Dal 1933 ad oggi molte cose sono cambiate nelle società e nelle politiche africane. In quell’anno la prima donna veniva eletta in un’assemblea nazionale. Si chiamava Leila Zeitz, rappresentava il South Africa Party e la sua elezione avveniva tre anni dopo che nel paese venisse approvata una legge che consentiva il voto alle donne. Solo a quelle bianche, come lei. Oggi la percentuale delle donne in parlamento in Sudafrica è di gran lunga superiore al 40% e stavolta la maggioranza nera è assai rappresentata.
A seguire, il primo paese dell’Africa subsahariana a inaugurare la presenza di una donna in parlamento, fu la Tanzania. È il 1955 e siamo ancora in epoca coloniale. Lei era Bibi Titi Mohammed, politica della prima ora, attivista e membro del Tanganyika African National Union (TANU), il partito che lottò per l’indipendenza del paese.
A Gibuti, piccolo stato del Corno d’Africa, addirittura si è dovuto aspettare l’avvento del Ventunesimo secolo, il 2003, per acclamare le prime sette donne (su 65 seggi) ammesse per la prima volta all’Assemblea nazionale. Una “svolta” dovuta ad una legge che impone ai partiti politici di includere almeno il 10% di candidate donne nelle proprie liste.
Le donne, lì a Gibuti, avevano ottenuto il diritto di voto nel 1946. Un voto esclusivamente passivo, evidentemente. Ma in generale a partire dalle indipendenze – chi prima chi poi – tutti i paesi ebbero rappresentanze femminili nelle istituzioni anche se il percorso delle donne in politica è sempre stato alquanto accidentato a causa di pregiudizi e stereotipi. Ma qual è la situazione oggi?
La questione di genere in politica è tutta aperta. Sicuramente negli anni il numero delle donne nei rispettivi parlamenti nazionali è aumentato, ma si va molto, molto a rilento. Uno studio del 2024 di Africabarometer dal titolo Women’s Political Participation di cui avevamo già parlato affermava che nel 2024 la rappresentanza delle donne nei parlamenti africani era pari al 26%. Era del 25% nel 2021.
Piccoli passi avanti. Ricordiamo però che anche la media globale è di poco più del 27%. Mentre la percentuale di donne nel Parlamento europeo (elezioni 2024) è di circa il 38,5% – 39,9%.
Tornando all’Africa, un’indagine di Deutsche Welle che analizza un ventennio, a partire dal 2000 al 2020, afferma che le donne occupano complessivamente almeno il 20% dei seggi nelle assemblee legislative nazionali di 31 dei 54 paesi africani riconosciuti (l’analisi riguarda quindi l’intero continente). Inoltre, la media globale per paese è del 27,5% di seggi parlamentari occupati da donne.
Tra i dati riportati da DW quello del Rwanda, l’esempio di solito più comune quando si parla di rappresentanza femminile nelle aule parlamentari. Questo paese, infatti, vanta una percentuale che è la più alta al mondo. In questo piccolo stato dell’Africa orientale, dove due terzi delle vittime del genocidio del 1994 erano uomini e ragazzi, le donne detengono oltre il 60% dei seggi in parlamento.
Per trovare un altro paese che abbia una percentuale significativa bisogna andare a Capo Verde dove la presenza delle donne è del 45,8%. Nella lista delle prime 25 al mondo seguono il Sudafrica con il 44,9% e il 38,9% rispettivamente nella Camera bassa e nella Camera alta; la Namibia, 42,3% e 16,7%; l’Etiopia, 41,9% e 29,7%; l’Angola, 41,4% (dati UPI aggiornati a febbraio 2026).
Agli ultimi posti troviamo la Nigeria, dove le donne occupano solo il 4% dei 360 seggi del parlamento. Negli ultimi tempi alcuni paesi hanno applicato nuove norme che mirano ad aumentare la rappresentanza femminile. È il caso della Sierra Leone dove dopo le elezioni del 2023 la percentuale di donne in parlamento è salita a oltre il 28% e delle Seychelles dove, dopo le elezioni del 2025, le donne che siedono negli scranni del parlamento sono il 26,5%.
In Benin, primo paese africano ad andare ad elezioni nel 2026 (gennaio), a seguito di una revisione del codice elettorale per riservare un certo numero di seggi alle donne la percentuale di parlamentari donne si attesta al 25,7%.
Quest’anno si vota in undici paesi dell’Africa subsahariana e si è già votato in Benin, come si diceva, e in Uganda. Qui nella precedente legislatura le parlamentari erano circa il 34% del totale, 189 su 555, questa volta ce ne saranno 145.
La battaglia delle donne in politica è ancora lunga e difficile in luoghi dove fanatismi religiosi, maschilismo e consolidate strutture patriarcali tendono a dissuadere l’impegno civile e politico nelle donne destinate ancora prevalentemente alla cura della famiglia e alla riproduzione (almeno nelle intenzioni).
E laddove anche l’indipendenza finanziaria è fondamentale per dedicarsi alla politica, scolarizzazione e autonomia lavorativa sono le basi da cui partire. I passi in avanti fatti finora (in alcuni casi si registrano addirittura regressioni anziché progressi) non sono sufficienti.
Senza contare un fattore importante, la sicurezza. Conflitti, crisi economiche, instabilità sono tutti elementi a sfavore della crescita e dell’impegno delle donne, e della loro emancipazione e affrancamento dall’ambiente domestico e dal controllo sociale.