Donne africane e Sinodo
Le donne d’Africa, madri del continente, sono una risorsa enorme che va valorizzata. Così la pensa suor Elisa Kidanè, consigliera generale delle missionarie comboniane e invitata da Benedetto XVI come esperta al Sinodo africano.

«Quando le donne hanno la possibilità di trasmettere in pienezza i loro doni all’intera comunità, la stessa modalità con cui la società si comprende e si organizza ne risulta positivamente trasformata, giungendo a riflettere meglio la sostanziale unità della famiglia umana. Sta qui la premessa più valida per il consolidamento di un’autentica pace. È dunque un benefico processo quello della crescente presenza delle donne nella vita sociale, economica e politica a livello locale, nazionale e internazionale. Le donne hanno pieno diritto d’inserirsi attivamente in tutti gli ambiti pubblici e il loro diritto va affermato e protetto anche attraverso strumenti legali laddove si rivelino necessari». (Messaggio di Giovanni Paolo II per la 28a Giornata mondiale della pace: “La donna educatrice di pace”).

Mi piace iniziare con questo testo che potrebbe essere già la risposta alla domanda “Quali le aspettative della donna Africana dal Sinodo”: che sia data la possibilità di esercitare il nostro ruolo di educatrici, di promotrici, di protagoniste della vita.

 

Sappiamo che un Sinodo non cambierà certamente, dall’oggi al domani, il corso della storia, ma siamo certe che potrebbe iniziare a rendere fattibile, reale, quello che fino a ieri era forse un sogno.

Certo, le donne africane non hanno aspettato “tempi maturi”… Ovunque sono presenti per assicurare vita, lottando contro leggi avverse, contro tabù, contro mentalità misogene… Ma la storia ci dice che non basta: abbiamo bisogno di essere confermate in questo ruolo e riconosciute.

 

Lo stesso Instrumentum laboris riconosce che «le donne, e i laici in generale, non sono pienamente integrati nelle strutture di responsabilità e di pianificazione dei programmi pastorali della chiesa» (20, 30); «le donne continuano a essere sottoposte a molte forme di ingiustizia; alle donne viene spesso attribuito un ruolo inferiore » (59-61, 117).

Questa riflessione, aperta e trasparente, è la porta attraverso la quale possiamo iniziare a parlare di passi concreti…

 

Non mi sento, né ho la pretesa di essere portavoce della donna d’Africa. Ma partendo dalla mia piccola esperienza, sono certa che è questo che vorremmo:

 

a) Innanzitutto, che la chiesa ci guardi con gli occhi di Gesù, che seppe riconoscere nella donna una leale co-protagonista del suo progetto di salvezza, ed è a lei che consegna il ministero dell’annuncio della Buona Notizia: «Va’, e di’ loro che sono risorto…».

b) Un chiaro riconoscimento del ruolo della donna all’interno della chiesa. Anni fa, in Italia era apparso un manifesto che diceva: “Siamo più della metà e il governo non lo sa”. Lo stesso possiamo dire all’interno della chiesa. Chiediamo una presenza, non solo quantitativa, ma qualitativa.

c) Un effettivo cambio di mentalità da parte della chiesa nei nostri riguardi… In particolare, un riconoscimento del contributo che le donne danno alla teologia, partendo dalla realtà e consapevoli che la presenza di Dio non è declinabile al singolare. Le donne insegnano a cogliere le diverse manifestazioni del volto materno di Dio.

d) Spazio all’interno dei luoghi in cui si elaborano progetti per lo sviluppo e leggi di qualsiasi genere e a tutti i livelli… (Le sacrestie iniziano ad esserci troppo strette).

e) Maggiore preoccupazione da parte dei vescovi per la formazione di laiche e delle suore locali. Non pensare solo ai seminari, ma dare pari opportunità di formazione professionale anche alle suore e alle donne laiche, per qualificare la nostra ministerialità.

d) Partecipazione alla formazione integrale della persona, anche all’interno dei seminari, perché si ampli la visione della donna, non solo vista come madre o sorella, ma come insegnante, docente, teologa…

e) Che la chiesa si adoperi in tutti i settori ad assegnare ruoli di responsabilità alle donne al suo interno.

