vantaggi reciproci: i migranti si integrano più facilmente; i paesi frenano lo spopolamento e la chiusura di molti servizi pubblici. Ecco alcune storie.

SANT’ALESSIO, I NUOVI CITTADINI

La prima famiglia di profughi arrivati a Sant’Alessio di Aspromonte con il progetto Sprar era di origine eritrea, composta da padre, madre e figlio di un anno e mezzo. I genitori sono entrambi sordomuti, ma questo non ha impedito alla piccola comunità che li ha accolti di farli sentire subito a casa loro. La famiglia Tegle è arrivata nel luglio 2014 in questo comune di appena 400 abitanti, in provincia di Reggio Calabria. E vive ancora li. Nel frattempo al primogenito è stata diagnosticata una forma di ritardo nel linguaggio, alla madre è stata riconosciuta una pensione di invalidità; dopo il tirocinio formativo, il padre ha oggi delle possibilità di lavoro abbastanza concrete ed è arrivata anche una seconda figlia.

Stefano Ioli Calabrò, sindaco di Sant’Alessio – che a dispetto del nome non si trova ancora sull’Aspromonte, ma è già in collina, a pochissimi chilometri dal capoluogo di regione – racconta che la cittadinanza fremeva per conoscere questi primi ospiti: «Mi fermavano al bar, mi chiedevano “quando arrivano i nostri ospiti?”. C’era grande stupore all’inizio, molta curiosità, ma anche una reale voglia di conoscere l’altro».

D’altra parte questo piccolo comune ha conosciuto bene la presenza straniera: a partire dagli anni ‘80, prima con l’arrivo di maghrebini, poi con le ondate delle migrazioni dall’Europa dell’est. Senza dimenticare che la Calabria è terra di emigrazione. «La comunità era già predisposta ad accogliere ? continua il sindaco ?. Con altri comuni della zona discutevamo da tempo su come rendere accogliente l’intera Vallata del Gallico. Ho poi avuto la fortuna di incontrare un gruppo di giovani professionisti interessato a lavorare su questo tema. Il bando Sprar è arrivato al momento giusto: siamo diventati ufficialmente un paese accogliente!».

Alla prima famiglia ospitata ne sono seguite altre, e gli episodi di solidarietà non sono mancati: «Abbiamo alloggiato due famiglie egiziane copte e quando uno di loro è venuto a mancare, l’intera comunità si è stretta intorno ai familiari. La partecipazione della cittadinanza al rito funebre è stata grande: per noi è stato come perdere un concittadino».

Attualmente Sant’Alessio ospita 5 famiglie e sei richiedenti asilo single, per un totale di 30 persone, su un totale di 400 abitanti. Sunny è uno di questi ragazzi. Viene dalla Nigeria. Non riesce ad abituarsi alla vita di paese, arrivando da una grande città. «Mi piacerebbe trovare lavoro a Reggio Calabria – confida ?. Sai, da quando sono arrivato con un barcone dall’Africa, sono stato quasi sempre in Calabria: a Reggio, a Crotone e ora qui. Mi avevano trasferito per un periodo anche a Caserta, e poi a Napoli, ma non mi sono trovato bene: è questa la terra che mi ha salvato dal mare e che mi ha accolto. Perciò voglio rimanere».

Anche Salifu, ghaneano, è a Sant’Alessio da pochi mesi: «Sono arrivato in Italia un anno fa, dalla Libia. Sono arrivato in Sicilia, poi a Siracusa, e infine sono trasferito al Cara di Mineo, dove eravamo davvero in troppi. Da dicembre sono qui, a Sant’Alessio. In casa siamo in sei e si sta bene».
Mohamed, invece, viene dal Gambia; ha viaggiato con Salifu dalla Libia, con lui è stato al Cara di Mineo e, infine, a Sant’Alessio: «Grazie a questo progetto, l’Italia mi sta dando nuove opportunità. Oggi lavoro, sto ottenendo i documenti, e anche se avessi la possibilità di andarmene, credo che resterei qui». A convincerlo in questa scelta anche il calore con cui è stato accolto: «Passeggiando per le strade, le persone mi fermano e mi chiedono come sto. Mi sforzo di capire ciò che dicono in italiano. Ma comunicare è difficile visto che parlo solo inglese».

