Polemiche sulla riforma della 49 del 1987
La bozza sulla riforma della legge sulla cooperazione internazionale sta generando mugugni nel mondo delle ong. Si teme la privatizzazione dello sviluppo. Il viceministro agli esteri nella lunga intervista pubblicata su Nigrizia di dicembre entra nel merito della questione. Con una visione che rompe i vecchi steccati.

La bozza che gira in questi giorni di riforma della legge 49 del 1987 sulla cooperazione internazionale sta scatenando mugugni e malumori nell’ambiente delle organizzazioni non governative. Per Gianfranco Cattai presidente della Focsiv, dalla bozza «Scompare la figura  del volontario internazionale e arriva la cooperazione dei tecnocrati». Tra i punti più controversi del testo che vaga tra i ministeri dell’economia e della funzione pubblica c’è il ruolo del profit, sempre più massiccio.

Sul Fattoquotidiano.it è stata pubblicata perfino la bozza della Legge quadro. Titolo del pezzo, scarsamente ottimista, Cooperazione, ecco il nuovo ministero degli Esteri: un “carrozzone” da 26 milioni.

Legge quadro che prevede, appunto, un generoso riconoscimento alle imprese “profit” che potranno accedere a crediti agevolati e farsi finanziare dallo stato il capitale di rischio su investimenti anche a scopo di lucro nei paesi in via di sviluppo.

Nigrizia di dicembre pubblica una lunga intervista al viceministro agli esteri, con delega alla cooperazione, Lapo Pistelli, autore di questa riforma. Intervista dalla quale emerge con chiarezza come l’ex responsabile esteri del Pd voglia uscire da vecchi formati e stanche liturgie. Per abbracciare una politica corale e di sistema, dove il privato ha un ruolo importante. Queste le sue risposte sui principali cambiamenti portati dalla riforma e sul ruolo del profit.

 

Viceministro, per alcuni il fatto che la Farnesina, con la bocciatura di un ministero ad hoc per la cooperazione, si sia tenuta la regia degli aiuti allo sviluppo ha significato una precisa scelta di campo a sfavore di chi voleva una cooperazione radicalmente riformata e autonoma fuori dal controllo della politica estera.

Rivendico la scelta che non ci sia un ministro ad hoc. È stato il punto di maggior dissidio che ho avuto con l’ex ministro alla cooperazione, Andrea Riccardi. Al quale, peraltro, riconosco due meriti: l’inversione di tendenza sulle risorse. E il metodo di grande partecipazione avviato con il Forum di Milano e proseguito con un dialogo molto strutturato con le ong.

Perché non va bene un ministro ad hoc?

Perchè tra un ministro senza ministero e un mezzo ministro con un ministero dietro, io preferisco la seconda ipotesi. Ho bisogno di una rete su cui fare perno, al punto tale che grazie a questo elemento di forza posso presentarmi nelle stanze del ministero dell’economia e delle finanze e pretendere di decidere insieme come partecipare ai fondi globali e alle grandi agenzie multilaterali, cui va l’80% delle risorse legate all’aiuto pubblico allo sviluppo.

Il professor Calchi Novati, tuttavia, ci ricorda che l’aiuto ai paesi più poveri non necessariamente deve essere connesso con gli interessi italiani.

Attenzione. La cooperazione è fatta con risorse degli italiani. Penso che sia giusto verificare se c’è un’idea di Italia dove le risorse vengono destinate fuori dai confini nazionali. Il giorno in cui la società italiana (quella larga, non quella che si occupa di cooperazione) non mi chiederà più a ogni dibattito “perché spendiamo per l’Eritrea quando abbiamo i disoccupati in casa”, mi potrò permettere di avere una fetta di risorse che va su obiettivi generici. Fino a che non sono in questa condizione devo compiere delle scelte. Devo chiedermi: dove è che l’Italia può fare la differenza? Dove la sua posizione internazionale la rende un giocatore affidabile? Risposta: in aree dove siamo più presenti, dove siamo più ascoltati, dove siamo più bravi. Questa è la politica estera. Non vorrei che diventasse, invece, solo sinonimo di diplomazia commerciale, rappresentata da una schiera di signori in giacca e cravatta con una valigetta colma di prodotti da vendere. La politica estera non è solo questa. E non vorrei che si facesse una pericolosa sovrapposizione di concetti e aspetti diversi.

Infatti, l’altra accusa che viene mossa è che la nuova cooperazione si confonde sempre più con la politica commerciale. Lei ha parlato di un volano dell’economia: per un euro investito in cooperazione ne tornano 2,7 nel giro di 5 anni. Siamo alla privatizzazione dello sviluppo?

Negli ultimi 10 anni è cambiata la grammatica della cooperazione. È mutata anche nel settore privato o profit. Sono crescenti i profili di responsabilità sociale in molte aziende italiane. Questo perché è cambiata la domanda dei cittadini, i quali nel momento delle scelte di consumo se hanno davanti un’azienda con profilo di social responsability acquistano quei prodotti più volentieri. È cambiata la cultura dei consumatori. E le aziende si adeguano. Io, semplicemente, cerco di trarre profitto da questo cambiamento. Me lo chiedono gli stessi paesi in partnership, che mi ringraziano quando aiuto le aziende a partecipare, con un utilizzo diverso del fondo rotativo, a gare in paesi in via di sviluppo nei quali, per semplice profittabilità, non andrebbero mai.

Sarà anche vero, ma in questi casi i rischi sono pubblici e i profitti privati…

Per le cose che stiamo facendo noi, non è così. Per me, comunque, è importante che questo settore privato non scappi dall’Africa e non abbia un atteggiamento predatorio. Nel momento in cui rispettano le regole che io impongo e resta lì invece di andare in paesi con profitti più facili, io come sistema ci guadagno.

Ma dove e quali sono i parametri per valutare la lotta alla povertà delle imprese, che per loro natura sono attente al profitto e non alla distribuzione della ricchezza?

Se le loro richieste passano attraverso il canale della 49, le proposte sono estremamente vagliate e controllate. Non c’è un bancomat a cui si attinge. Aiuto il privato solo quando è coerente con le mie finalità. E lo aiuto perché quel privato fa parte della fotografia della nuova cooperazione, di quella rivoluzione copernicana che le accennavo prima.