Ogni anno sono 3 milioni le ragazze e le bambine vittime di mutilazioni genitali
Ridare dignità alla donne vittime di infibulazione: è l’obiettivo di una clinica in Burkina Faso, che da ottobre ricostruirà chirurgicamente quanto asportato dalle mutilazioni genitali. Ma la battaglia contro questa violenza è ancora lunga, e richiede un profondo rinnovamento culturale.

Una clinica per la ricostruzione del clitoride, che permetterà a tutte le donne e le bambine vittime delle mutilazioni genitali femminili di tornare a vivere serenamente i rapporti sessuali: sono già cominciati i lavori per la costruzione del Pleasure Hospital a Bobo Dialousso, in Burkina Faso. In base alle previsioni nell’ottobre 2009 ci saranno già i primi interventi. Centinaia le donne burkinabè, dai 18 ai 70 anni, che hanno già manifestato l’intenzione di sottoporsi all’intervento.

La clinica opererà gratuitamente tutte le donne dell’Africa occidentale (dove le mutilazioni sono una pratica tristemente diffusa) che vorranno sottoporsi all’intervento. La ricostruzione del clitoride è un’operazione chirurgica ormai praticata in molti ospedali anche nelle grandi città africane, ma i costi dell’operazione hanno finora impedito a molte vittime delle mgf (mutilazioni genitali femminili) di sottoporsi all’intervento.
A sostenere l’operazione e i relativi costi, due ong: Voix de Femmes, burkinabè, e Clitoraid, statunitense, che ha lanciato anche una campagna per l’adozione di un intervento chirurgico. Si tratta di un’operazione sicura, di totale successo nel 90% dei casi. Non permette certo di cancellare il trauma psicologico subito, né il dolore fisico di chi ha subito la mutilazione totale o parziale dei genitali femminili, ma consente alle donne di provare piacere sessuale durante i rapporti, e le aiuta a ritrovare fiducia in sé stesse.

Non è un caso che il centro si trovi in Burkina Faso: in questo paese circa 7 milioni delle donne (il 70% della popolazione femminile burkinabé ) sono state sottoposte a questo rito, nonostante la pratica sia illegale dal 1996. Legate a tradizioni che non hanno in realtà un riscontro nei precetti religiosi, le mgf causano emorragie, cisti, pericolose infezioni anche croniche, fanno aumentare le probabilità di aborto spontaneo e di morti alla nascita e rendono il parto molto doloroso. La vera ragione sociale sulla quale si basano è il controllo della donna: incapace di provare piacere durante i rapporti sessuali, non sarà tentata da altri uomini. Dalla simbolica puntura con uno spillone, per far fuoriscire 7 gocce di sangue, all’asportazione totale del clitoride e alla cucitura delle grandi labbra, le mgf sono diffuse in molti paesi dell’Africa occidentale, ma non solo: la pratica è consuetudine in 28 paesi africani, tra cui anche Egitto, Sudan , Etiopia, Eritrea. È diffusa inoltre in diversi paesi del Medio oriente e dell’Asia. Tra i 100 e i 140 milioni le donne che hanno subito le mutilazioni, oltre 3 milioni ogni anno le giovani a rischio, in base ai dati diffusi dell’Unicef.

Nonostante sia considerata dall’Onu una violazione dei diritti umani, in molti paesi non ci sono ancora le condizioni culturali e sociali per dichiararla illegale. Un ritardo che dipende anche dalle giovani realtà delle società civili locali, ancora troppo poco incisive sulla vita sociale e politica dei cittadini.

L’azione degli attivisti per i diritti umani qualche risultato lo sta, lentamente, portando a casa, sia a livello legale che di consapevolezza sociale. Tanto che per eludere il controllo sociale in aumento e per evitare le polemiche, le maman adulte e anziane che si occupano di questi riti si rivolgono ormai a bambine, il cui pianto non desta sospetti. Con gravi danni a livello sociale, oltre che a quello psicologico: una volta infibulate si viene considerate adulta e pronte al matrimonio. Molte bambine, dopo aver subito la violenza, vengono quindi costrette a sposarsi precocemente e a lasciare la scuola. Nei paesi dove la pratica è consentita dalla legge, si cerca quindi di stringere lo spazio alle mutilazioni, per esempio imponendo l’età minima di 18 anni per essere sottoposte alla pratica. É successo così in Sierra Leone, dove il 94% delle donne è vittima delle mgf: nel distretto settentrionale di Kambia, capi villaggio, leader locali e donne che praticano le mutilazioni hanno firmato un accordo nel quale si impegnano a non sottomettere al rito ragazze minori di 18 anni. Questo permette alle giovani di portare avanti gli studi più facilmente, e di poter affrontare il rituale con maggior consapevolezza e maturità.

Ma la lotta a questa violenza trova il suo maggiore ostacolo nell’attaccamento all’usanza, che richiede un profondo cambiamento culturale per essere sradicata: in alcuni paesi il rituale risale ad oltre 2mila anni fa. Ancora oggi chi cerca di combattere i pregiudizi viene spesso punito dalla società: proprio in Sierra Leone, nel gennaio 2009 alcune giornaliste sono state aggredite, e costrette a camminare nude sulla strada per diversi chilometri. La loro colpa? Aver scritto articoli sulla pratica dell’infibulazione, riportando dati e situazioni sanitarie.


Per approfondire:
Fiori recisi: le mutilazioni genitali femminili, 15/05/2007

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