Nel 2015 Sant’Alessio è stato segnalato dall’Anci (Associazione nazionale comuni italiani) tra le 10 realtà locali con il miglior progetto Sprar di accoglienza. Il comune è perfino riuscito a risparmiare sui fondi, restituendo quanto non è stato utilizzato.

L’accoglienza in questa realtà calabra è stata anticipata da campagne di sensibilizzazione e di informazione, anche con attività che non riguardavano direttamente il tema delle migrazioni, ma più in generale dell’accoglienza. E ha funzionato: basti pensare che alla presentazione dell’avviso pubblico da parte del comune per la disponibilità di case sfitte per alloggiare i richiedenti, le proposte sono state ben superiori alle necessità. Certo, questo è indice anche di un altro elemento: come molti piccoli comuni, Sant’Alessio conosce il continuo fenomeno dello spopolamento, e il conseguente invecchiamento della popolazione. «Nel primo comune in cui abbiamo iniziato un progetto Sprar, sempre nel reggino, siamo stati accolti a braccia aperte dal sindaco ? racconta Luigi De Filippis, medico e responsabile dell’équipe Sprar a Sant’Alessio ?. La scuola di quel comune stava per chiudere, e si sa che, nel momento in cui il paese si ritrova senza scuola finisce per avere una involuzione, spesso irreversibile. Portando delle famiglie di migranti con figli in età scolare, abbiamo permesso di tenere la scuola aperta. Il sindaco, nell’interesse della sua comunità, ha coadiuvato e, anzi, facilitato quest’accoglienza».

Non è il solo settore che trae benefici dalla presenza di migranti: «Dalle botteghe di paese, ai piccoli esercizi commerciali, allo sfruttamento delle case sfitte: il territorio ha una ricaduta immediata e questo per me è l’elemento davvero vincente della microaccoglienza in piccoli centri» ? continua De Filippis.

I benefici non sono finiti qui: per gestire il progetto si ricercano sul territorio figure professionali competenti, possibilmente all’interno degli stessi comuni di ospitalità. Tutti questi elementi permettono di creare un indotto positivo, che risulta la migliore arma contro lo sfruttamento della manodopera migrante. «Si sente spesso dire che i migranti ricevono 35 euro al giorno: è una cosa che ormai fa sorridere. La verità è che i soldi destinati a mantenere questi richiedenti asilo ritornano al territorio, creando le condizioni per la crescita di un’economia sana, che sfugge alle logiche del mercato nero».

Non c’è, chiaramente, alcuna ricetta magica. Ma affinché l’accoglienza crei relazioni durature, sia utile agli stranieri e permetta anche lo sviluppo del territorio, ci sono degli elementi fondamentali da tenere in considerazione. «Questo progetto funziona se si soddisfano due bisogni: quello della comunità locale, da un lato, e quello dei beneficiari, dall’altro. Per far incontrare queste due esigenze serve una profonda conoscenza di entrambe. Non è solo una questione di solidarietà o di cuore: è necessaria una qualificata professionalità ? afferma Luigi De Filippis ?. Vanno poi sfruttati al meglio alcuni degli strumenti a nostra disposizione, a partire dai tirocini, che devono realmente dare delle prospettive di lavoro ai migranti. Vogliamo formare dei cittadini che, dopo il periodo di ospitalità, siano in grado di essere lavoratori autonomi e, quindi, parte attiva del ciclo produttivo italiano. Ci vuole, poi, un’équipe motivata».

VAL CAMONICA, LA MICROACCOGLIENZA CHE FUNZIONA
Dalla provincia di Reggio Calabria a quella bresciana. Due realtà estremamente diverse, dove i progetti Sprar di microaccoglienza danno, però, gli stessi ottimi risultati. La Val Camonica conta circa 100mila abitanti in 42 micro-comuni: un terreno ideale per inserire piccoli gruppi di migranti in appartamenti sparsi sul territorio. (…)

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