 

Tutto questo chiediamo, non per una mera rivendicazione femminista, ma perché, come madri del continente, sentiamo l’urgenza di alzare la nostra voce, perché i nostri popoli abbiano vita e l’abbiano in abbondanza.

 

Non ne possiamo più di vedere i nostri figli e figlie trattati come zimbello dei paesi che fino a ieri hanno fatto man bassa delle nostre materie prime, e ora ci rigettano in mare, come merce scaduta o di seconda mano.

Non ne possiamo più di vedere i nostri figli e figlie essere cibo per i pesci del Mare Nostrum.

Non ne possiamo proprio più di vedere morire i nostri figli a cause di guerre interne, epidemie, ignoranza diffusa…

Non ne possiamo più di convegni mondiali, di vertici in cui si parla e parla e parla, ma, di fatto, poco e niente arriva nelle nostre case…

Non ne possiamo più di vedere la nostra Africa svenduto a prezzo stracciato, o peggio svenduto in cambio della dignità dei nostri popoli.

 

Come donne, sorelle e madri del continente, riconosciamo di avere un ruolo non indifferente per la sua salvaguardia. Come donne e madri, sentiamo di avere una responsabilità non indifferente sull’umanità stessa. L’ha scritto Papa Giovanni Paolo II nella Mulieris Dignitatem: la forza morale della donna, la sua forza spirituale si unisce con la consapevolezza che Dio le affida in un modo speciale l’uomo, l’essere umano…

Non sono, quindi, semplici rivendicazioni: sono istanze improrogabili e necessarie per la salvaguardia del continente; oserei dire, per la salvaguardia dell’umanità stessa.

 

Vorremo che da questo Sinodo i nostri vescovi uscissero con la chiara determinazione di mettersi sempre e comunque dalla parte dei più deboli, dalla parte di coloro che vengono massacrati ogni giorno, e di farsi promotori di una nuova società, fondata sui valori del Regno.

Vorremo che la preoccupazione delle nostre chiese sia soprattutto che i figli e le figlie dell’Africa non siano considerati figli e figlie di un Dio minore.

Vorremmo che i nostri vescovi rivolgessero un monito anche a coloro che, di sottobanco, trafficano armi, diamanti, petrolio con i nostri governanti, lasciando sul lastrico i nostri popoli.

Vorremmo che la chiesa s’impegnasse a creare delle scuole pubbliche dove tutti possano accedere; (non basta dire che questo è compito degli stati). Vorremo la creazione di scuole di politica, dove si apprende il valore e la responsabilità di fare politica, senza la necessità di voler fotocopiare democrazie ormai stantie e obsolete.

 

I popoli dell’Africa possono inventare nuovi modi di fare democrazia, se solo glielo permettessero. Allora, vorremmo che la pace e la giustizia non fossero più “temi di discussione”, bensì realtà di vita per il continente.

 

Vorremo che l’obiettivo primario sia quello di rendere concreta la “Buona Notizia del Regno”: che i popoli abbiano vita e vita in abbondanza.

 

Vorremo che i nostri vescovi non avessero timore di avere come consigliere delle madri, delle donne sagge… L’hanno fatto i Padri della chiesa. E conosciamo i benefici che ne hanno tratto loro, e di riflesso, la chiesa stessa. Troppe volte la parola donna nel vocabolario ecclesiale è legata solo a qualcosa da tenere lontano, da evitare, da temere come fonte di peccato…

 

Vogliamo essere considerate le discendenti delle vere discepole di Gesù, coloro senza le quali Dio probabilmente avrebbe avuto qualche difficoltà nel realizzare il suo piano di rigenerare l’umanità.

 

Penso che le donne del continente africano si aspettano da questo Sinodo linee-guida nelle quali possiamo intravedere la determinazione di fare sì che la festa e la danza liturgica di ogni domenica, possano trasformarsi in festa di vita lungo tutta la settimana.